Lost

2004 - 2010

Lost dice addio: un vuoto difficile da riempire

Dopo sei anni in onda, Lost saluta il suo pubblico con un finale deludente per molti, lasciando un vuoto nel palinsesto della ABC che l'ha ospitata.

21 Settembre 2004 - 23 Maggio 2010: quasi sei anni in televisione, e sull'isola più famosa del mondo, che, comunque sia andata, lasceranno il segno nel panorama televisivo mondiale. Un periodo di tempo mediamente lungo, in termini televisivi, che lascia la ABC priva di una delle sue serie di maggior successo tra quelle attualmente in onda, scavando un vuoto profondo nei palinsesti del network.
Un vuoto amplificato non solo dai numeri totalizzati ogni settimana da Lost, in realtà non più elevati quanto altre serie concorrenti, quanto per il significato che la serie creata da J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber ha avuto in questi anni: noi stessi ne abbiamo sottolineato l'importanza non più tardi di febbraio in un nostro editoriale, ricordando quanta dell'unicità della serie si sia riflessa anche sul panorama televisivo nostrano, arrivando lo scorso 24 Maggio mattina ad un evento mai verificatosi in precedenza: la contemporaneità della messa in onda del finale con gli USA sulla italiana Fox.

Ma quello lasciato nei palinsesti mondiali non è l'unico vuoto che ci preme sottolineare in questa nostra riflessione. L'altro, ben più grande, è quello rappresentato dalla trama delle sei stagioni dello show, da una mitologia apparentemente ricchissima, complessa, articolata, elaborata, che in definitiva si è ridotta al nulla assoluto, ad un vuoto che in sei anni è diventato sempre più difficile da riempire.

Terry O'Quinn, Evangeline Lilly e Matthew Fox in una scena dell'episodio 2x01 di Lost
Vista a posteriori, infatti, la complessa architettura della serie si può ridurre a due temi basilari: da una parte lo scontro tra due entità, una bianca ed una nera; dall'altra un manipolo di personaggi smarritisi nelle loro vite, che nell'esperienza sull'isola ritrovano sè stessi. Dimentichiamoci la Dharma, botole e numeri, domande e misteri, bambini rapiti e soprattutto l'orso polare: di tutto questo, nel finale andato in onda alcuni giorni fa, non c'è che una flebile traccia sussurrata con timore.
Che le fatidiche risposte non ci sarebbero state è un sospetto che molti avevano da tempo ed al riguardo ci sentiamo di contestare soprattutto la sicurezza con cui gli autori hanno continuato ad affermare, fino alla fine, la loro intenzione di fornirle. Chi scrive è generalmente d'accordo con chi pensa che il viaggio valga molto più della meta da raggiungere, ma è pur vero che quando il traguardo viene enfatizzato e sottolineato con tale forza ed ardore, il viaggio in sè perde tutto il suo fascino, diventando soltanto il mezzo per raggiungere uno scopo, ed è il motivo principale della crescente delusione sopraggiunta al termine del doppio episodio La fine.

Ma non basta.
Ben più grave ci appare la totale deriva rappresentata dalla stagione conclusiva di Lost, lenta e mal scritta, inutile e senza senso, ridotta ad una sequenza di episodi in cui accadeva poco e quel poco risultava spesso privo di interesse e mordente. Possibile che quello che abbiamo visto sia quanto gli autori avevano in mente quando hanno messo in piedi il drammatico finale della stagione 5, facendoci credere di voler azzerare tutto con l'esplosione nucleare? Ed andando ancora più indietro, possibile che quando tre anni or sono hanno negoziato con il network una data di fine per poter raccontare liberamente la loro storia, avessero in mente proprio quello che abbiamo visto di lì in avanti?

Matthew Fox nel Pilot del telefilm Lost
Dopo una fulminante prima stagione, la serie ha ampliato la sua mitologia fornendo abilmente e sorprendentemente sempre nuove domande e spunti di discussione agli spettatori; un'impostazione che per almeno le due stagioni successive ha continuato a funzionare, inanellando una sequenza di episodi emozionanti, che rapivano il pubblico per tutti i loro quaranta minuti di durata. Ma era una strada non percorribile per troppo tempo ed il meccanismo iniziava a dare segni di logorio, motivo che ha spinto Carlton Cuse e Damon Lindelof ad accordarsi con la ABC per il numero di episodi che li avrebbe separati dalla fine, per pianificare contenuti e tempi della strada che li separava dal traguardo.
Fissata la conclusione al 2010, le tre stagioni successive avrebbero dovuto rappresentare la strada verso il tanto sospirato finale, ma l'entusiasmo per l'inizio di questo viaggio si è via via affievolito quando sono state messe in campo nuove tematiche che hanno complicato piuttosto che spiegare quanto costruito in precedenza, una su tutte quella dei ripetuti salti nel tempo. Una ulteriore divagazione che è però diventata vera e proprio deriva nel corso dell'ultimo anno, nel corso di diciotto episodi che, a differenza del passato, annoiavano piuttosto che appassionare, diciotto episodi in cui due storyline si alternavano senza nè arricchire nè portare avanti la storia, ma soprattutto senza emozionare, fatta eccezione per alcuni facili momenti delle due ore conclusive.

Matthew Fox e Jorge Garcia giocano a golf davanti al resto del gruppo nell'episodio 'Solitudine' di Lost
Da storia focalizzata sui personaggi, alcuni forti personaggi, a serie dalla complessa mitologia, Lost non ha saputo bilanciare le sue due anime, perdendo di vista a metà del suo viaggio lo sviluppo dei suoi protagonisti, per tornare ad essi quando era ormai troppo tardi, finendo per non accontentare nè gli amanti della sua prima anima, nè quelli che apprezzavano l'impostazione cerebrale della seconda. E' per questo che consideriamo il finale, e non solo quello, deludente e fallimentare, per la sua capacità di non accontentare quasi nessuno.
Perchè la serie che tanto abbiamo amato in passato meritava una conclusione migliore, meritava di spegnersi con la stessa intensità con cui ha brillato.

Lost dice addio: un vuoto difficile da riempire
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