Mario Bava, il pittore della morte

Nel trentennale della sua scomparsa, è doveroso ricordare un grande esponente del cinema di genere italiano, che con la sua inventiva seppe supplire ai limiti produttivi che gli furono imposti, influenzando tanto cinema successivo.

Fu un anno maledetto per la paura cinematografica, il 1980. Nel giro di pochi giorni sarebbero scomparsi infatti due maestri del genere (sebbene ricordati in modo e misura molto diversi negli anni a seguire), ovvero Mario Bava e Alfred Hitchcock. Un anno simbolico, se ci si pensa, specie per il cinema di genere italiano, che non solo perdeva col maestro sanremese quello che era il suo più valido rappresentante, ma si avviava altresì a un declino che nel giro di pochi anni avrebbe portato alla triste, ristagnante situazione che ancor oggi stiamo vivendo. Con alcuni importanti "colpi di coda", infatti (Inferno di Dario Argento, la "trilogia della morte" di Lucio Fulci, i primi film di Michele Soavi) quel tessuto produttivo che permetteva la creazione di opere audaci, grazie anche a un sottobosco di professionalità che sapevano sfruttare al meglio i budget risicati a loro concessi, si sarebbe progressivamente sfaldato. E' ancora più importante dunque, alla luce di questo, ricordare a trent'anni dalla sua scomparsa un regista come Bava, che seppe caratterizzare come nessun altro il cinema horror (e non solo) italiano, creando praticamente dal nulla alcuni filoni (il gotico all'italiana, il giallo, lo slasher) ed esercitando un'influenza che si sarebbe allungata su tutto il cinema a venire, arrivando fino ai giorni nostri.

Sul set di Inferno: Mario e Lamberto Bava e Dario Argento
Sanremese, rappresentante di quella che sarebbe stata una vera e propria dinastia di uomini di cinema (il padre Eugenio era un direttore della fotografia e scenografo del muto, il figlio Lamberto sarebbe diventato a sua volta regista, così come il figlio di quest'ultimo, Fabrizio), Bava è approdato alla regia di lungometraggi relativamente tardi, dopo una lunga gavetta con la realizzazione di corti e soprattutto con la direzione della fotografia di alcune opere di registi tra i più importanti della storia del cinema italiano: nomi del calibro di Mario Monicelli, Luigi Comencini, Steno e Mario Soldati. E sarebbe stata proprio questa lunga esperienza come direttore della fotografia (unita alla sua personale passione per l'arte pittorica) ad influenzare in modo determinante tutto il cinema di Bava dopo il suo passaggio dietro la macchina da presa: non c'è infatti praticamente un suo film in cui non si ritrovi una grande attenzione per la composizione dell'immagine, per i giochi cromatici, per un'inquadratura che doveva trasmettere inquietudine a prescindere dall'intreccio (spesso banale) in cui andava ad inserirsi. Caratteristiche presenti già nel suo esordio del 1960, La maschera del demonio, in cui un bianco e nero di matrice espressionista e una mobilità continua della macchina da presa andavano a suggellare un'atmosfera onirica e suggestiva, che suppliva bene alla pochezza della sceneggiatura (solo vagamente ispirata a un racconto di Gogol, Il Vij). Proprio questo frequente disinteresse per la narrazione propriamente detta avrebbe rappresentato una delle caratteristiche ricorrenti del cinema di Bava, che il regista avrebbe sfruttato spesso per dare una cifra ancora più personale ai suoi film: si ricordi il beffardo finale di Terrore nello spazio, ad esempio, o il kitsch spinto, venato di scenografie debitrici alla pop-art, di opere come Diabolik e 5 bambole per la luna d'agosto (tra le sue opere meno comprese), o il cinismo profuso a piene mani nel girare un capolavoro di genere come Reazione a catena. Bava inserisce spesso, nei suoi film, elementi evidenti di auto-ironia e auto-denigrazione, rispondendo così, in modo quasi beffardo, ai budget esigui e alle condizioni spesso precarie in cui era costretto a girare, ma rendendo proprio per questo i suoi film ancora più personali e interessanti.

Daliah Lavi in una scena del film La frusta e il corpo (1963) di Mario Bava
Sul fatto che Mario Bava fosse autore a pieno tondo, nonostante i suoi strenui tentativi di definirsi altrimenti ("sono un artigiano, anzi un artigiano romantico", ebbe una volta a dichiarare) non dovrebbero ormai esserci dubbi. Anche nei suoi film che esulano dall'horror e dal thriller possiamo trovare infatti elementi che riconducono a una poetica personale, come dimostrano l'atmosfera cupa e il look onirico di un peplum quale Ercole al centro della terra, o la violenza brutale, insolita per l'epoca, di un film storico-avventuroso come Gli invasori. La violenza, o meglio la vera e propria "fenomenologia del morire" che ritroveremo nei film più rappresentativi del regista, diventerà una delle caratteristiche fondanti del cinema di Bava: basti pensare agli omicidi sempre più sadici, e fantasiosi, di un'opera fondamentale come Sei donne per l'assassino (che codificava definitivamente il thriller all'italiana) o il collettivo gioco al massacro di Reazione a catena, caratterizzato anche da ardite sperimentazioni registiche (quali un uso insistito del fuori fuoco). Opere in cui Bava mostrava tutto il suo disinteresse per i personaggi (ridotti letteralmente a marionette) e per le loro motivazioni, allo scopo di mostrare un macabro balletto in cui unica protagonista era, letteralmente, la morte al lavoro. E non si può non far cenno anche a come il gusto visivo del regista riusciva a supplire egregiamente alle limitazioni imposte dai budget, con effetti artigianali di sicura presa pur nella loro assoluta semplicità: ed è utile ricordare, a questo proposito, il finale de I tre volti della paura, in cui metacinematograficamente Bava "svela" a sorpresa uno di questi trucchi, concludendo in modo irriverente un film che fino ad allora non aveva visto grosse concessioni all'ironia.

