Luke Cage

2016 - ....

Luke Cage, finale stagione 1: La nascita di un nuovo eroe

Il nostro commento agli ultimi sei episodi della nuova serie Marvel-Netflix, che mantengono le promesse della prima parte della stagione.

N.B.: Tenendo conto dei ritmi diversi con cui le persone guardano i prodotti seriali di Netflix, questa recensione è priva di spoiler maggiori, fatta eccezione per l'ultimo paragrafo appositamente contrassegnato.

Da un serpente all'altro

Adottando una struttura narrativa simile alla seconda stagione di Daredevil, il primo ciclo di episodi di Luke Cage può essere idealmente diviso in due parti, scisse tramite un passaggio di consegne per quanto riguarda il villain principale: a creare problemi al nostro eroe nelle ultime sei puntate non è più Cottonmouth, coprotagonista a tutti gli effetti dei primi sette episodi (guarda caso, quelli fatti vedere in anteprima alla stampa, generando anche a livello di preview un senso generale di compiutezza, cliffhanger permettendo), bensì Diamondback, il cui arrivo è stato suggerito fin dall'inizio. Certo, come fa notare Cage, abbiamo sempre a che fare con dei serpenti (allusione ai soprannomi dei due antagonisti) e il cuore narrativo ed emotivo della serie resta la lotta per la sopravvivenza di Harlem, città-personaggio il cui ruolo si fa sempre più drammatico, ma l'arrivo del classico avversario fumettistico del protagonista segna comunque una leggera trasformazione, dando al tutto un sapore un po' più supereroistico.

Luke Cage: Mike Colter in una scena della prima stagione

Cambia anche la posta in gioco: laddove Cottonmouth era più simile a Kingpin, nel senso che anche lui ci tiene al benessere della propria città ma è disposto a usare metodi poco ortodossi per migliorarla, Diamondback ha un unico scopo, quello di eliminare Cage. Lo scontro si fa quindi più tangibile e personale, ma senza rinunciare al ritratto di una zona in difficoltà e dell'impatto che l'entrata in scena di un vigilante possa avere sulla comunità. Non è un caso che la presenza di servizi televisivi aumenti in questi episodi, né che il vero confronto fisico tra Cage e la sua nemesi avvenga in pubblico. Questo perché Diamondback non minaccia solo il nostro eroe e i suoi amici, ma tutta Harlem, e quando Luke inizia a dargliele di santa ragione lo fa a nome di tutti. Non è un uomo solo a rispondere alle minacce, è una comunità intera a ribellarsi dinanzi all'oppressione e alla violenza: due problemi che attanagliano Harlem in particolare e le zone meno agiate degli Stati Uniti in generale.

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"And all the pieces matter"

Luke Cage: Rosario Dawson e Mike Colter in una scena

Per la presenza di attori come Frankie Faison e Sonja Sohn e le tematiche trattate è difficile non fare un paragone, per quanto possa essere superficiale e potenzialmente sacrilego, tra Luke Cage e The Wire. Un accostamento che l'ultimo episodio della prima stagione appoggia in pieno, dal momento che la regia è firmata da Clark Johnson, veterano del capolavoro di David Simon sia davanti che dietro la macchina da presa e anche uno dei volti di Homicide: Life on the Street, altra serie che ha raccontato la vita e i dolori di una città intera - Baltimora, come in The Wire - attraverso il suo rapporto con la criminalità. Il finale rimane stilisticamente coerente con quanto visto nelle puntate precedenti, ma la presenza di Johnson aggiunge un tocco di poesia malinconica, soprattutto per quanto concerne l'uso della musica (e l'idea di chiudere la stagione quasi senza dialoghi, con gli ultimi minuti dominati da una canzone, fa molto The Wire).

