Dogtown and Z-Boys

2001, Documentario

Recensione Dogtown and Z-Boys (2001)

Dogtown & Z-Boys racconta la rabbia e la voglia di riscatto di un gruppo di ragazzi con nessuna strada davanti a sé. Di come due uomini ispirati seppero fare della vita di una banda di adolescenti un'opera d'arte. Di un'ennesima versione del sogno americano.

Alessandro Guerra

Lo stile conta

Alla fine degli anni '60, Dogtown è un sobborgo miserabile e degradato di Los Angeles; i resti arrugginiti dei luna park della Coney Island della west coast rovinano nel pacifico dando vita a un paesaggio spettrale. Qui, nello spot più pericoloso della California, un gruppo di ragazzini emarginati di varie etnie, tutti provenienti da famiglie disagiate, surfano tra i pali dei pontili e le travi d'acciaio, opponendosi con la loro rabbia e il loro stile radicale all'atmosfera swinging e spensierata del surf tradizionale. Quando Skip Engblom e Jeff Ho, un eccentrico e rivoluzionario designer, aprono il loro negozio di tavole a Dogtown, il Jeff Ho & Zephyr surf shop diventa ben presto il luogo di ritrovo preferito della banda.

Ho, Engblom e Craig Stecyk, un fotoreporter, li prendono sotto la loro ala protettrice. Nasce lo Zephyr Surf Team che si conquista in breve tempo una certa notorietà grazie alla dedizione al surf e al carattere particolarmente duro dei suoi componenti.

Nelle ore in cui non fanno surf, gli Zephyr Boys si dedicano allo skateboard. Con il decisivo apporto di Ho e Engblom, che li spronano alla ricerca ossessiva di uno stile, e di Stecyk, che li guida artisticamente creando un'estetica ancora oggi imitata e portandola alla ribalta della cultura pop anni '70, Jay Adams, Tony Alva, Stacy Peralta e gli altri re-inventano lo skateboard importando lo stile e le figure del surfista hawaiano Larry Bertleman e trasformando quello che era poco più di un divertimento per ragazzini in un fenomeno culturale e in un business di dimensioni mondiali.

Dogtown & Z-Boys racconta la rabbia e la voglia di riscatto di un gruppo di ragazzi con nessuna strada davanti a sé. Protetti dall'infamia dello slum, lì dove "il mare incontra i detriti", si ritagliarono il loro spazio, la loro piccola fetta di sogno americano, concentrandosi ossessivamente sull'unica cosa che sapessero fare bene, uno spiraglio di opportunità lasciato aperto dalla società opulenta dei college e delle spiagge dorate. Gli Z-Boys si distinguono dagli altri per la loro sfrontata consapevolezza di essere i migliori, evitando la competizione e dedicandosi esclusivamente alla ricerca di uno stile, di un'identità, di un segno con cui marcare un'epoca in cui sembravano destinati a vivere da comparse.

Jeff Ho e Craig Stecyk fecero della vita di un gruppo di adolescenti un'opera d'arte, senza peraltro raccoglierne poi i succosi frutti, travolti dalla calca mediatica e dal potere dell'industria. Dogtown and Z-Boys racconta di come, per una volta, la manipolazione di giovani coscienze servì a fare di un gruppo di diseredati degli individui dotati di consapevolezza, orgoglio e determinazione.

Dogtown and Z-Boys è anche il racconto di come, per l'ennesima volta, le industrie e il denaro riuscirono a corrompere e a dissolvere un sogno, a fagocitare nel sistema, omologandoli, degli uomini che credevano di essere una nuova razza.

Stacy Peralta, oltre ad essere un nume tutelare dello skateboard, si rivela un capace e sensibile documentarista. Dopo aver diretto alcuni mediometraggi mirati essenzialmente alla promozione della sua squadra di professionisti si misura con un progetto ambizioso e fa centro al primo colpo (chi ha già visto il successivo Riding Giants sa che non si tratta di un colpo di fortuna). Il materiale d'epoca raccolto è semplicemente fantastico, e testimonia un progetto estetico che nasce già in quegli anni. I filmati sono ripresi con mano tutt'altro che naif da Stecyk e Ho, le immagini di Stecyck e quelle di Glen E. Friedman (il fotografo principe dell'hip-hop) sono insieme dei capolavori di tecnica e espressività. Peralta rivisita quegli anni con delicatezza e rispetto, consapevole di star ri-scrivendo il mito di fondazione di sé stesso e dei suoi amici, forse eccedendo addirittura in discrezione a favore di Alva e degli altri. Dimostrando una lealtà e un affetto degni di un film (come non pensare a Un mercoledì da leoni) e una compassione sincera per Jay Adams, forse il più talentuoso e sregolato degli Z-Boys, dimenticato dallo star system e dalla ricchezza in una cella di una prigione delle Hawaii, spingendolo ad aprirsi in una lunga e amarissima intervista.

Recensione Dogtown and Z-Boys (2001)
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