Profondo Rosso

1975, Horror

Recensione Profondo Rosso (1975)

Dopo tre gialli di impostazione tradizionale e una commedia satirica, Argento dirige il film che più rappresenta il suo modo di fare cinema: un thriller ben orchestrato e delirante che ha conquistato generazioni di spettatori.

Nel profondo del delirio

"Brindo a te, vergine stuprata!": Carlo, completamente ubriaco, risponde così ad un grido che lacera il silenzio notturno della città deserta; il suo amico Mark alza lo sguardo e dalla strada vede una donna ridotta ad un manichino insanguinato appoggiato ai vetri rotti di una finestra. Ecco qui in poche righe l'incipit di un capolavoro: Profondo rosso è sicuramente il film più famoso di Dario Argento, perchè dopo tre gialli d'impostazione più "tradizionale" e la commedia satirica Le cinque giornate, il regista concepisce un film molto personale e che rappresenta pienamente il suo cinema, un classico del thriller e del cinema italiano che Alfred Hitchcock commentò così: "Questo giovane ragazzo italiano inizia a preoccuparmi".

In volontaria reclusione in una casa isolata e spoglia alle porte di Roma, Argento riscrisse la sceneggiatura di Bernardino Zapponi e concepì il film che doveva intitolarsi La tigre dai denti di sciabola per proseguire la "tradizione" dei film precedenti - che nel titolo avevano il nome di un animale - ma stavolta non si trattava di un freddo whodunit: Profondo rosso è un thriller di eleganza tale da sembrare un'opera teatrale non vincolata da pochi metri di palcoscenico ma liberata dal cinema. Tutto in questo film sembra accordarsi alla perfezione: la regia, la colonna sonora dei Goblin, splendida ed ipnotica, la sceneggiatura e l'interpretazione dei protagonisti contribuiscono a creare un'atmosfera surreale che infittisce il mistero del film, particolarmente intricato; dall'assassinio di Helga, indagando, si arriva ad una misteriosa e bellissima villa che si dice sia abitata dagli spettri e tra le cui mura si cela parte dell'enigma del film.

Indimenticabili i personaggi, nella loro ambiguità. Carlo, amico di Mark e musicista da piano bar che consuma la sua esistenza a smaltire le sue sbronze per strada o dal suo compagno; Gianna Brezzi, ambiziosa fotoreporter dallo sguardo enigmatico, un ritratto di donna tipico di quegli anni - ironica, intelligente, libera e dallo sguardo ambiguo, un po' da folle, un po' da donna fatale - una femminista convinta, ma non esagitata, che non rinuncia alla propria femminilità per sedurre Mark Daly. Costui è un pianista americano che si trova ad investigare su una catena di omicidi in un'Italia non convenzionale ed irriconoscibile, anche dal punto di vista urbanistico: le riprese degli esterni, infatti furono effettuate tra Torino e Roma, nonostante la storia sia ambientata nella Capitale. Indimenticabile anche Marta, la madre di Carlo, un ruolo piccolo, ma di tutto rispetto: ironico, spaventoso, sorprendente.

Pur essendo un giallo ben orchestrato, Profondo Rosso ha nella sua struttura qualcosa di indefinibile e magnetico che ha conquistato generazioni di spettatori: le sequenze deliranti delle mani dell'assassino che toccano biglie di vetro, feticci diabolici e bambolotti di plastica e che tracciano linee di trucco nero attorno ai suoi occhi; la sua voce corrotta dalla follia che minaccia Mark da dietro una porta e poi le sequenze degli omicidi orchestrate in modo sadico e snervante; la casa di Amanda Righetti immersa nel buio, mentre la scrittrice si aggira terrorizzata tra le bambole impiccate; il campanello della casa di Helga Ullmann che suona, tagliando il silenzio e preannunciando un massacro; i corridoi dell'appartamento della sensitiva pieni di quadri spaventosi che ricordano il Goya delle Pitture Nere; il "Blue Bar" ispirato a Nighthawks di Edward Hopper e gli interni di Villa Scott, a Torino, che nel film ha il nome più evocativo di villa del bambino urlante, un trionfo di Liberty che evoca cose ormai perdute eppur presenti, in modo inquietante. Il passato sembra essere il tema centrale del film: Helga Ullman sente che in sala conferenze c'è qualcuno che anni prima si è macchiato di un delitto orrendo, e con le sue parole scatena nuovamente la sua furia omicida: e il viaggio a ritroso nel passato dell'omicida diventa, per lo spettatore, un percorso minato nelle proprie paure più inconsce.

Recensione Profondo Rosso (1975)
Fabio Fusco
Redattore
5.0 5.0
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