Locarno 2011: Mike Medavoy 'Quella volta che dissi no a Tarantino'

Uno dei produttori più importanti del panorama indipendente americano svela i retroscena del suo lavoro commentando la complessa lavorazione di un capolavoro come Apocalypse Now e il rifiuto della violenza gratuita in Pulp Fiction.

Il premio Raimondo Rezzonico di quest'anno va a uno dei produttori più importanti della storia del cinema americano che però, per scelta, ha voluto mantenere un certo anonimato sul proprio lavoro mettendo il mestere al servizio degli studios per cui ha lavorato. Mike Medavoy, classe 1941, nato a Shanghai e cresciuto in Cina e Cile grazie allo spirito avventuroso dei genitori, ebrei di origine russa, è uno dei pilastri della Hollywood liberal. Ha sostenuto le campagne presidenziali di Clinton e Obama, ma soprattutto non ha mai rinunciato a difendere la propria indipendenza creativa sia quando lavorava nel sistema degli studios sia in seguito, quando ha scelto la via della produzione indipendente fondando la Phoenix Pictures. In forza alla United Artists, Medavoy ha prodotto pellicole come il contestato e discusso Qualcuno volò sul nido del cuculo, Io e Annie, ha creduto in Sylvester Stallone sostenendedolo per il suo Rocky ed è responsabile di tre delle più incisive pellicole dedicate alla sporca guerra del Vietnam: l'immenso Apocalypse Now, il bellissimo Tornando a casa e il crudo Platoon. Con più di trecento film all'attivo, i suoi ultimi successi sono il cupo Shutter Island e il visionario Il cigno nero, pellicola che ha fruttato il premio Oscar a Natalie Portman.

Ne Il bruto e la bella di Minnelli troviamo il personaggio di un produttore molto creativo. Tu che tipo di produttore sei?

Mike Medavoy mostra felice il suo pardo d'oro al Locarno Film Festival
Mike Medavoy: Il mio stile non è quello di tentare di controllare tutto. Il film è sempre un'opera collettiva, è il prodotto di molte persone. Sono stato fortunato a lavorare in situaziondi grande libertà, in cui non c'era uno di quei studios che tentano di imporre dall'alto le decisioni, ma le decisioni provenivano da un gruppo di persone con grande esperienza. Maestro come Zinnemann e Wilder, erano felici di collaborare con la United Artist perché gli veniva data la libertà di creare. Personalmente non sono un uomo fissato con i dettagli. Mi piace pensare che la mia principale dote sia la capacità di coordinare un team, di tenere sotto controllo la situazione generale. I grandi produttori di Hollywood come David O. Selznick o Richard D. Zanuck erano persone concentrare sui dettagli che lavoravano a stretto contatto coi registi. Quello che voglio fare io invece è creare situazioni favorevoli per gli artisti e sono stato fortunato perché dopo 42 anni sono ancora qui e ho imparato dai miei errori. Oggi gli studios tentano di controllare ogni passo e questa è la differenza sostanziale rispetto al mio cinema.

Come è perché hai deciso di fondare la Phoenix Pictures?

Prima di tentare di creare la mia personale compagnia ho lavorato a lungo nel mondo della produzione collaborando con la United Artists e la Orion Pictures. Fino al 2000 non ho mai voluto comparire nei credits perché volevo che ad apparire fossero le persone che stavano tutto il giorno sul set. Nella fase di distribuzione accadono tante di quelle cose su cui non si ha il controllo così ho deciso di assumere un ruolo più centrale e ho fondato la Phoenix. Avrei potuto scegliere la via della produzione indipendente già qualche anno prima, ma ho avuto una parentesi alla TriStar. Nell'ambiente ho la più reputazione di essere duro quando c'è la necessità, ma cerco sempre di essere gentile con le persone che collaborano con me per creare un ambiente di lavoro piacevole.

Negli anni '70 hai prodotto alcuni dei film più importanti a livello non solo qualitativo, ma anche ideologico. Opere come Qualcuno volò sul nido del cuculo, Apocalypse Now e Tornando a casa hanno contribuito a mutare il pensiero collettivo.