Una inquietante scena dell\'episodio La goccia d\'acqua del film I tre volti della paura (1963)
L'influenza dei film di Bava per il cinema degli anni a venire è nota e innegabile. Dopo la rivalutazione critica dei suoi film (solo italiana: negli USA e in Francia fu da subito considerato un maestro) iniziata negli anni '90, si è voluto finalmente riconoscere a questo regista il merito di aver ispirato, se non direttamente plasmato, la carriera di molti cineasti a volte ingiustamente più blasonati. Il cinema di Dario Argento, per fare l'esempio più ovvio, non sarebbe probabilmente mai esistito senza quello di Mario Bava: e non solo perché il filone del giallo all'italiana, che tanta fortuna ha dato ad Argento, fu codificato da Bava prima in La ragazza che sapeva troppo e poi (più compiutamente) nel successivo Sei donne per l'assassino; ma anche perché la "fenomenologia del morire" sopra ricordata, la fantasia e la visionarietà nella rappresentazione dell'omicidio che ritroviamo in toto nel cinema di Argento, Bava le aveva portate sullo schermo già almeno un decennio prima. Senza contare che opere come Suspiria ed Inferno, con i loro cromatismi e il loro gusto quasi pittorico dell'inquadratura, sono altamente debitrici a ciò che il maestro sanremese aveva fatto in moltissime sue opere (e non a caso Bava collaborò, non accreditato, alla realizzazione di alcuni effetti speciali di Inferno).

Irene Miracle in una scena di Inferno, diretto da Dario Argento
Ma anche cineasti più lontani, geograficamente e cronologicamente, pagano il loro debito al cinema di Mario Bava: un altro esempio lampante è quello di Ridley Scott, il cui Alien deve l'idea di base, e parte dell'estetica, al baviano Terrore nello spazio; e quello di Tim Burton, il cui Il mistero di Sleepy Hollow sembra un omaggio esplicito, dichiarato, ai film del regista italiano, specie a quelli più esplicitamente gotici come La maschera del demonio e Operazione Paura. E proprio a proposito di quest'ultimo è impossibile non ricordare lo "scippo" che un maestro come Federico Fellini attuò ai danni del film nel suo (peraltro splendido) Toby Dammit, episodio del film collettivo Tre passi nel delirio in cui si vedeva una bambina con una palla che sembrava presa di peso dalla pellicola di Bava. Ma si possono portare anche esempi cinematograficamente più "bassi" che hanno ricevuto linfa vitale (quando non diretta ispirazione) dai film del regista ligure: altrettanto noto è il caso di Venerdì 13, la cui scena dell'"impalamento" dei due amanti fu un altro omaggio dichiarato a un'analoga sequenza presente in Reazione a catena, film che peraltro può essere definito il vero iniziatore del genere slasher. Ma ci si può anche spostare geograficamente molto più lontano, ed arrivare persino ad Hong Kong per trovare ancora echi della messa in scena baviana: guardando Storia di fantasmi cinesi di Ching Siu-Tung infatti, in quei paesaggi nebbiosi e in quei colori iperrealisti (comuni a molto del fantasy-horror locale del periodo) non si può non rivedere le tetre scenografie del suggestivo episodio I Wurdalak contenuto nel già citato I tre volti della paura.
E, parlando di citazioni, è forse d'uopo chiudere con il regista citazionista per eccellenza, quel Quentin Tarantino che ha più volte, esplicitamente, dichiarato il suo amore per il cinema di Bava, e che nel suo Le iene fa suo il clima sporco, nero, senza speranza, che caratterizzava il capolavoro maledetto del regista italiano: parliamo di Semaforo Rosso (Cani arrabbiati), violento e disperato road movie noir realizzato nel 1974 e uscito, dopo anni di traversie, solo nel 1995 in home video.

Difficile parlare di epigoni attuali, nel cinema italiano di oggi, per un regista come Mario Bava. Troppo diverso il contesto produttivo in cui il cinema di genere (o quello che ne resta) si muove in questi anni, troppo diverso il cinema tout court in questo periodo storico. Certo, giovani autori come Ivan Zuccon (il cui Colour from the dark sembra rimandare in parte a certa estetica baviana), Gabriele Albanesi (lo aspettiamo alla prossima prova dopo l'apprezzato Il bosco fuori) e l'ultimo Federico Zampaglione sembrano voler ridare un po' di ossigeno a un panorama asfittico, relegato ai festival specializzati e alla distribuzione diretta in home video. Ma in questo caso, più che di eredi di Bava, è corretto parlare di giovani registi che cercano di proporre un cinema diverso, continuatore di una tradizione che ha avuto, nel nostro paese, un passato glorioso ma attualmente ristagna in un presente di fatto inesistente. Farlo guardando indietro, e specie a un regista come Mario Bava, è per costoro un dovere morale, prima che artistico.



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