Paul e Mira Sorvino svelano a Giffoni i segreti di Hollywood

Mira Sorvino ripercorre con papà Paul paure, speranze ed emozioni della carriera (Oscar incluso) per i piccoli giurati del Giffoni Film Festival. Dagli aneddoti hollywoodiani alle radici italiane: ecco il loro viaggio tra passato e presente.

La stessa dose di paura che atterrisce una figlia all'idea di seguire le orme paterne è provata dal genitore nell'attimo stesso in cui la decisione viene presa. Paul e Mira Sorvino sono la versione hollywoodiana per eccellenza di questa storia universale: i due ripercorrono le rispettive carriere, dal Premio Oscar di Mira per La dea dell'amore di Woody Allen a Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese a cui Paul è legato in modo particolare, come raccontano alla stampa e ai giurati presenti al 43° Giffoni Film Festival, che ha aperto i battenti con l'anteprima di Monsters University il 19 luglio e si concluderà il 28 con quella de I puffi 2.

Lo showbiz sembra un'oasi felice, eppure Paul non ha mai voluto che la figlia Mira diventasse attrice. Perché? Paul Sorvino: La sola idea che Mira lasciasse un ateneo prestigioso come Harvard per fare questo mestiere mi faceva paura... e non solo perché è una professione difficile che impegna tutto te stesso, ma perché volevo che la sua intelligenza venisse valorizzata. Quando mi ha detto che avrebbe lasciato l'università per la recitazione ho chiamato i miei amici e colleghi per chiedere loro di dissuaderla. Warren Beatty c'è riuscito e io ho pensato: "Sia lodato il cielo!".
Mira Sorvino: In realtà Warren non mi ha telefonato dicendomi di tornare a scuola, ma per suggerirmi di cambiare college e di trasferirmi alla Columbia per essere più vicina al luogo dei provini. La mia idea era di prendermi un paio d'anni sabbatici dallo studio per concentrarmi sulla carriera d'attrice, che desideravo fin da bambina, ma ho capito che sarebbe stato più saggio prendere prima la laurea e così ho fatto. La mia tesi era sul conflitto razziale tra studenti cinesi e africani.
Paul Sorvino: È stata selezionata tra 800 lavori e poi esibita al Radcliffe Institute ad Harvard.

Questa sensibilità alle tematiche sociali l'ha portata ad essere Ambasciatrice di Buona Volontà dello UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine) e ha lottare contro il traffico di esseri umani. Come vive oggi questo impegno e com'è nato? Mira Sorvino: Da adolescente ero molto arrabbiata quando vedevo che le persone venivano trattate come oggetti, peggio degli animali. Questo insegnamento l'ho appreso dai miei genitori: l'idolo di papà è Martin Luther King e mamma ha anche marciato con lui su Washington. Per questo oggi sono impegnata su vari fronti e dal 2004 collaboro con Amnesty International per sensibilizzare contro la violenza delle donne, da sempre sottomesse in qualsiasi cultura perché ritenute esseri inferiori.

La dea dell'amore: Woody Allen e Mira Sorvino in una scena del film
È singolare che abbia vinto l'Oscar proprio con il ruolo di una prostituta in La dea dell'amore... Mira Sorvino: Infatti non so se oggi interpreterei quel ruolo allo stesso modo. Ricordo soprattutto di essermi spogliata di tutti i pregiudizi per calarmi nella parte. Ricordo ancora lo shock provato quando ho sentito chiamare il mio nome. Ero seduta in prima fila con papà che ho ringraziato nel mio discorso per essermi stato sempre d'esempio in questa professione. L'Oscar è come se lo avesse vinto tutta la famiglia e mentre mi dirigevo sul palco a ritirarlo mi sentivo come se fluttuassi in aria.

Lo guardava lavorare spesso? Mira Sorvino: Per recitare nel film Il sordomuto, dove interpretava un avvocato non udente, ha passato tre settimane in una scuola per studenti sordi in modo da imparare i vari stadi della malattia. Fare l'attore è un'arte e mio padre è un artista che lavora sodo.

Cosa ispira lei, invece? Paul Sorvino: La gioia più grande per un attore è fare quello che ami con passione, ma devi essere preparato come uno studente che fa i compiti a casa prima di andare in classe. Il talento è uno stimolo a fare sempre meglio e io lo trovo nelle buone sceneggiature.

Quei bravi ragazzi: Ray Liotta e Paul Sorvino in una scena del film
Uno dei risultati è Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese... Paul Sorvino: Non credevo di esserne all'altezza. Tre giorni prima delle riprese volevo addirittura mollare, ma non l'ho fatto perché Scorsese è il tipo di regista che crea sul set un'atmosfera tale da spronare ogni interprete a tirare il meglio di sé.

Lo stile è diversissimo da quello di Woody Allen. In cosa è peculiare quest'ultimo? Mira Sorvino: Nessuno conosce il genere della commedia come lui: definirlo "genio" rende l'idea. Ricordo ancora la prima cosa che mi ha detto sul set: "Non recitare le battute in cui non credi. Se non pensi siano naturali, allora cambiale. Il copione non è la Bibbia, ma un canovaccio". E se hai la sua autorizzazione allora come attore ti senti libero. Il risultato è stato che una parte di quello che avete visto nel film è frutto di istinto e improvvisazione.

Lei è d'accordo su questo approccio? Paul Sorvino: Il compito dell'attore è quello di dar vita alla visione del regista e servire l'integrità del copione per creare un personaggio coerente, ma un buon regista sa quando l'attore comprende il ruolo meglio di lui.

Quale pellicola avrebbe voluto girare? Paul Sorvino: Tutte quelle di Vittorio De Sica, che è il mio preferito in assoluto tra tutti i grandi maestri italiani. Avrei voluto girare film come Il postino o Il vizietto. Sono fiero delle mie origini tricolori. Ma anche oggi, dopo 155 film, non posso lamentarmi: in The Devil's Carnival interpreto Dio!

Paul e Mira Sorvino con il Giffoni Experience Award 2013
Per entrare nella pelle del personaggio attingete al vissuto o ricreate situazioni fittizie? Paul Sorvino: Preferisco usare emozioni di fantasia e non memorie dolorose, come la morte di una persona cara, per piangere. A lungo andare rievocare questi sentimenti incasina la mente.
Mira Sorvino: Prima vorrei fare una premessa: papà mi ha insegnato tutto di questo mestiere e quando ero piccola mi mandava in cima alle scale a pensare a qualcosa che mi facesse sentire triste per scatenarmi le lacrime a comando. Detto questo, io come connessione alle emozioni del personaggio mostro la mia vulnerabilità e mi metto a nudo l'anima. Non puoi mostrare un cuore spezzato se non lo rompi, altrimenti non sei autentico. Marlon Brando è peggiorato nella carriera negli ultimi 20 anni proprio da quando ha cambiato approccio e non ha più provato emozioni nei ruoli, come lui stesso ha ammesso.
Paul Sorvino: Un regista teatrale con cui è lavorato mi ha detto: se non scende neppure una lacrima prendi la testa tra le mani e fingiti disperato.

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