Napoleon Dynamite

2004, Commedia

Recensione Napoleon Dynamite (2004)

Gag minimali che si susseguono senza soluzione di continuità, confezione curatissima e di sicuro effetto, risate facili e sprazzi di poesia.

Alessandro Guerra

Nerd è bello

Siamo abituati a ridere dei nostri vizi, a vederli replicati nei personaggi delle commedie, esagerati, caricaturizzati (e quindi esorcizzati). Ridiamo dei difetti, ridiamo delle disavventure. Nelle vicissitudini del reietto troviamo un riflesso edulcorato dei nostri quotidiani patimenti, nelle disgrazie che puntualmente accadono a chi se ne approfitta ritroviamo la soddisfazione di quella sottile vendetta che vorremmo almeno una volta sperimentare.

Con Napoleon è diverso. Non siamo più davanti a una caricatura, al lato comico che la vita sempre presenta a chi è capace di o si trova nelle condizioni per coglierlo. Perché Napoleon è realmente e ineluttabilmente stupido, senza possibilità di appello, senza nessuna via di fuga, senza alcuna prospettiva di riscatto.
Vestito come se indossasse gli abiti scelti dalla mamma, inforca sempre occhiali spessi, la bocca aperta in un'espressione ebete, gli occhi perennemente socchiusi, i gomiti stretti come per proteggersi; timido con i suoi coetanei fino a diventare aggressivo, instancabile inventore di incredibili balle, sottomesso e sgarbato allo stesso tempo, incredibilmente inetto e privo di qualsiasi talento. Impossibile identificarsi con lui, separati da una distanza che confina con quella stabilita dalla patologia. Impossibile ridere di lui, a meno di non essere dei mostri crudeli. Eppure si ride, e non poco, a un livello così elementare e volgare da rendere la risata l'unico punto di contatto, l'unica forma di dialogo possibile tra noi e il mondo sconclusionato che si svolge davanti a noi.

Napoleon marcia a un ritmo che solo lui può sentire, con la confidenza cieca del folle, la sicurezza dissennata dello stupido, spargendo intorno a sé raggi di cosmica "nerditudine". Al suo passaggio il mondo sembra fermarsi, permeato di una strana poesia, così come immobile è la macchina da presa che ritrae i suoi ingressi improvvisi, le sue performances prive di senso, le uscite di scena inusitate in momenti in cui ci si aspetterebbe maggiore insistenza, una diversa sottolineatura della sua rozza comicità.
Gag minimali che si susseguono senza soluzione di continuità e senza consequenzialità in un universo stilizzato, fatto di colori piatti e visioni frontali, di corpi architettonici semplici e regolari, di ampi spazi vuoti, come quelli di un cartone animato. Jared Hess procede aneddoticamente a comporre il suo grandioso e essenzialmente "inutile" affresco agiografico, con una determinazione e una totale arbitrarietà e una libertà creativa che farebbero impallidire star ben più affermate del panorama indie americano (l'accostamento a Wes Anderson nasce quasi spontaneo, ma vengono in mente anche certe sfumature presenti nel cinema di Todd Solondz, Alexander Payne, Richard Linklater) .

Di certo cinema indipendente americano Napoleon Dynamite eredita tutte quelle caratteristiche che, in un certo senso, ne sono isolabili come segni distintivi: una consistente distanza dal suo oggetto superficiale, una spiccata autoreferenzialità, un discorso a tratti forse troppo marcato su sé stesso che finisce per comunicare un qualche disamore per i propri personaggi, la ricerca di un coinvolgimento razionale prima di tutto, di un'emotività costantemente filtrata da un linguaggio debordante che si mostra in tutta evidenza (colonna sonora lounge, curatissima e di grande impatto, grande lavoro di scenografia e costumi, regia fintamente invisibile e artatamente trascurata).

La storia, sì, c'è anche una storia. Le vicende del giovane Napoleon Dynamite e della sua famiglia, una sgangherata banda di cretini dell'Idaho: il patetico fratello trentenne disoccupato che passa le sue giornate a chattare su internet, lo zio tragicamente aggrappato al ricordo lontano del campione di football che non è mai stato, succube di una sopravvalutata avvenenza fisica e confidente in un fiuto affaristico che lo porta a vendere con ridicola baldanza ciotole Tupperware alle casalinghe della zona, una ragazzina bruttina e impacciata, l'amico del cuore Pedro, un emarginato ispanico che punta all'elezione come rappresentante d'istituto e sulla sua dubbia abilità nel preparare dolci per affermarsi socialmente.
Ma davvero tutto ciò non conta. Quello che importa, quello che rimane, alla fine, è l'inesauribile energia che Napoleon mette nella sua miserabile esistenza, quell'energia che trasforma tutto ciò che c'è di normale nel mondo in qualcosa di estraneo e poco interessante, quell'energia incessante e ottimistica che profuma di speranza e che ci porta a parteggiare spudoratamente per lui, a convincerci che per essere il migliore non serve saperlo e non basta che gli altri lo credano.

Neanche lontanamente paragonabile a una commedia classica - qualunque cosa possa voler dire "commedia classica"-, distante anni luce da qualsiasi teen movie di analoga ambientazione scolastica come dalla farsa politicamente scorretta alla Farrelly bros., Napoleon Dynamite, oltre che un'interessantissima opera prima e un intelligente esperimento di pop "artistico", è prima di tutto un'inimitabile e inesauribile fonte di malinconica poesia, la costruzione di un mondo totalmente "altro" che è uno dei modi del grande cinema.

Recensione Napoleon Dynamite (2004)
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