Io credo che gli anni '60 e '70 sono stati un periodo chiave per il cambiamento politico-ideologico in America e nel mondo. Le lotte per i diritti civili, le proteste studentesche, il movimento hippie hanno cambiato per sempre la società. All'epoca io sono stato nell'esercito americano perché era obbligatorio, ho vissuto attivamente gli sconvolgimenti, però non credo che i film debbano contenere necessariamente messaggi politici rivolti alle persone. La politica e il cinema sono due ambiti di cui mi occupo attivamente, ma non ritengo necessario che siano sempre uniti. Essendo cresciuto in Cina e Sud America ho conosciuto l'impatto sulla popolazione disagiata e sui giovani degli eroi che lottano per i poveri come Robin Hood, ma credo che il cinema possa e debba far sognare, non solo educare.

Quindi non sei contrario al cinema commerciale di puro intrattenimento?

Mike Medavoy ospite a Locarno col direttore Olivier Pere per ritirare il Premio Rezzonico
Prima di tutto io faccio film che mi interessanto personalmente. Il cinema è un ottimo modo per raccontare storie, l'aspetto più importante di un film sono i personaggi che contiene e che si rivolgono al pubblico per raccontare qualcosa. Il motivo per cui lo fanno è intrattenere il pubblico rivolgendosi prima di tutto al cuore e forse, nellla migliore delle ipotesi, anche alla coscienza e al cervello. A volte ho fatto degli errori, ho puntato su un film o su un regista sbagliato. Ci sono così tanti aspetti di cui tener conto: l'idea, la sceneggiatura, il regista, gli attori... tutto questo influenza il risultato finale. In molti casi sono stato coinvolto in film che nessuno a Hollywood voleva realizzare. Molti erano interessati a Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma volevano cambiare finale e aggiungere una conclusione positiva. Nessuno voleva produrre Balla coi lupi perché era un momento in cui il western non andava, non volevano Rocky perché era un film sulla boxe né Il cigno nero perché era sulla danza. Io ho lottato fino in fondo per difendere le opere in cui credevo.

Come riesci a creare un equilibrio tra arte e guadagno?

A Hollywood so che ci sono molte persone che pensano che io abbia ormai fatto il mio tempo e io so anche chi sono. Il mio equilibrio riguarda solo me stesso e quello che sento. Avrei potuto dedicarmi prima alla produzione indipendente, ma ho imparato molto anche lavorando con gli studios. Il denaro non è mai stato il cuore del mio lavoro, molti miei colleghi sono diventati più ricchi di me, ma hanno fatto scelte diverse. Loro non amano i film, io si. Non mi piace produrre sequel, io non avrei prodotto Rocky II e infatti non l'ho fatto e non avrei prodotto un Terminator 2 - il giorno del giudizio. In parte ciò riguarda il mio senso di noia, preferisco cambiare ed esplorare idee diverse.

Quale è la differenza tra il circuito del cinema commerciale negli Usa e nel resto del mondo?

La Svizzera incarna perfettamente anime e culture diverse, quella francese, tedesca e italiana. Io lavoro in Giappone, in Cina. I mercati internazionali spesso sono più redditizi dei mercati interni. L'inglese è un linguaggio universale perché lo conoscono in tutto il mondo perciò gli Stati Uniti dominano il mercato. Poi ci sono delle pellicole artistiche che sono comprensibili solo da poche persone e difficilmente vengono prodotte perché nessuno vuole investire su un film che non verrà visto. La United Artists ha deciso di produrre Transamerica anche se all'inizio era contraria, ma poi il film è andato molto bene in alcuni paesi, tra cui l'Italia. Anche Il cigno nero ha fatto molto bene in Francia, ma in generale un po' dappertutto. Indovinare il mercato a volte è una scommessa. C'è un senso universale dei film, ma in ogni paese cambia il periodo di punta. Negli Usa i grandi blockbuster vengono distribuiti in estate, a Natale e durante la campagna per gli Oscar. Gli americani in genere soni concentrati sul proprio mercato. Per esempio i film norvegesi, negli Usa, hanno la stessa distribuzione dei film porno e se sono veramente buoni hanno una diffusione minima.

