Marco Bellocchio racconta il suo cinema a Cannes

E' l'italiano Marco Bellocchio il protagonista della lezione di cinema dell'edizione 2010 del Festival di Cannes, in un incontro incentrato sulle origini ed il rapporto con gli attori del regista.

E' indubbiamente un onore quello di tenere la celebre Lezione di cinema del Festival di Cannes, un onore che nel 2010 è toccato all'italiano Marco Bellocchio, in un incontro faccia a faccia con Simon Michel Clement che l'autore si è sforzato di tenere in francese, lasciando all'interprete presente la possibilità di godersi il dibattito al pari del pubblico presente.
Con aria rilassata e con grande naturalezza e disponibilità, Bellocchio si è lasciato andare, raccontando non solo il suo cinema, ma anche la sua vita. E' infatti dalle origini del regista che si è partiti, dagli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia, dirottati sulla regia dopo un anno dedicato alla recitazione. Un cambiamento in linea con il suo passato da pittore, dalla sua passione per l'arte del dipinto, testimoniati dalle prime immagini proiettate sul grande schermo, composte da bozzetti e disegni: sono immagini che si riferiscono ai suoi film più importanti, schizzi che l'autore usa per buttar giù toni ed atmosfere che dovranno trapelare nell'opera finale e che gli servono proprio durante le riprese per non perdere di vista l'idea e le sensazioni iniziali.

I pugni in tasca: l'urlo di Lou Castel in una sequenza
Ma Bellocchio non si ferma qui: la clip de I pugni in tasca è l'occasione per far riferimento al suo trasferimento da Roma, definita "troppo provinciale" a Londra, dove il film è stato scritto, e degli sforzi per racimolare i soldi per girarlo, con tanto di mutuo da venti milioni di lire fatto con garanzia della madre. Per l'autore si tratta di un film personale, se non nei temi, nella produzione, fatta usando la casa dei suoi come set.
Il suo primo lungometraggio gli permette di accennare anche all'attenzione per l'opera come accompagnamento dei suoi lavori, una scelta che viene dalla sua formazione, e di introdurre il discorso sugli attori: se la scelta di Lou Castel è derivata soprattutto da casualità ed opportunità, ottimo è il risultato, con la sequenza finale, girata in due ore, originale per come sa dare un senso di chiusura alla storia personale del protagonista, la sua attitudine interiore che l'attore aveva dimostrato di capire alla perfezione.

Parole anche per Michel Piccoli ed il premio vinto per Salto nel vuoto, film che ha creato problemi per la necessità di doppiare gli interpreti, una pratica che allora era considerata normale e che ha creato un interessante senso di "distanza tra suono e immagine".
Se Lou Castel era istintivo, un po' come Michele Placido, Piccoli sapeva ascoltare i suggerimenti e gli input del regista per svilupparli nella sua interpretazione. E' un modo di lavorare che piace a Bellocchio, che dichiara "se parli con gli attori e gli dai la chiave per capire il personaggio, puoi lasciarli liberi di interpretarlo. A volte per esempio basta fornire un unico dettaglio per permettere loro di dare il proprio contributo liberamente."

Maruska Detmers e Federico Pitzalis sono i due amanti de Il diavolo in corpo di Bellocchio
Nel suo discorso, il regista spiega anche come sia difficile a volte mettere in scena il rapporto tra due persone, di qualunque natura sia: è il caso della fellatio de Il diavolo in corpo, per la quale i due protagonisti hanno dovuto trovare la giusta intimità per superare il problema "dell'impossibilità di fingere dell'attore"; ma anche, in senso diamentralmente opposto, del dialogo su Dio tra padre e figlio ne L'ora di religione - il sorriso di mia madre, che gli ha fornito l'occasione per parlare di diversi temi: prima di tutto la mancanza di equlibrio tra un attore esperto come Sergio Castellitto ed il piccolo interprete del figlio del suo personaggio, uno squilibrio che, secondo l'autore, può portare a buoni risultati; ma anche della difficoltà di recitare con i bambini, nel qual caso è importante girare molto più del necessario per poter scegliere in fase di montaggio i momenti più riusciti.
Ugualmente complesso il rapporto con i suoi musicisti, da Nicola Piovani ad Ennio Morricone: definisce il secondo un vero genio, ma non nasconde di preferire la collaborazione con il primo, più aperto alla collaborazione con lui.

Maya Sansa in una scena di Buongiorno, notte
Parallelamente si è sviluppato il discorso sulla gestione degli spazi e delle luci. Dal bianco e nero de I pugni in tasca al passaggio necessario al colore di Nel nome del padre, realizzato con lavoro sull'illuminazione, con colori molto compatti, per un effetto che definisce "espressionismo colorato". L'ispirazione è Bergman, per la capacità di spaventare cambiando le cose che appaiono in scena, e il cinema scandinavo, verso i quali lo porta l'educazione di Bellocchio, per un risultato che lo rende unico in Italia. Anche il suo approccio al grottesco non è come quello felliniano, più caricaturale, che si basa sulla deformazione dei personaggi.
L'uso dello spazio è evidente anche in Salto nel buio, con le sue scene costruite con impostazione teatrale, ed in Buongiorno, Notte, molto più opprimente e claustrofobico, con inquadrature strette, come un gioco di scatole cinesi in cui l'appartamento dei brigatisti a sua volta contiene la cella in cui è tenuto prigioniero Aldo Moro. In tal senso è importante anche l'uso della televisione nel film, che diventa lo strumento attraverso il quale viene visto il mondo esterno.

Stimolato da Clement, Bellocchio analizza anche le tre fasi in cui si divide il lavoro del cineasta: scrittura, riprese e montaggio. "Se la sceneggiatura non è buona," afferma il regista di Vincere, "non si va da nessuna parte. La parte più importante è però il set, è lì che un regista può dare il contributo maggiore. Infine il montaggio può sistemare qualche problema, ma è un lavoro che preferisco affidare agli specialisti."

Marco Bellocchio racconta il suo cinema a Cannes
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