Salvador Allende

2004, Documentario

Recensione Salvador Allende (2004)

Un documentario apertamente, orgogliosamente schierato, necessario per gettare luce su un personaggio, e su una pagina di storia, tristemente "rimossi" dalle nostre coscienze.

Luce accesa contro l'oblio

Documentarista cileno esiliato a Parigi, già autore di diverse opere che raccontano gli anni del governo socialista cileno e della successiva dittatura, Patricio Guzman decide, con questo film, di condensare in cento minuti vita, pensiero e prassi politica di un uomo troppo spesso dimenticato, la cui storia politica rappresenta un drammatico "buco nero" nella coscienza di molti occidentali attualmente sostenitori del "modello unico" neoliberista.

Mettendo insieme materiale di repertorio e interviste girate ex-novo ai protagonisti di quei drammatici anni, Guzman realizza un'opera intelligentemente divulgativa, coraggiosa nel suo intento di non far cadere nell'oblio i terribili eventi che soppressero ogni spazio di democrazia nel paese, rovesciando nel sangue e nel terrore un'utopia che aveva rappresentato una nuova, concreta speranza per milioni di persone in tutto il mondo. Il regista racconta in prima persona il suo lavoro, facendo trasparire tutto il dolore nel riportare alla luce, come quel graffito liberato dalla sabbia in una delle prime sequenze del film, avvenimenti che lo hanno segnato nel profondo, e insieme a lui la coscienza e la vita politica di un intero paese.

E' apertamente, orgogliosamente schierato, il film di Guzman: non si vergogna di esserlo, e non potrebbe essere altrimenti per l'opera di un uomo che è stato costretto a un esilio pluridecennale dal suo paese. Il ritratto che ne viene fuori è lucido, essenziale, impeccabile nella sua chiarezza: Allende era uno straordinario comunicatore, un leader naturale dal grande carisma, ma soprattutto un uomo che credeva nella trasformazione sociale attraverso le istituzioni, fedele fino all'ultimo a quei principi democratici che i suoi nemici hanno, fin dall'inizio, sistematicamente e brutalmente violato. Un "umanista" della politica, innanzitutto, sullo sfondo di un paese mosso da grandi speranze, che diventano quasi tangibili nelle immagini di quegli anni, in quei volti carichi di speranza che accoglievano il futuro presidente nei suoi viaggi di regione in regione, in quelle folle oceaniche che lo acclamavano dopo, durante la costruzione di un sogno in cui metà di un paese ha fortemente creduto.

Un "fantasma" che rivive anche nelle parole di coloro che lo hanno conosciuto e ne hanno seguito la vita e l'attività politica, di coloro che fino all'ultimo gli sono stati fedeli, e anche dei suoi nemici: nell'inquietante sorriso di Edward Korry, allora ambasciatore statunitense in Cile, che dichiara con disarmante tranquillità che "ognuno raccoglie ciò che semina", c'è tutta l'importanza dell'uomo politico e la sconvolgente "pericolosità" dell'utopia che incarnava. Un sorriso, così tristemente simile a quello di tanti protagonisti dell'attuale palcoscenico politico, che conferma la necessità di film come questi, di opere che gettino un'ondata di luce (magari colorata di un preciso colore, ma pur sempre luce) sui tanti buchi neri che la storia contemporanea, ancora oggi, ci presenta.

Recensione Salvador Allende (2004)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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