Nico, 1988

2017, Drammatico

Nico, 1988: l’intenso ritratto di una ex Chelsea Girl

Una magnetica Trine Dyrholm presta volto e voce alla celebre cantautrice tedesca negli ultimi anni della sua vita in Nico, 1988, primo lungometraggio in lingua inglese della regista romana Susanna Nicchiarelli: un film cupo e affascinante, presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2017.

My heart is empty/ But the songs I sing/ Are filled with love for you

Un "cuore svuotato", come quello nel titolo di uno dei più bei pezzi del repertorio di Nico, tratto dall'ultimo album della sua carriera, Camera Obscura. Un cuore svuotato, ma in grado di parlare attraverso canzoni traboccanti d'amore: quelle canzoni che Nico, ormai lontana dai fulgori degli anni Sessanta e della Factory di Andy Warhol, intona con la sua voce cavernosa e inconfondibile, arrochita da milioni di sigarette.

In Nico, 1988 la voce, però, non è quella di Nico, al secolo Christa Päffgen, bensì appartiene a Trine Dyrholm, l'attrice danese (con esperienze da cantante professionista) conosciuta dal pubblico internazionale grazie ai film di Thomas Vinterberg e Susanne Bier (al Festival di Berlino dell'anno scorso è stata premiata con l'Orso d'Argento proprio per La comune di Vinterberg), e ora nei panni della modella e cantautrice che negli anni Sessanta incantò personalità come Andy Warhol e Lou Reed.

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All Tomorrow's Parties: Nico dopo i Velvet Underground

Nicole, 1988: un'immagine di Trine Dyrholm

Selezionato come film d'apertura della sezione Orizzonti alla 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Nico, 1988 rappresentava una sfida non da poco per la regista e sceneggiatrice romana Susanna Nicchiarelli, giunta al suo quarto lungometraggio di finzione: non solo e non tanto perché si tratta della sua prima pellicola in lingua inglese, quanto per l'insita difficoltà di affrontare e 'comprimere' in appena novanta minuti una figura complessa quale Nico, la più nota fra le muse di Andy Warhol e un'icona del rock degli anni Sessanta, soprattutto in virtù della sua partecipazione a quell'album rivoluzionario e seminale dal titolo The Velvet Underground & Nico. Se in questa prospettiva appare decisamente saggia la scelta di limitare la materia narrativa a un periodo molto ristretto nella vita di Nico, quello compreso fra il 1986 e il 1988, l'opera della Nicchiarelli riesce a farsi apprezzare ancor di più per il modo in cui si cimenta con un sottogenere rigorosamente codificato quale il biopic su personaggi dello show business.

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Quando si parla del binomio genio e sregolatezza, così come dei tormenti privati di grandi artisti sul viale del tramonto, il rischio dei cliché e dei sentieri già battuti è sempre dietro l'angolo; ma Nico, 1988, pur inserendosi appieno nel suddetto filone, può contare comunque su una capacità di messa in scena che aggira il rischio di un'eccessiva convenzionalità, evitando al contempo derive patetiche e sbavature melodrammatiche. Il ritratto costruito da Susanna Nicchiarelli e da Trine Dyrholm ci mostra una Nico alle soglie dei cinquant'anni, che si rifiuta di parlare del sodalizio con i Velvet Underground e dichiara di aver perso interesse per la musica, ma che una volta sul palco, quando non è in preda agli effetti dell'eroina, è ancora in grado di trasmettere passioni e struggimenti di un cuore tutt'altro che svuotato. Nel corso del film seguiamo pertanto Nico, la sua band e il suo ristretto entourage fra una semidisastrosa tournée in Italia e una rocambolesca esibizione nella Praga sottoposta alla rigida censura del regime filosovietico; assistiamo alle sue bizze con l'amico e manager silenziosamente innamorato di lei e all'angoscia materna per Christian Aaron Päffgen, il figlio tossicodipendente avuto da Nico insieme ad Alain Delon (e mai riconosciuto dal padre).

These Days: ricordando lo "splendore nell'erba"

Fra concerti, baruffe dietro e davanti le quinte e affettuose 'spaghettate' notturne, il film ci mostra la Nico degli anni Ottanta in un implicito ma incessante confronto con il passato. Un confronto che, sapientemente, la Nicchiarelli non esprime con il facile espediente dei flashback, ma sfruttando al meglio le sfumature e i dettagli: che si tratti di un fugace commento su un'infanzia trascorsa in una Berlino sotto le bombe o del peso iconografico di un'artista che si rifiuta di farsi trattare come un pezzo da museo. Così come le performance di Nico non fungono da meri inserti riempitivi, ma assumono di volta in volta un preciso valore narrativo, ricreando suggestioni e stati d'animo della ex Chelsea Girl: che si tratti di uno dei suoi cavalli di battaglia, quella These Days scritta apposta per lei da Jackson Browne, o di un'emozionante cover di Nature Boy.

Se dunque l'approccio di Susanna Nicchiarelli risulta nel complesso più che lodevole, la forza di Nico, 1988 è legata in egual misura anche a una Trine Dyrholm in stato di grazia: all'attrice danese bastano infatti sguardi e movenze per restituire l'intransigenza, i demoni interiori e la sferzante ironia della sua protagonista, regalando un'interpretazione da applausi. Nell'epilogo, infine, il film evita di mostrare in maniera diretta l'assurda morte di Nico, ponendo invece l'accento sul suo percorso di 'riconciliazione' con l'esistenza: una riconciliazione affidata ai versi di William Wordsworth, alla sua Ode all'immortalità e alla nostalgia per "l'ora di splendore nell'erba" che nulla potrà mai riportare indietro.

Nico, 1988: l’intenso ritratto di una ex Chelsea...
Stefano Lo Verme
Redattore
3.5 3.5
Venezia 2017
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