Recensione Paura e delirio a Las Vegas (1998)

La fine del sogno americano celebrata alla maniera di Hunter Thompson consta di sballo totale, cocktails di mescalina, rhum ed etere e poco, pochissimo tempo da trascorrere mantenendosi lucidi.

Nel deserto con i Gonzi

Il viaggio più folle e lisergico mai apparso sul grande schermo. Terry Gilliam affronta la trasposizione di uno dei romani cardine della beat generation, Paura e disgusto a Las Vegas, racconto autobiografico del giornalista Hunter Thompson che nel 1971 affronta un lungo viaggio attraverso il deserto del Nevada per assistere ad una gara di moto, la famosa "Mint 400", per conto della rivista Sport Illustrated. Compagni d'avventura un enorme avvocato samoano e una decapottabile piena di droghe di ogni tipo. La fine del sogno americano celebrata alla maniera di Thompson consta di sballo totale, cocktails di mescalina, rhum ed etere e poco, pochissimo tempo da trascorrere mantenendosi lucidi. I due antieroi vengono risucchiati in un gorgo di paranoia e depravazione, tra tirate verbali prive di un qualsiasi senso e animali volanti di ogni tipo che popolano le menti preda delle allucinazioni. Ecco allora come il sogno si trasforma in incubo mentre niente sembra più avere importanza nel delirio psichedelico.

Terry Gilliam si accosta allo sgangherato romanzo con divertito entusiasmo e cerca di rendere al meglio la potenza descrittiva e l'esperienza allucinatoria con immagini ai limiti dell'onirismo, tutto questo a scapito della struttura narrativa. Fondamentalmente il film non racconta niente se non il colorato inferno in cui i due improbabili protagonisti vengono risucchiati loro malgrado passando da un trip all'altro. A far da contorno a questa dimensione strampalata appaiono qua e là personaggi collaterali, autostoppisti, ragazze sbandate e gestori di alberghi, che si materializzano come fantasmi bucando, ma solo per poco, la cortina lisergica che offusca la mente dei due protagonisti, con in più la spada di Damocle che pende sulla testa di Raoul Duke: il reportage giornalistico da consegnare assolutamente. L'andamento sussultorio del film, che si trascina da un'allucinazione all'altra, mima sostanzialmente la soggettività narcotica, lo spettatore si trova così immerso in un mondo straniato, incapace di distinguere tra realtà e fantasia, senza che gli vengano date risposte certe e questa full immersion che sembra ripegarsi su se stessa in una spirale infinita, alla lunga, può risultare stancante.

La regia di Gilliam, al di là dell'ingegno visionario che permette di trasfigurare la realtà attraverso l'uso di lenti deformanti, grandangoli, colori acidi e movimenti parossistici, opta per una scelta di campo ideologica: quella di non seguire nessuna ideologia. Abolito qualsiasi punto di vista concreto, la pellicola sembra implodere su se stessa, girando a vuoto solo per il piacere di concentrarsi sulla folle esperienza dei suoi due protagonisti che da soli sostengono buona parte del peso del film. Fondamentale, infatti, la prova attoriale di Johnny Depp, si dimostra bravo più che mai e assolutamente irriconoscibile (cranio rasato, occhiali colorati e camicie di dubbio gusto) nei panni del fantoccesco giornalista sportivo Duke, ma non gli è da meno Benicio Del Toro che presta il volto al poco raccomandabile avvocato Gonzo. Il film, istintuale e caotico, divide nei giudizi, ma il suo valore artistico lo allontana dalla pura e semplice rievocazione della patetica trasgressione del tempo che fu trasformandolo in un viaggio ipnotico e coinvolgente in una spassosissima dimensione parallela.

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4.0/5