Luke Cage: una scena della prima stagione con Mike Colter

Proprio questa decisione di focalizzarsi sulla questione della giustizia urbana e sulla problematica razziale giustifica anche il fatto che Luke Cage sia un racconto sostanzialmente autoconclusivo all'interno del Marvel Cinematic Universe in generale e del sottogruppo su Netflix in particolare. Certo, la prima apparizione di Claire Temple funge sia da riassunto delle serie precedenti che da preludio a The Defenders, ma nel complesso le avventure dell'ex-galeotto dalla pelle impenetrabile restano nel loro angolino narrativo (anche l'allusione al prossimo show Marvel-Netflix, Iron Fist, è talmente indiretta da poter sfuggire agli spettatori che non conoscono benissimo i fumetti). Eppure non è un caso che la serie sia arrivata sui nostri schermi pochi mesi dopo l'uscita al cinema di Captain America: Civil War (sebbene gli eventi di Luke Cage, in teoria, si svolgano prima dello scontro tra gli Avengers). Con Steve Rogers che ha rinunciato all'uniforme di Captain America, ci vuole un nuovo eroe che creda negli stessi valori. Una funzione che, almeno nei quartieri più malfamati di New York, spetterà proprio a Luke, la cui motivazione per continuare a lottare contro l'ingiustizia è la stessa di Rogers: "I don't like bullies."

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Un eroe per i nostri tempi

Luke Cage: una scena della prima stagione con Mike Colter

Oltre alla sua collocazione cronologica di distribuzione nel contesto dell'universo Marvel, Luke Cage è anche un prodotto arrivato nel momento giusto per quanto concerne sia il mondo nel quale viviamo che il modo in cui viene rappresentato sullo schermo. Per esplicita ammissione dello showrunner Cheo Hodari Coker e dell'attore Mike Colter, la serie è (anche) un ritratto dell'America di oggi, dove le questioni razziali sono tutt'altro che risolte ed è stato necessario creare un movimento come Black Lives Matter. Emblematica a tal proposito soprattutto la decisione di rendere l'hoodie, indumento tipicamente associato alla delinquenza, l'abbigliamento caratteristico di Cage: un messaggio forte e chiaro - l'abito non fa il monaco - che non può non far pensare alla tragica morte di Trayvon Martin. E questo senza tenere conto dei contenuti delle campagne politiche per le prossime elezioni presidenziali, un fattore che, pur non avendo influito direttamente sulla serie (già in fase avanzata di produzione prima che Donald Trump si imponesse come il favorito del partito repubblicano), rende la rappresentazione dei suoi elementi socio-economici molto vicina alla realtà.

American Crime Story: The People v. O.J. Simpson - L'attore Cuba Gooding Jr. in una foto della serie antologica

Una problematica, questa, che è emersa sempre di più nella cultura popolare negli ultimi anni: prendendo in considerazione solo il 2016, basta pensare al successo fenomenale della prima stagione di American Crime Story, che si serve del passato per parlare anche del presente, o del buzz intorno al film The Birth of a Nation (a breve in anteprima italiana alla Festa di Roma), che oltre a trattare un argomento scomodo rimanda anche, tramite il titolo, al controverso kolossal di D.W. Griffith, noto oggi sia per le sue ambizioni narrative e formali che per il contenuto apertamente razzista. Andando a ritroso le tensioni razziali fanno capolino nella serie antologica American Crime, e anche due serie comiche come Black-ish e The Carmichael Show non esitano a esplorare zone più cupe relative alla vita delle persone di colore negli Stati Uniti (il secondo show citato, in particolare, ha affrontato apertamente la questione Bill Cosby). Era quindi inevitabile che riflessioni simili emergessero anche nel genere supereroistico, e per questo motivo Luke Cage non poteva non essere una serie TV, con il respiro ampio necessario per abbinare alla componente action un discorso più importante, troppo forte da contenere in un film di genere di due ore.

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Un futuro da difensore (attenzione, spoiler!)

Luke Cage: Mike Colter in un'immagine della prima stagione

Come abbiamo detto, Luke Cage si propone come storia per lo più autoconclusiva, senza preoccuparsi troppo di ciò che accadrà tra un anno in The Defenders, quando Luke dovrà allearsi con Daredevil, Jessica Jones e Iron Fist. Vengono già poste le basi per il possibile incontro tra Cage e Matt Murdock, ma per ora la serie ha una vera conclusione, forte e toccante, l'unica possibile in un mondo dove non esistono vittorie facili: Luke torna in prigione per scontare il resto della pena originale ed è presumibilmente dietro le sbarre che lo ritroveremo tra un anno. Imprigionato ma innocente, in attesa di tornare a difendere la sua città insieme a nuovi alleati. E noi non possiamo fare altro che aspettare il 2017...

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Max Borg
Redattore
4.5 4.5
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