New York, retroscena da un Festival

Ad una settimana dall'inizio della nostra avventura newyorkese, vi raccontiamo cosa significa vivere un festival di cinema nella Grande Mela, nello specifico il New York Film Festival, tra fiumi di caffè, gentilezze sorprendenti, qualche eccentricità e i 'superpoteri' della wi-fi.

La prima volta che si arriva a New York si trascorrono più o meno 48 ore con il naso letteralmente all'insù. Non c'è città, infatti, che faccia sentire più europei di questa con le distanze chilometriche, gli spazi enormi ed una bellezza architettonica completamente diversa da quella cui siamo abituati. La seconda volta, però, ti aspetti di non essere più tanto sorpreso, avendo ormai preso le misure con le sue proporzioni. Ebbene, nulla di più sbagliato. Si continua ad essere invariabilmente sconcertati, soprattutto se, messa da parte l'ottica da turista, si affronta la città con il piglio dell'inviato. L'errore più grande è pensare che, con molti festival di Venezia e qualche Cannes alle spalle, nulla possa destabilizzarti, ma questo è tutto un altro mondo e bisogna accettarlo.

Che sia chiaro, però, lo stupore in questione non è affatto negativo, tutt'altro. Il fatto è che, chi viene da manifestazioni cinematografiche europee è abituato, quasi allenato, se non tristemente assuefatto, a intoppi e difficoltà organizzative varie. In breve, possiamo definirci dei combattenti del cinema, pronti ad affrontare ore di fila interminabili per non entrare in una proiezione, oppure per conquistare un posto in una affollata sala stampa con la connessione traballante. Dunque è legittimo approdare al New York Film Festival e prepararsi al peggio. Ma quando questo non arriva e, al suo posto, si presenta un sistema che non ammette intoppi, rimaniamo interdetti, quasi sospettosi di fronte al miracolo chiamato organizzazione.

Accredito: gioia e dolore di un inviato

Solitamente il primo scoglio su cui si scontra l'entusiasmo di un giornalista è proprio il ritiro dell'ambito accredito. A scoraggiarlo sono spesso file interminabili e il pagamento di una "tassa" di partecipazione dal quale sembra non esserci proprio scampo, almeno per i festival italiani. E' comprensibile, dunque, lo sconcerto provato nell'arrivare al Lincoln Center, non trovare fila e, oltretutto essere accolti con un sorriso e un "how do you do?" dagli addetti all'ufficio stampa. Ora, è evidente che a nessuno interessa veramente come stiamo, ma il semplice fatto di iniziare la mattinata con sorrisi e gentilezza dopo aver completato la quotidiana traversata da Brooklyn all'isola, certo non dispiace. Se poi a questo si aggiunge efficenza, velocità e nessuna richiesta di pagamento, la giornata si fa soleggiata anche se fuori c'è un cielo plumbeo da inizio autunno. A completare questa realtà idilliaca, poi, ci attende il bar dove a disposizione dei giornalisti viene messo caffè e tè a volontà. Nulla di troppo eccentrico o sofisticato. Solo un piccolo ristoro, giusto per sostenersi e intrattenersi tra una proiezione e l'altra. Nonostante tutte queste agevolazioni però, ancora non ci fidiamo e aspettiamo la delusione dietro l'angolo.

New York Film Festival 2014

Take it easy

L'entrata in sala non è impressionante. Lo spazio è raccolto, ma ti fa quasi sentire parte di un'elite pseudo culturale, o almeno così sembra. A riscaldare ulteriormente l'atmosfera, nonostante un culto per l'aria condizionata ingiustificato visto le temperature esterne non altissime, è il direttore della Film Society of Lincoln Center che stupisce per due motivi fondamentale: la sua giovane età, che non supera i quarant'anni, ed uno stile che non conosce impaludamenti o formalità. Con umorismo introduce le proiezione, si presta senza alcun problema a fare da "hostess" durante le conferenze stampa ed indossa scarpe da ginnastica per correre agevolmente dal red carpet alle sale. Abituati allo stretto cerimoniale di un festival come Venezia, questo nuovo approccio non dispiace affatto. Nonostante il Lincoln ospiti una delle organizzazioni culturali e artistiche più importanti del paese, i suoi direttori sembrano affrontare tutto con la filosofia del take it easy. Il che non vuol dire certo non prendere seriamente il proprio lavoro, ma evitare il più possibile qualsiasi protagonismo personale. Perché, almeno in questo ambito, ad essere unico e solo protagonista è il cinema.

Il Lincoln Center, il wi fi e la dieta della Juliiard

New York Film Festival 2014

E veniamo finalmente al Lincoln Center, o meglio, il Lincoln Center for The Performing Arts. Di cosa si tratta esattamente? E' un gruppo di edifici costruiti negli anni sessanta per ristrutturare Lincon Square ma, soprattutto, è il cuore della vita artistica di New York. A dimostrarlo sono ben dodici organizzazioni tra cui la Film Society, la Julliard School, la Metropolitan Opera, il New York City Ballet, la New York Philarmonica e la School of American Ballet. Tutto questo per dimostrare che per la città e i suoi abitanti la cultura non è certo un elemento secondario. E questo insieme di specializzazioni artistiche si esprimono liberamente nello spazio esterno di fronte alla sede del New York Film Festival grazie a gruppi di ragazzi impegnati nelle prove di una parte o alla presenza di longilinee ballerine classiche che, con la grazia di un cigno, si apprestano a mangiare il pasto ipocalorico offerto dalla mensa della Julliard attenta a segnare le calorie di ogni singolo piatto. Non sia mai che le future étoile appesantiscano il loro stile. Tutto questo, naturalmente, si amalgama con l'andamento sereno del festival, con i giornalisti accreditati e con la presenza praticamente perenne del wi fi.

Ed è questo il vero miracolo non solo del festival, ma dell'intera città: ossia una costante connessione. Direte, cosa c'è di strano? Bene, chiunque abbia fatto l'esperienza di una sala stampa e di un festival italiano sa cosa vuol dire lottare con la rete e con i buchi neri in cui si cade dopo aver fatto dieci passi fuori dalla suddetta sala. Inevitabile, dunque, che l'idea di poter lavorare indistintamente e in ogni luogo del festival e della città renda stupidamente euforici. Come se improvvisamente fossimo in possesso di un misterioso super potere. E non sconcerta nemmeno l'assenza di una sala stampa, visto che a pochi passi c'è la Library of The Performing Arts pronta ad ospitare, sempre gratuitamente, chiunque ne abbia bisogno. Certo, alcuni impiegati hanno un'aria forse un po' troppo eccentrica, ma massicce dosi di caffeina sempre a disposizione e un'incredibile vista sul cortile interno del complesso aiutano ad affrontare il lavoro.

Messi da parte facili entusiasmi, è giusto anche spezzare una lancia a favore di festival storici come Venezia. In questo caso la macchina organizzativa deve confrontarsi con un numero di film maggiore e, soprattutto, con un'affluenza di addetti ai lavori più massiccia. Detto questo, però, non sarebbe assolutamente negativo apprendere da oltre oceano alcune lezioni importanti, come l'assenza di protagonismo da parte della stampa, la serietà con cui si affronta il soggetto cinematografico e, per finire, la costruzione di un ambiente che non sia necessariamente ostile.

New York, retroscena da un Festival
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