Nebbia in agosto

2016, Drammatico

Nebbia in agosto: Il bambino e l'Olocausto

L'orrore per decenni poco conosciuto dell'eutanasia nazista, che sterminò migliaia di ragazzini nella Germania devastata dalla follia: una strage di innocenti che Kai Wassel porta sul grande schermo affidandosi ai toni del melò classico.

Nebbia in agosto: Sebastian Koch in una scena del film

Il grigiore della Germania negli anni '40, la coltre plumbea di quelle giornate che per alcuni furono inconsapevolmente le ultime ore di vita, un bambino jenisch che avrebbe salvato alcuni dei suoi coatenei dall'inferno dell' eutanasia nazista, pratica passata alla storia con il nome di Aktion T4, che prevedeva lo sterminio programmatico di uomini, donne e bambini afflitti da malattie incurabili e perciò incapaci di contribuire al benessere della comunità nazionale. Per capire la storia (vera) di Ernst Lossa, che Kai Wessel ha deciso di raccontare in Nebbia in agosto basandosi sull'omonimo romanzo di Robert Dome, bisogna partire da qui e dall'inevitabile straziante divisione che ne seguì tra sommersi e salvati.

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Nebbia in agosto: Ivo Pietzcker e Sebastian Koch in un momento del film

La follia e l'orrore della Grande Storia

Le prime vittime dell'eutanasia nazista furono i bambini: in cinque mila finirono nei reparti speciali degli ospedali psichiatrici creati per ripulire dal tessuto genetico nazionale tutti quelli affetti da deformità fisiche o disabilità mentali.
A partire dal 1939 il compito di segnalare ogni carattere deviante alle autorità di Berlino spettò a levatrici, ostetriche, medici e infermieri che nella fase finale dell'operazione dal '41 al '43 passarono a occuparsi direttamente della soppressione dei pazienti tramite avvelenamento o lasciandoli morire di fame.
Ernst Lossa trovò la morte in una di quelle cliniche, per la precisione nell'ospedale Kaufbeuren, non senza prima aver pianificato una fuga insieme al suo primo amore Nandl, e aver salvato il maggior numero di vite possibili.

Nebbia in agosto: una scena del film

Per decenni le storture dell'eutanasia nazista rimasero sullo sfondo della storiografia tedesca e dei riti commemorativi e un merito di Nebbia in agosto è senza dubbio quello di aver riportato alla luce una strage di innocenti a lungo ignorata. Ma siamo lontani dai capolavori che la cinematografia sulla shoah è stata in grado di produrre: anni luce dal cappottino rosso di Schindler's List o dal riso amaro di Train de vie - Un treno per vivere. Il film di Wessel si colloca nel filone del melodramma più convenzionale, che ha in sé un grande potenziale didattico e che potrebbe trovare nel pubblico dei giovanissimi l'audience più probabile.

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Piccoli eroi

Nebbia in agosto: Ivo Pietzcker in una scena del film

Il racconto procede prendendo in prestito tutti i cliché tipici della narrazione sull'olocausto: la responsabilità individuale, l'ignavia, la colpa di non aver fatto "tutto ciò che è umanamente possibile", la fredda determinazione degli esecutori materiali, la complicità morale di chi si sentì meno colpevole per essersi solamente limitato a compilare liste interminabili di vivi e di morti, il tristi rituale dei corpi stipati nei camion, il coraggio di chi invece rischiò. Come il piccolo eroe della nostra storia: un bambino ribelle, figlio di nomadi, orfano di madre e con un padre deportato a Dachau, capace di piccoli quotidiani gesti di ribellione in un parterre di personaggi che evoca a tratti le atmosfere di Qualcuno volò sul nido del cuculo. La sua 'deformità'? Essere un "ladro, bugiardo, asociale e ribelle". Sì, perché nei lager ci finirono anche gli indisciplinati e pagarono con la vita un temperamento che non rispettiva i parametri del programma nazista. "Di tutte le persone, fu proprio un ragazzo accusato di essere immorale a salvare la moralità", dirà il produttore Ulrich Limmer: poche parole che riassumono il senso dei suoi gesti.

Preciso nella ricostruzione dei fatti, sentito nelle interpretazioni - dal volto disarmante del piccolo protagonista Ivo Pietzcker alla lucida follia del medico dell'ospedale, il Sebastian Koch de Le vite degli altri) - Nebbia in agosto paga però lo scotto del didascalismo e di una regia anonima, incapace di provocare una qualsiasi forma di empatia nello spettatore.
Nessuna condivisione emotiva dell'orrore, nessun sussulto dell'animo, se non fosse per la consapevolezza che quella di Losse è una storia realmente accaduta che la poesia del cinema avrebbe potuto sublimare con toni decisamente diversi.

Nebbia in agosto: Il bambino e l'Olocausto
Elisabetta Bartucca
Redattore
2.5 2.5
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