Monicelli al Lido omaggia la Roma del 'suo' rione

Abbiamo intervistato il più grande, il più simpatico e il meno diplomatico dei maestri del nostro Cinema che con il suo cortometraggio sul rione Monti di Roma e con la sua straordinaria vivacità ha portato una ventata di allegria nella Mostra affollata di seriose star internazionali.

La situazione politica italiana? "Pesantemente alla deriva, sta tornando il fascismo, sotto altre forme, ma pur sempre di questo si tratta". La cultura? "Totalmente piatta, senza fremiti, senza passione". Il cinema italiano di oggi? "Mi piacciono Virzì, Garrone e Sorrentino, aspettate che siano vecchi come me e vedrete che successone!". Il Sessantotto? "Un'epoca disastrosa per il nostro paese che ci ha ridotto in questa pietosa condizione". Non risparmia nessuno, è attento, sempre con la risposta pronta e la frecciatina nell'arco pronta a colpire nel segno. E' Mario Monicelli, novantatre anni portati come fossero trenta in meno, toscanaccio doc e indiscusso maestro del cinema italiano a portare una ventata di simpatia e di freschezza in quel del Lido, in una laguna affollata di star (e di zanzare) ma privo della spontaneità e della leggerezza che solo i grandi come lui riescono a trasmettere. Lo fa con la sua lucidità, quella di chi ha ancora molto da imparare e da insegnare, ma anche e soprattutto con il suo cinema. Monicelli è infatti al Lido per presentare nella sezione Fuori Concorso il cortometraggio Vicino al Colosseo... c'è Monti, diretto da lui ma nato da un'idea di Chiara Rapaccini, illustratrice e scrittrice di grande talento nonché sua moglie, che insieme a lui vive nello splendido rione romano ad un passo dai Fori Imperiali. Un affresco moderno, appassionato e verace della Roma di una volta, quella che più si avvicina ai suoi ricordi di gioventù e quella che tutti noi romani non abbiamo mai conosciuto e che vorremmo aver vissuto anche solo per qualche giorno. Un cortometraggio di 22 minuti applauditissimo da critica e pubblico pagante.

Da quanto vive in Via dei Serpenti?

Mario Monicelli: Da più di venticinque anni, ma ci avevo già abitato tanto tempo fa, quando sono arrivato per la prima volta a Roma negli anni '30, a quell'epoca probabilmente avevo già la vostra età (ride). Mi ricordo che abitavo in una camera ammobiliata con ingresso scala nascosto da occhi indiscreti che permetteva di portare in stanza chiunque, anche gli infrequentabili.

C'è anche un po' di nostalgia per una Roma sparita?

Monti è uno di quei quartieri in cui si può ancora vivere serenamente lontano dal caos della metropoli, ma non è stata di certo la molla della nostalgia a muovere tutto. Forse però è proprio questo a saltare agli occhi dello spettatore, quell'immagine di quotidianità che ricorda un'Italia lontana, quella in cui sono cresciuto io, un rione a misura d'uomo in cui i servizi sociali funzionano, in cui è davvero difficile che accada qualcosa di brutto. Sarà perché lo stare vicini e in armonia aiuta a vivere meglio.

Quindi è una dichiarazione d'amore al 'suo' rione?

Mi sento a casa, come in famiglia. Conosco tutti, durante le mie camminate in salita ed entrando nei negozi tutti mi salutano come se fossi uno di loro, senza troppe riverenze e senza pretendere nulla in cambio. Mentre giravamo gli abitanti sono stati molto collaborativi, il merito della riuscita di questo cortometraggio va anche a tutti loro e a chi l'ha montato, che ha dovuto vedersi più di 7 ore di girato e scegliere le inquadrature e le sequenze più significative.

La Roma di oggi è tanto diversa da quella in cui ha vissuto da giovane?

E' più grande, più affollata, ci sono più divertimenti. Quando ci ho vissuto per la prima volta io ero ragazzo e mi ricordo che dopo le nove e mezzo di sera era già tutto buio. C'era poca delinquenza, i gruppetti di amici si divertivano a vagare per il centro della città, a spostarsi da una fontana all'altra, a fare pipì sui muri. Era quella la vita notturna di Roma, ma c'era il fascismo non ce lo dimentichiamo.

