Foxy Festival

2010, Commedia

Recensione Foxy Festival (2010)

Per una volta, Oriente e Occidente si invertono le parti in quanto a coraggio e consapevolezza nel mostrare le diversità, per una volta in un film orientale teoricamente libertario si esprime un assunto che è in sé profondamente reazionario.

'Liberazioni' reazionarie

Una galleria di personaggi grotteschi sono accomunati da una serie di pulsioni inconfessabili, di quelle che la gente rispettabile tiene nascoste: Mr. Kim, insegnante di liceo, indossa biancheria intima femminile quando la moglie è assente; Soon-sim, vedova di mezza età, sviluppa un'irresistibile attrazione per il sadomasochismo quando vede una frusta nel garage del meccanico Ki-bong, e trova in quest'ultimo il suo partner ideale; la figlia di Soon-sim, la studentessa Ja-hye, tira su qualche soldo vendendo le sue mutandine ed è attratta dal venditore di pesce Sang-doo, che però preferisce le bambole a grandezza naturale. Infine, il poliziotto Jang-bae è convinto di essere il John C. Holmes coreano, ma la sua fidanzata insegnante ha una crescente insofferenza per le sue maniere rudi, cercando piuttosto il piacere in vari attrezzi acquistati nei sexy shop. Questa parata di figur(in)e sopra le righe arriverà infine ad un inatteso confronto, che muterà profondamente le loro vite.

Questo Foxy Festival, commedia erotica diretta dal coreano Lee Hae-jun (già autore di Like a Virgin, datato 2006), accolto da un inatteso riscontro di pubblico nella proiezione serale del Far East Film Festival, si fa notare innanzitutto per l'assenza di una linea narrativa forte. Il film, nel presentare la sua galleria grottesca ed eccessiva di personaggi costantemente borderline, procede per singulti, singoli sketch autoreferenziali slegati l'uno dall'altro, ben lungi dal delineare storie personali che abbiano una loro, seppur caricaturale, credibilità. Si sorride (ma neanche tanto) della storia sadomaso tra la vedova e il meccanico, si sorride delle bambole gonfiabili del venditore di pesce, si sorride delle frustrazioni del poliziotto e delle singolari abitudini del professore di liceo. Ciò che resta ignoto sono le reali intenzioni del regista: lo scopo era forse quello di gettare uno sguardo divertito, e allo stesso tempo partecipe, su una società che incoraggia ma contemporaneamente stigmatizza certe espressioni della sessualità? Si voleva solo ridere della galleria umana che il film presenta, negando ad essa qualsiasi valenza sociologica?

A caldo, durante e subito dopo la visione del film, si è portati ad optare per la seconda ipotesi, e ad archiviare la commedia di Lee come una sciocchezza divertente, anche con una sua certa raffinatezza visiva (la fotografia è in effetti molto curata) ma sostanzialmente inoffensiva. E' solo a freddo che il film assume un'altra valenza, e nella memoria inizia, e non poco, ad irritare. Perché le pretese "libertarie" sono tutte lì, evidenti sullo schermo e soprattutto nel finale, si vuole far passare l'idea che tutte le espressioni dell'amore e della sessualità, se vissute con consapevolezza, siano lecite: concetto giusto e assolutamente condivisibile, se non fosse che poi il film si fa beffe di quelle stesse espressioni, le caricaturalizza presentandole attraverso i più vieti stereotipi (l'armamentario della coppia sadomaso ne è la più evidente espressione), invita esplicitamente lo spettatore a riderne in modo crasso. Il concetto che passa, poco importa se consapevolmente o meno, è che ci vuole un po' di tolleranza (ma non certo di rispetto) verso le perversioni espresse da questi personaggi, che certe pratiche in fondo non fanno un gran danno se qualche volta escono dal privato: qualche risata, in fondo, la gente "normale" dovrà pur farsela, ogni tanto.

Per una volta, Oriente e Occidente si invertono le parti in quanto a coraggio e consapevolezza nel mostrare le diversità, per una volta in un film orientale teoricamente libertario si esprime un assunto (e lo ripetiamo: che l'operazione sia consapevole o meno è del tutto irrilevante) che è in sé profondamente reazionario. Guardare e riguardare Secretary di Steven Shainberg, per favore: solo così si può capire come si possano trattare certi temi con acutezza e intelligenza, restando leggeri nel tono, facendo anche sorridere ma senza mai ridurre i personaggi a figurine stereotipate. Esprimendo, contemporaneamente, una filosofia che è davvero di rispetto e di invito a vivere consapevolmente le proprie pulsioni, quali che esse siano. Tutti ingredienti che qui mancano, e anzi vengono negati da una sceneggiatura che, ipocritamente, vorrebbe far intendere intenzioni di segno opposto.

Recensione Foxy Festival (2010)
Marco Minniti
Redattore
1.0 1.0
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