Martin Sheen in una scena di Apocalypse Now
##Oltre agli Oscar, c'è qualche festival internazionale che garantisca buoni incassi e visibilità?## In realtà anche gli Oscar non garantiscono sempre buoni incassi. Basta vedere il caso di The Hurt Locker. Ora stiamo producendo un film intitolato What to Expect When You're Expecting, pieno di star. Verrà distribuito per la festa della mamma e vedremo come andrà.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Ho tre cose in mente. La prima storia che voglio raccontare, e che verrà prodotta in Cina, è tratta da un romanzo e narra la storia di una donna che impara a suonare il piano da un insegnante russo ebreo. Tra i due nasce una grande storia d'amore. Per dirigere un film come questo ci vorrebbe il regista più grande di tutti, David Lean. Poi vorrei realizzare due film in Cile, il primo dedicato alla storia dei 33 minatori cileni emersi dalla miniera in cui erano intrappolati. Quando ho incontrato alcuni dei minatori a Los Angeles ho capito che vi è una storia molto profonda di quella che ci è stata narrata dalle televisioni. Perciò presto mi recherò in Cile per capire come realizzare il film. La seconda storia a cui tengo molto riguarda la fine della rivoluzione di Pinochet. Anch'essa è ispirata a un romanzo che ricostruisce la rivoluzione pacifica.

Quale è stata la tua più grande occasione mancata?

Se guardo indietro penso ai molti errori che ho fatto e probabilmente il più grosso è Pulp Fiction perché avevo accettato di produrlo, ma c'erano un paio di cose che mi infastidivano, Per esempio, mi dava molto fastidio la scena in cui i due protagonisti uccidono per sbaglio un uomo seduto sul sedile posteriore e il cervello schizza sul vetro del lunotto. La vedevo come una violenza vuota e gratuita, così mi sono seduto con Quentin e gli ho spiegato che per me quella scena era troppo violenta. E lui mi ha risposto: "Ma Mike, è divertente!" Quentin ha uno strano senso dell'humor. Io sentivo che per me quel film non andava bene e non l'ho fatto, però non rimpiango il passato perché non fa parte del mio carattere. Se ho fatto un errore ormai non posso fare altro che guardare avanti. Avrei dovuto fidarmi di Quentin, ma è andata così.

Sulla lavorazione di Apocalypse Now sono fiorite molte leggende. Puoi fare chiarezza raccontandoci qualcosa di quel set?

Natalie Portman nel ruolo di Odette in Black Swan
Tornando a casa, Platoon e Apocalypse Now sono i tre film dedicati al Vietnam che amo di più. Quando Apocalypse Now è stato girato eravamo ancora in guerra. Platoon è risultato una vera e propria sorpresa, nessuno prevedeva un tale risultato. Tornando a casa era legato alla presenza di Jane Fonda e abbiamo contrattato a lungo col suo agente prima che lei accettasse. Per quanto riguarda le leggende nate sul set di Apocalypse Now, in parte sono vere e in parte inventate. La lavorazione è stata drammatica, avevamo sforato il budget, Martin Sheen ha avuto un infarto ed è stato ricoverato e io pensavo che il film non sarebbe mai stato finito. A un certo punto ho preso e mi sono recato in elicottero a parlare con Francis Ford Coppola e gli ho chiesto: "Quando finirai il film?" Lui mi ha risposto: "Mai". Per fortuna non è andata così. Prima di Coppola anche John Milius e George Lucas avevano letto lo script e avevano preso in considerazione di dirigere il lavoro sviluppandolo e aggiungendovi le proprie idee, ma noi ci siamo fidati di Francis. Lui ha chiesto dei cambiamenti, ha voluto Marlon Brando e alla fine ha realizzato un capolavoro.

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