Natural City

2003, Fantascienza

Recensione Natural City (2003)

Profondamente permeato dalla filosofia e dall'immaginario distopico di Philip K. Dick, Natural City è un kolossal coreano godibile, ma fin troppo debitore nei confronti di Blade Runner, delle cinematografie giapponese e americana, così come del cinema d'azione di Hong Kong.

ll Blade Runner coreano

La Moviemax si fa promotrice di una campagna di solidarietà e devolverà il primo giorno di incasso di Natural City, presentato in anteprima al Future Film Festival 2005 di Bologna, ai bambini tragicamente colpiti dallo tsunami nel sud-est asiatico.

Nello scenario post-nucleare del 2080, l'ingegneria genetica invade la quotidianità in maniera così pervasiva da rendere la riproduzione e la modificazione del DNA operazioni fattibili e consuete. S'impone così la NEUCOM, una corporation che progetta cyborg: la nuova forza lavoro della società, disponibile a soddisfare tutte le esigenze e i capricci degli esseri umani.
Nella destabilizzata città-stato di Melcaline City, una delle tante nelle quali l'umanità si è riunita, il racconto si concentra ben presto su R (Yoo Ji-tae), membro di un corpo specializzato di polizia addestrato all'eliminazione di particolari cyborg, provvisti del codice genetico umano.
Guidati da Cypher (Jung Doo-hong), questi androidi sviluppano comportamenti devianti rispetto ai loro simili, addomesticati dagli uomini, e si ribellano al sistema nella speranza di prolungare la loro - già prefissata - morte.
R è spesso ripreso durante le azioni dal suo capitano, l'integerrimo e nobile Noma (Chang Yun), che non accetta la relazione morbosa instaurata dall'uomo con un cyborg, Rya, per la quale si avvicina, inarrestabile, il momento della rottamazione. Disperatamente attaccato all'androide, che acquista facendo leva sulle sue conoscenze, R non rinuncia all'idea di salvare il suo amore dallo spegnimento, pagando per questo il viscido dottor Gyro, losco manipolatore e trafficante di androidi illegali. Il dottor Gyro pretende, infatti, di aiutare la giovane attraverso un trapianto di neuroni da un essere umano compatibile, che nella fattispecie assume le sembianze di una scapestrata ragazza di strada, Cyon, costretta a battere le strade per racimolare qualche soldo.

L'ironica coincidenza del destino vuole che il DNA di Cyon interessi molto anche al capo dei ribelli Cypher, che intende acquisire nuova linfa vitale con la stessa procedura studiata da Gyro. Cyon non è però consapevole del pericolo che sta correndo, contesa tra due fuochi, che intendono sfruttarla a piacimento....
La preparazione di Natural City ha richiesto oltre 2000 storyboard, in un tentativo di estremizzazione dell'uso della computer grafica, finalizzata soprattutto alla creazione di un'ambientazione post-apocalittica, pessimista ed esplicitamente anti-naturalistica. Proprio per esaltare la potenza degli effetti digitali impiegati, il regista Min Byung-chun ha ripreso in super 35 mm widescreen, operando una digitalizzazione del 100% in fase di post-produzione.
L'impressione finale è di sicuro impatto immaginifico: un mondo in cui convivono, in modo interdipendente, androidi e umani è reso dall'alternanza di cromature accese con uno spettro di colori grigi, freddi e metallici. Alla fascinazione visiva non corrisponde però un uguale trattamento della narrazione e della caratterizzazione dei personaggi, troppo abbozzati e semplicistici, oppure non conclusi nello scritpt (Cypher rimane ancorato al convenzionale ruolo di cattivo di cui non è dato sapere altro in termini di motivazioni e sentimenti).

Profondamente permeato dalla filosofia e dall'immaginario distopico di Philip K. Dick, autore saccheggiato dal cinema di fantascienza fin da Blade Runner (Atto di forza, The Impostor, Minority Report, Paycheck sono solo alcuni esempi di film ispirati alle sue opere), Natural city è un kolossal coreano godibile, ma fin troppo debitore nei confronti del riferimento prima citato, delle cinematografie giapponese e americana (leggi Matrix), così come del cinema d'azione di Hong Kong.
Fin troppo schiacciata dal peso di questi predecessori, la pellicola non riesce a individuare e proporre una propria, originale, suggestione, soprattutto in relazione ai motivi emersi: il rapporto tra l'uomo e la tecnologia, l'egoismo individualista dell'essere umano, l'archetipico conflitto fra vita e morte, il tema dell'amore legato alla memoria.
Rimane la solitudine straziante dei protagonisti, di R in particolare, che all'inizio del film vediamo rifugiarsi con Rya in una sorta di altrove, un'isola felice, baciata dal mare e dal sole, che però non è altro che una simulazione sensoriale, prodotta dalla più sofisticata tecnologia.

Recensione Natural City (2003)
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