Nerve

2016, Thriller

Nerve: sciocchi Hunger Games ai tempi di Blue Whale

Tratto dall'omonimo romanzo young adult di Jeanne Ryan, l'adrenalinico thriller diretto dal duo Joost-Schulman ci porta dentro un sadico social game on line dove la voglia di apparire vince ogni paura. Senza cancellare, però, l'idiozia collettiva.

Nerve: Emma Roberts in una scena del film

C'era una volta il Web come semplice archivio, biblioteca infinita di informazioni, puro database virtuale in cui pescare dati. Poi, da semplici naviganti muniti di canna da pesca, siamo diventati nuotatori. Ci siamo messi a sguazzare nella Rete concedendole anima e corpo. E desideri, paure, gusti, speranze. Tutto. I dati siamo diventati noi. Ognuno si è trasformato in pubblico e in palcoscenico, per dare spettacolo di sé o gustarsi quello degli altri. Consapevole delle derive egocentriche del Web 2.0, Nerve cammina sul labile confine tra voglia di giocare e fascino dell'illecito, protagonismo e immancabile spirito voyeur. Tratto dall'omonimo romanzo young adult scritto da Jeanne Ryan, il film del duo Henry Joost-Ariel Schulman (già al timone di Paranormal Activity 3) fa incontrare la generazione del pubblico affamato, cresciuto con i reality, con quella narcisista, infarcita di talent show e social network. Il risultato è un thriller leggero, dedicato ad un pubblico di teenager da esaltare prima e da educare e denunciare poi.

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Ambientato a New York, Nerve si riconosce nel caos della sua città, un caos che è dentro le nostre vite dopo ogni quotidiano risveglio: aprire la mail, rispondere in chat, taggare un amico, commentare una foto, cliccare play su Spotitfy. Navigare significa domare la tempesta del multitasking. Ma che succede quando al timone ci sono dei ragazzi senza bussola? La risposta preoccupante (e troppo moralista) arriva da un film uscito in America lo scorso anno, che arriva in Italia con un curioso e insolito tempismo, ovvero in contemporanea con l'onda mediatica sollevata dal caso Blue Whale, altro social game affascinato dall'idea del suicidio. In Nerve non troverete profonde riflessioni sul tema, ma la vertigine cercata disperatamente da ragazzi annoiati, fermamente convinti che la loro affermazione nel mondo passi da like, condivisioni e follower. Niente che non si sappia già, insomma.

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Obbligo o verità?

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Una mail, una domanda di iscrizione ad un'università lontana da casa. Troppo lontana da casa. Il cursore del mouse temporeggia sulla schermata, trema, riflette, e poi la chiude. Ci basta questo piccolo gesto per capire qualcosa di Vee, timida studentessa modello che vive coccolata nella sua calda tana di famiglia. Il legame con la madre, rafforzato da un trauma comune, portano Vee a vivere sempre inibita, continuamente frenata nei suoi desideri pur di non deludere le aspettative di genitori e amici che vedono in lei la brava ragazza di sempre. Ma per i timidi l'adolescenza non è proprio il massimo. Infatti, i compagni di scuola non perdono occasione per sottolineare l'atteggiamento remissivo e chiuso della ragazza, che un giorno viene sfidata dalla più ribelle del gruppo. La sfida è semplice: iscriversi a Nerve, un torbido social game on line dove ogni utente sceglie se essere spettatore o giocatore. Gli spettatori pagano per guardare, i giocatori guadagnano accettando e superando le sfide proposte dal loro sadico pubblico. Un "obbligo o verità" 2.0, insomma.

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Vee, incuriosita dalla possibilità di uscire dalla sua abituale zona di comfort, si iscrive. E gioca. Pian piano la paura del nuovo si trasforma in qualcos'altro: curiosità, vertigine, divertimento. Insomma, Vee ci prende gusto, soprattutto quando sulla sua strada incontra Ian, un altro giocatore esperto con il quale si tuffa dentro prove sempre più folli e disperate. Uno degli aspetti migliori di Nerve è proprio la messa in scena di un mondo adolescenziale frammentato e caotico. Un mondo che riconosce la sua natura instabile nell'ipertesto. Così la regia di Joost e Schulman è abile nel restituirci non tanto e non solo il caos urbano newyorkese, quanto l'immaginario tempestato di riferimenti pop di cui la Rete si nutre: da Matrix a V per Vendetta, passando per meme e video virali, Nerve imita alla perfezione il mondo mediatico contemporaneo: strabordante di immagini e per questo sovrastimolante. Una realtà in cui i confini morali sono labili e dove l'idiozia collettiva dilaga indisturbata.

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Il virus dell'idiozia

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Tutto nasce da un bacio ad uno sconosciuto per poi trasformarsi in un effetto domino di prove sempre più insensate e pericolose. Corse in moto bendati, treni aspettati sui binari, pistole rubate ai poliziotti. Il sano divertimento diventa sbeffeggiamento del proibito, spettacolo sorprendente utile solo al gusto di chi guarda e non più al piacere del giocatore. Siamo tornati agli Hunger Games, o se vogliamo, a 15 anni fa, quando i reality show ci mettevano davanti al piacere perverso di vedere un solo vincitore e una marea di sconfitti, pronti ad essere dimenticati. In Nerve, invece, quello che conta è veder crescere i propri numeri. E passino pure in secondo piano i bonifici istantanei sul proprio conto in banca. No, quello che conta è il pubblico in diretta, sono i commenti di una platea che sembra conoscere Vee e Ian, perché sono loro che l'hanno permesso. Come facciamo tutti noi, ogni giorno.

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Nerve: Emma Roberts e Dave Franco in un momento del film

In maniera meno profonda del bellissimo Ex Machina, Nerve denuncia proprio questa cieca concessione alla Rete di porzioni di noi. A suon di like, preferiti, post e playlist quando ci affidiamo a sguardi sconosciuti? Nerve punta il dito per poi divertirsi a giocare con la stupidità dei suoi personaggi per i quali è difficile temere o tifare. Indeciso tra la tensione di un thriller e momenti da puro teen movie, il film di Joost e Schulman sembra una puntata di Black Mirror senza lo sguardo lucido e spiazzante della serie Charlie Brooker. Il vero problema arriva soprattutto alla fine, quando il tono del film si fa troppo moralizzatore e sbrigativo, senza aver giocato bene la carta della condanna. Nerve vuole essere troppe cose: vuole giocare e stare a guardare, sporcarsi le mani e poi lavarsele subito dopo. Rimane un esperimento intrigante, a cui manca la ferocia e la maturità necessarie a destabilizzare un pubblico già pronto a riaccendere lo smartphone durante i titoli di coda. Ammesso che fosse davvero spento.

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Giuseppe Grossi
Redattore
2.5 2.5
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