Recensione Il destino di un guerriero - Alatriste (2006)

Alatriste, tenuto insieme da una struttura narrativa estremamente labile, manca di coesione e di ritmo, e si trascina per quasi due ore e mezza di straziante abulia cinematografica

Nomen omen

Una serie di romanzi di enorme successo, quella di Arturo Pérez-Reverte, incentrata su un personaggio ad un tempo affascinante e tragico, un mercenario che non crede in nulla se non nella lealtà e nell'amicizia dei suoi compagni; la piena coscienza una grande occasione per il cinema spagnolo, che si concretizza nell'ingaggio di un volto internazionalmente noto, quello di Viggo Mortensen, divenuto una star proprio grazie al ruolo di un guerriero, il saggio e possente Aragorn de Il signore degli anelli: un bravo attore di grande carisma, dal fascino ruvido e vissuto, in più in possesso di un perfetto spagnolo. Peccato che all'oculata scelta del protagonista non abbia fatto risontro quella del regista: l'esperienza di Agustín Díaz Yanes è minima, e il poco fatto in passato non era certo garanzia di talento. E Alatriste ne è la riprova. Il film, tenuto insieme da una struttura narrativa estremamente labile, manca di coesione e di ritmo, e si trascina per quasi due ore e mezza di straziante abulia cinematografica.

Ma proviamo a inquadrare la vicenda, evidentemente un patchwork mal assemblato di diversi spunti offerti dai cinque romanzi di Pérez-Reverte dedicati al Capitano Alatriste. Il diciassettesimo secolo, il cuore del Siglo de oro, un periodo di grandi fasti e ma anche di abissali nefandezze per la Spagna imperiale.
Diego Alatriste è un veterano di infinite campagne che s'impiega come mercenario al servizio della corona, dell'Inquisizione e dei privati che vogliano assoldare la sua spada. Nella sua vita c'è poco spazio per gli affetti, a parte l'amicizia per i compagni d'armi. C'è un amore che si nutre d'incontri occasionali con una donna sposata, la bella attrice María de Castro. E - da quando un compagno morente gli ha affidato suo figlio - c'è anche un un ragazzo cui il Capitano si trova a fare da mentore suo malgrado, Íñigo Balboa. Alatriste è rispettato dai suoi pari ed è tenuto da conto dai notabili spagnoli, almeno fino a che, rifiutatosi di uccidere due forestieri (il principe di Galles e il duca di Buckingham), s'inimicherà il potente Inquisitore Bocanegra, che gli metterà alle calcagna il nerovestito assassino Gualterio Malatesta (interpretato da Enrico Lo Verso, una delle cose peggiori del film).

Díaz Yanes annaspa nel destreggiarsi tra agguati, intrighi, battaglie, inganni e tradimenti senza riuscire a imprimere un senso di progressione narrativa o semplicemente un senso all'intera vicenda: il risultato è una sequenza pedestre di tediosi quadretti d'epoca ad alto bugdet, con Mortensen che tenta invano di dare spessore a un personaggio che non gli dà la possibilità di trasmettere alcunché allo spettatore, cosicché il malcapitato, pur non volendo male all'innocuo Alatriste, si trova a fare il tifo per i suoi (ridicoli) nemici, purché abbia presto fine cotanto supplizio filmico. Purtroppo Alatriste ha la pelle dura.

Movieplayer.it

2.0/5