Centochiodi

2005, Drammatico

Olmi, Degan e i cento chiodi nella religione

Il maestro e l'interprete israeliano hanno incontrato la stampa per la presentazione dell'ultimo lavoro di Olmi, che fa già discutere per i suoi contenuti.

Massimo Borriello

Centochiodi, l'ultimo film di Ermanno Olmi, segna la fine, per sua stessa ammissione e volontà, del cinema narrativo da parte di uno dei più importanti registi italiani. Da oggi in poi solo documentari, assecondando il desiderio di filmare la gente tra la gente. E quello che potrebbe essere considerato il film-testamento di Olmi è un potentissimo attacco alla religione di Dio e della cultura, a tutte quelle forme di potere che impongono le proprie regole agli esseri umani e che li hanno trascinati in tutte quelle tragedie che hanno sconvolto la storia. Il film uscirà venerdì 30 marzo in 100 copie ed è già pronto a far discutere. Ne parliamo con Ermanno Olmi e con Raz Degan, protagonista del film nel ruolo di un professore universitario che, alla ricerca di sé stesso sulle rive del Po, si scoprirà un piccolo Gesù Cristo.

Ermanno Olmi, sulla locandina di Centochiodi c'è una frase che recita "le religioni non hanno mai salvato il mondo", ma nel suo film lei sembra attaccare non soltanto la religione, ma più in generale la cultura. Che rapporto c'è tra le due?

Ermanno Olmi: Non c'è conflitto tra cultura e religione. A volte è religione una cultura alla quale ci sottomettiamo. C'è una grande differenza tra la parola "disciplina" e la parola "educazione". La disciplina è quando ci assoggettiamo a una data cultura, alle sue imposizioni, a una religione che non è solo quella spirituale, ma anche quella che riguarda realtà materiali, come la religione dell'economia o del territorio. La disciplina è il rispetto delle regole di una forma di religione che noi sottoscriviamo. L'educazione, invece, non è rispetto per le regole, ma rispetto verso gli uomini. Nessuna religione mi vieterà mai di rispettare un uomo per una data regola che ha fissato. Io invoco la libertà di derogare tale regola quando il rispetto per gli altri me lo impone.

Nel film è comunque presente una pesante critica alla Chiesa e a Dio. Perché?

Ermanno Olmi: C'è un dialogo nel film molto significativo a tal proposito, durante il quale il Professorino dice al Monsignore "Lei ha amato i libri più degli uomini e i libri possono servire qualsiasi padrone". Da sempre i più prepotenti dichiarano "Dio è con noi". Io sono contro qualsiasi forma di Chiesa che considera il Dogma più importante dell'uomo, sono per la libertà dell'uomo. Le religioni hanno portato l'umanità dentro dei baratri spaventosi. La religione può dare suggerimenti che qualche volta possono indirizzare le nostre idee, ma guai se questi diventano imposizioni.

Il protagonista del suo film si muove come un Cristo sulle rive del Po. Cosa può dirci di questo personaggio?

Ermanno Olmi: In questi ultimi tempi si parla spesso della figura di Cristo come uomo, al di là della sua discendenza da Dio. Ogni qual volta oggi un uomo si comporta secondo le modalità di relazioni umane che somigliano a quelle dell'uomo-Cristo è in un certo senso egli stesso Cristo, così come ogni volta che aderiamo ad una proposta di vita che è quella di Cristo siamo un po' Cristo anche noi. Non c'è bisogno di andare in croce per esserlo. Tutte le religioni che si basavano sull'occhio per occhio, dente per dente, sono state messe in crisi da Cristo, il quale ha dimostrato che la vera vittoria è il perdono. Penso che se trovassimo ogni tanto un segno di perdono nel mondo, molti problemi si risolverebbero. Questa è stata la grande intuizione di Cristo. Oggi si è raggiunto il limite della decenza e la religione ha prodotto tutta una serie di equivoci, come la giustificazione del martirio. Cristo non ha mai evocato il martirio di fede, si è ribellato, ha abbattuto il tempio delle regole, dei libri scritti e si è posto in qualche misura contro Dio stesso, quel Dio che chiede il sacrificio umano. Sono convinto che Cristo abbia vissuto in allegria e ce lo conferma il primo miracolo che ha compiuto, la trasformazione dell'acqua in vino. Credo che quando si sta insieme gioiosamente l'acqua possa diventare veramente vino.