Quell'epoca è lontana, oggi come vede l'Italia?

Non è troppo lontana, mi sembra che stia tornando il fascismo, mascherato, con indosso un altro vestito ma sempre di questo si tratta. Stiamo tornando indietro, la qualità della vita sta regredendo e questo dalle generazioni moderne è una cosa inaccettabile. Questa classe dirigente ci sta rovinando, come la precedente, che ci ha lasciato solo un'eredità di corruzione e scandali.

Pensa che ci vorrebbe un altro '68?

Per carità! Quella è stata una rivolta dei figli contro i padri, contro le restrizioni e l'educazione rigida, contro la povertà generalizzata, contro il duro lavoro. Ad un certo punto la generazione sotto scacco si è ribellata e ha detto "basta, divertiamoci, dedichiamoci al consumismo spinto". E quello che viviamo oggi è il risultato di questa sommossa. Quella generazione ha rovinato l'Italia, perché ora dovremmo ripetere lo stesso errore? Per diventare ancora più consumisti di quel che siamo già?

Eppure nel '68 Lei era qui al Lido a protestare contro l'organizzazione della Mostra del Cinema...

Certo, ricordo che in quel periodo credevamo molto in quel che facevamo, facevo parte dell'associazione degli autori che contestava la rassegna e gli organizzatori. Volevamo fare un cinema diverso da quello, ma soprattutto volevamo avere la possibilità di proiettare i nostri film, ci interessava solo questo. Ad un certo punto organizzammo anche un contro-festival di protesta, fu molto divertente. C'era Zavattini che si faceva portar via e Pasolini che faceva i suoi distinguo. Quella sì che era un'Italia vivace e combattiva.

Le sue impressioni sull'edizione in corso della Mostra del Cinema?

Mi dispiace non aver visto nessun film, ma a pensarci bene neanche più di tanto. Non sono qui per giudicare nessuno.

Cosa la diverte di più oggi del Cinema e di questo ambiente?

Gli incontri come quello che stiamo facendo in questo momento, le polemiche su quello che può essere considerato o meno cinema d'autore, le polemiche internazionali tra paesi organizzatori dei vari festival. E' tutto molto divertente.

Cosa va a vedere oggi Monicelli al cinema?

Film di autori giovani, nuovi, sconosciuti, anche perché quando vado a vedere film di cineasti noti so già cosa andrò a vedere e mi annoio un po'. L'importante è che chi decide di mettersi dietro una macchina da presa conosca il cinema e il linguaggio dell'arte, non è importante che si azzecchi sempre la storia giusta o il film giusto.

Com'è cambiato oggi il modo di raccontare le storie?

Ogni sceneggiatore e ogni regista fa il suo itinerario, oggi vanno di moda le storie con tanti intrecci, con tanti personaggi e tanti colpi di scena, mentre io sono per le storie aperte, autentiche e lineari, senza troppe complicazioni. Ma mi rendo conto che non è una cosa facile al giorno d'oggi, ma solo così il pubblico si emoziona e si diverte.

E' un dato di fatto che le opere più giovani, applaudite e divertenti siano state quelle di due veterani del cinema come Monicelli e Manoel De Oliveira, come se lo spiega?

Aspettiamo che diventino vecchi anche Garrone e Sorrentino, ho visto i loro due ultimi film, e mi sono molto piaciuti. Ma io confido molto anche in Virzì, Marra, Amoroso: e vedrete che applaudirete e osannerete anche loro come state facendo con noi. Dovranno passare almeno altri vent'anni ma ci sono buone speranze. Il problema grosso del nostro paese sono i distributori e gli esercenti, questi ultimi sono dei bottegai, possiamo paragonarli ai vecchi salumai di una volta. Il futuro del nostro cinema, purtroppo, è nelle loro mani.

Qualche progetto dietro la macchina da presa?

Nessun progetto in corso di lavorazione, ma spero di riuscire a realizzare un'idea che ho in mente da cinquant'anni insieme ai miei amici e collaboratori di sempre, non siamo mai riusciti a mettere su una sceneggiatura, ma non mi va di parlarvene, quando sarà il momento lo farò.

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