Lui è tornato: il “grande dittatore” è tra noi!

Il regista tedesco David Wnendt porta sullo schermo il romanzo satirico di Timur Vermes, in cui si immagina l'improvvisa ricomparsa del dittatore Adolf Hitler nella Germania dei giorni nostri: un film che si barcamena piuttosto goffamente fra i toni dell'assurdo e del demenziale, centrando di rado il bersaglio.

Lui è tornato: il “grande dittatore” è tra noi!
Lui è tornato

2015 – Commedia
2.8 2.8

Nella sequenza d'apertura di una delle più famose e delle più belle commedie del grandissimo Ernst Lubitsch, Vogliamo vivere (in originale To Be or Not to Be), Adolf Hitler passeggia con aria svagata lungo le strade di Varsavia, sotto gli sguardi sorpresi e sgomenti dei passanti. Lo stupore attorno a lui continua a crescere, fino al momento in cui una bambina si avvicina sorridendo al dittatore nazista per chiedergli un autografo: dietro la divisa e i famigerati baffetti, infatti, ha riconosciuto il signor Bronski, un trasformista del palcoscenico, il quale ha scelto questo bizzarro travestimento per fare pubblicità al nuovo spettacolo della sua compagnia.

Lui è tornato: Oliver Masucci circondato dalla stampa in una scena del film

L'anno era il 1942, la Seconda Guerra Mondiale era in pieno svolgimento e Lubitsch, due anni dopo il capolavoro di Charles Chaplin Il grande dittatore, adoperava le armi dell'ironia e dell'iconoclastia per mettere in ridicolo il regime nazista e sfidare la sua retorica altisonante. È impossibile, pertanto, eludere un legame diretto fra il classico del regista tedesco approdato a Hollywood e il film sceneggiato e diretto da David Wnendt, Lui è tornato, benché in questo caso risultino ben diversi tanto lo spirito del racconto quanto il contesto di riferimento.

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Lui è tornato: Oliver Masucci in una divertente scena del film

E così può capitare che nella Berlino dei giorni nostri, nello stesso luogo dove settant'anni fa sorgeva il bunker del Führer del Terzo Reich, faccia la sua inaspettata ricomparsa un Adolf Hitler pressoché identico all'immagine del dittatore in documentari e filmati d'epoca: espressione arcigna, baffetti d'ordinanza e una divisa del Reich un po' logora e impolverata. È l'incipit, nonché il paradossale cuore narrativo del film di Wnendt, ma prima ancora dell'omonimo romanzo del 2012 di Timur Vermes, diventato un autentico caso letterario in patria, con un milione e mezzo di copie vendute, in virtù dell'intrigante quesito dal taglio fantapolitico: come reagirebbe Hitler alla vita quotidiana, alla società e alla cultura della Germania odierna? E, domanda forse ancor più significativa, come sarebbe accolto dalla popolazione tedesca un presunto Doppelgänger identico in tutto e per tutto all'originale?

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Lui è tornato: Oliver Masucci steso a terra da una pallonata in una scena del film

Il punto di partenza, insomma, nella sua esasperata assurdità non è privo di premesse stimolanti: utilizzare il massimo "simbolo del Male" dello scorso secolo per colpire un nervo scoperto della storia tedesca, ma anche e soprattutto per mettere in luce contraddizioni, ipocrisie e bizzarri tabù della mentalità borghese (si pensi soltanto all'importanza del nome Adolf all'interno della trama della geniale commedia francese Cena tra amici di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte del 2012). Ma l'Adolf Hitler di Lui è tornato, interpretato dall'attore televisivo Oliver Masucci, si propone fin dalle scene iniziali come un personaggio da candid camera: nella prima parte del film Wnendt adotta non a caso uno stile da mockumentary, descrivendo le interazioni fra un Hitler appena ricatapultato nella Berlino del ventunesimo secolo e i passanti più o meno imbarazzati, divertiti o irritati da questo stravagante interlocutore.

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Lui è tornato: Oliver Masucci e Fabian Busch in una scena del film

Peccato che il potenziale satirico del soggetto, nonché la pluralità dei livelli di lettura che simili elementi narrativi avrebbero potuto offrire al film, rimangano appiattiti in una lunga galleria di scenette farsesche, in cui David Wnendt e i suoi co-sceneggiatori si limitano ad adagiarsi su una comicità grossolana la cui sostanziale banalità finisce ben presto per mostrare la corda: Adolf Hitler che si presenta in una lavanderia per farsi pulire la divisa e le mutande, l'infinità di fotografie e selfie dei cittadini tedeschi al cospetto del dittatore (una presunta gag ripetuta in maniera estenuante), le osservazioni indignate del Führer e la sua meraviglia di fronte a internet sono semplici spunti ridanciani che non vanno oltre il bozzetto parodistico. Un bozzetto reso alquanto stucchevole sia dalle reiterazioni di un copione a cui mancano lo slancio e il ritmo necessari (le ben due ore di durata risentono di diverse lungaggini), sia da un doppiaggio che non rende affatto un buon servizio all'opera.

Lui è tornato: Oliver Masucci e Lars Rudolph in una scena del film

Sembra evidente, nella prima metà del film, che il modello di riferimento di Wnendt e soci, sia sul piano tematico che su quello della messa in scena, fosse il fenomeno Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, ma purtroppo qui mancano quasi del tutto la feroce irriverenza e il carattere estremo del pur sopravvalutato cult di Sacha Baron Cohen: Lui è tornato appare fin troppo preoccupato di strizzare l'occhio allo spettatore, di mantenere una patina di politically correct capace di mitigare la natura controversa del suo protagonista (praticamente assenti, ad esempio, i riferimenti all'antisemitismo, ai lager e all'Olocausto), cosicché i suoi strali satirici raramente colpiscono il bersaglio. Pure a livello di scrittura e di regia il lavoro di Wnendt convince assai poco, con un riscorso eccessivo alla voce narrante che smaschera l'origine letteraria della pellicola, una palese incertezza sul registro da adottare (i repentini passaggi dal mockumentary al buddy movie, fino agli strali sul degrado della televisione) e una messa in scena totalmente priva di interesse.

Lui è tornato: Oliver Masucci, Katja Riemann, Michael Ostrowski e Christoph Maria Herbst in una scena del film

Soltanto in prossimità del finale Lui è tornato tenta di alzare il tiro, di rivolgere il mirino contro quello spettatore che fino a poco prima aveva sorriso con bonarietà davanti a questo Führer goffo e simpatico, sottolineando - con un certo didascalismo - la sua permeabilità al carisma del dittatore: "Lei si è mai chiesto perché il popolo mi segue? Perché in fondo siete tutti come me: abbiamo gli stessi valori". Che davvero Adolf Hitler sia ancora una parte della Germania, quella Germania contaminata da rigurgiti estremisti e xenofobi? Un nuovo aspirante dittatore sarebbe forse accolto con lo stesso entusiasmo che nel 1933 permise a Hitler di prendere il potere in Germania? Interrogativi in grado di raggelare il sorriso, ma che nel film arrivano probabilmente troppo tardi e in modo troppo meccanico. Ma se sul piano cinematografico molto è lasciato a desiderare, la riflessione storica e sociale legata al racconto potrebbe comunque valere almeno una visione.

Stefano Lo Verme
Redattore
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