Nel film si cita il pensiero del filosofo Karl Jaspers, secondo il quale "la follia è l'unico viatico per la salvezza". La pensa anche lei così?

Ermanno Olmi: Il pensiero di Jaspers risale alla fine degli anni '40 e fa parte del movimento esistenzialista. I grandi movimenti innovatori portano un minimo di scandalo perché scuotono quelle credenze granitiche che, anche se superate, continuano a produrre i propri effetti sulle persone. Oggi persino la spiritualità è diventata una forma di profitto e l'arte è la mascherata della vita che stiamo vivendo. Serve un atto di follia per superare tutto questo. San Francesco, secondo la borghesia del suo tempo, era considerato un folle, ma la sua unica follia è stata proprio superare la sua condizione di borghese. Il suo è stato un gesto simbolico: svestirsi del superfluo per abbracciare la povertà che è sinonimo di libertà. Per liberarci dalla schiavitù ci vuole un atto folle, di ribellione. Tutte le società esercitano forme di potere per plasmare la spiritualità delle masse. Parliamo per esempio dell'obesità infantile. Noi viviamo in un mondo in cui si idolatra la merendina. Bisogna darsi una regolata e trovare una via d'uscita. Non dico di vietare le merendine, ma almeno diamo al consumatore tutte le informazioni per compiere una scelta. Perché il profitto deve far diventare merce persino un anelito di spiritualità? Oggi anche l'amore è diventata una merce, come ci conferma tutto questo gran parlare che si fa sul matrimonio e sulla necessità di un rapporto giuridico per ottenere dei diritti. Ma l'amore va oltre. Nei ragazzi è così forte il bisogno di testimoniare il proprio sentimento che non c'è bisogno di andare davanti a un prete o a un pubblico ufficiale per sancirlo, ma basta un lampione e un lucchetto ad esso legato per attestare un sentimento forte. E' qualcosa di importante e nessuno di noi dovrebbe sottovalutare un simile gesto.

Nel film si dice anche che "nel giorno del giudizio sarà Dio a dare conto di tutte le sofferenze del mondo", una frase sicuramente forte.

Ermanno Olmi: E' quel Dio che abbiamo utilizzato che dovrà rendere conto, quello che invochiamo quando andiamo a compiere atti che Egli giustificherebbe. Questi delitti compiuti in nome di Dio non sono altro che la mascherata dell'umanità, la quale, per giustificare i propri atti, li attribuisce al suo volere. Io voglio il diritto di poter credere in un altro Dio, quello che ci parla quando stiamo zitti. Credo che non ci sia persona al mondo che non abbia rivolto lo sguardo verso Dio anche solo in un momento della propria vita, in quel momento in cui un uomo ha bisogno di un aiuto al di sopra delle forze che possono rispondergli. Questo è il Dio che ci interroga, non che ci risponde. Pensiamo per un attimo a quando siamo innamorati e abbiamo verso la persona amata una forma di venerazione. Ogni qual volta noi non siamo leali col nostro sentimento la persona nella nostra coscienza ci interroga. Sono convinto che la sincerità è uno degli atti di coraggio più sublimi che uno possa compiere. Dio deve essere il nostro compagno di viaggio e bisogna porgere e porgersi questa domanda: sei sempre sincero quando ti sono accanto con lealtà oppure la menzogna è una moneta che spendiamo ogni volta che ci fa comodo? Alla mia età certe domande non sono più rinviabili. Nei momenti di grande tragedia dell'umanità persino i bambini si pongono degli interrogativi, come ha dimostrato Anna Frank con il suo Diario.

Il suo film potrebbe essere considerato come un elogio della vita semplice e della dolcezza nei rapporti umani?

Ermanno Olmi: Credo che una dignitosa povertà, che è in contrapposizione a quella disponibilità dell'abbondanza che in genere accompagna le società occidentali di oggi, sia una grande scuola di vita. Bisognerebbe distinguere ogni giorno l'essenziale dal superfluo e la semplicità cos'è se non l'essenziale? Oscar Wilde scriveva che viviamo in un'epoca in cui il superfluo è diventato necessità. Io non invoco certo un ritorno al passato, perché bisogna sempre e comunque andare avanti, ma solo l'essenzialità porta a favorire momenti di lieta quotidianità. E' bello riscoprire una semplicità, anche un po' ingenua, come quella descritta nel film. La vera religione è la scelta personale di ognuno di noi.

Il film si conclude con la musica di Non ti scordar di me. Un riferimento implicito alla necessità della memoria?

Ermanno Olmi: Qualsiasi amore vissuto rimane in memoria. Tra gli amori finiti ci sono quelli che non finiranno mai in realtà. Con riferimento ai libri, ci sono dei testi che vanno dimenticati non per quello che dicono, ma per come noi abbiamo utilizzato ciò che c'è scritto in essi. Spesso i libri sono una forma di soggezione che mortifica il nostro diritto di vivere liberamente. Sono convinto che si impari molto di più tra la gente che a scuola. C'è questa arroganza della cultura accademica per cui devi pensarla per forza in un certo modo e quei pochi studenti che si sono azzardati ad andare contro questa imposizione sono stati cacciati, per poi diventare i più grandi scienziati della storia. La vera cultura è la possibilità di cambiare la cultura.

Lei ha dichiarato che questo è il suo ultimo film narrativo e che da oggi in poi si dedicherà soltanto ai documentari. Perché questa decisione?

Ermanno Olmi: Tolstoj ad un certo punto della sua vita ha deciso di non fare più narrativa, ma ha continuato a scrivere, realizzando saggi e smettendo semplicemente di scrivere romanzi. Io credo che il cinema, che ha delle esigenze precise dettate anche da ragioni economiche, può essere difficile da fare per uno che ha ormai una certa età. Ci sono grosse difficoltà nel fare quel cinema che uno ha in mente, ma devo ammettere che ho sempre avuto un grande aiuto dall'esterno, da parte chi ha scelto di investire soldi per me. Ora però sono in cerca d'altro, di quel sentimento della strada che troppo spesso viene trascurato. E' bello il documentario che va a scoprire il sentimento della realtà ed è questo quello che intendo fare, essere un uomo comune che va tra uomini comuni. Attualmente sto lavorando a due documentari: uno su TerraMadre, un evento in cui tutti i contadini del mondo si sono ritrovati a Torino per riproporsi come protagonisti futuri della società; l'altro riguarda la riconversione del territorio Falk di Sesto San Giovanni, nella periferia di Milano, dove si edificherà un quartiere ecologico su progetto di Renzo Piano. Ma ho anche un progetto segreto e molto ambizioso: fare un lungo documentario andando in cerca della gioia. Ho già pensato al titolo: Chi vuol esser lieto sia.

Raz Degan, come ha affrontato un personaggio così difficile come quello che interpreta in Centochiodi, una sorta di Gesù Cristo dei nostri giorni?

Raz Degan: Lavorare a questo personaggio non è stato un percorso dal fuori verso l'interno, ma un andare dal dentro verso fuori. Non cercavo di imitare il mito di una persona come Gesù Cristo. Ho cercato di vedere il mio personaggio semplicemente come una persona che sta passando una crisi esistenziale e va a cercare una risposta non nel verbo dei libri, ma in quello che c'è intorno a lui. Ho provato a portare in scena il Cristo che è dentro di noi.

Lei è una persona che ha viaggiato molto e che ha abbracciato diverse forme di spiritualità indiana. Come colloca questo film nel suo percorso spirituale?

Raz Degan: Per me il tempio è dentro ciascuno di noi ed è una sorta di consigliere nelle scelte della vita. Cadiamo spesso nella tentazione di stare comodi, di cedere alla libidine della vita. Quando io cerco una risposta il silenzio esercita un potere fortissimo su di me. Oggi c'è questa ossessiva ricerca di uno spazio nel mondo, ma dentro di noi c'è la consapevolezza che quel mondo può essere cambiato. Quando sono andato a cercare una spiritualità in India l'ho fatto nell'intento di arrivare ad avere più silenzio dentro di me. Vivo in un mondo pieno di problemi e vengo da una realtà, Israele, che spesso è rappresentata sui giornali come piena di conflitti. Io ho voluto mettere tutto da parte e sono andato alla ricerca della vita.

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