Gaya

2004, Animazione

Recensione Gaya (2004)

Una fiaba come tante, con pretese filosofiche eccessive, ma con una colonna sonora degna di un grande maestro.

Liberateci da Gaya

Presentato a vari Festival cinematografici, come il Future Film Festival o il Giffoni Film Festival, Gaya approda nelle sale italiane il 30 settembre. Di produzione tutta europea (ben quattordici co-produttori fra Regno Unito, Germania e Spagna), questo film di Lenard Fritz Krawinkel e Holger Tappe trasporta il pubblico, per novanta minuti, in un mondo incantato, fra picchi coperti di neve e valli d'un verde lussureggiante, dove una comunità di piccoli esseri simili agli umani è minacciata dalla sparizione di una magica pietra che garantisce loro la sopravvivenza. Come in ogni fiaba che si rispetti, anche qui ecco i buoni e i cattivi, la bella donzella e l'eroe imbecille, lo sfigato-genio di turno e la pietra magica. Che poi buoni e cattivi facciano fronte comune contro il vero malvagio, che la donzella distribuisca calci e pugni e venga costantemente inseguita dal padre-sindaco con tanto di continua minaccia di arresti domiciliari, che l'eroe sia bello ma alto non più di trenta centimetri, tutto questo non è altro che un pizzico di originalità che la sceneggiatura sa offrire. Peccato, tuttavia, che, quando si pensa all'espediente dello stravolgimento della favola tradizionale, venga inevitabilmente in mente l'anti-fiaba per antonomasia, il cartone animato che più ha ironizzato su tutto il repertorio fantastico convenzionale: Shrek. Il confronto è inevitabile, quanto schiacciante, soprattutto per quanto riguarda quello che è stato definito il personaggio più particolare del film, ovvero Alanta, l'eroina bella e picchiatrice. Come non pensare a tal proposito alla principessa Fiona?

Ma Shrek non è, purtroppo, l'unico film a cui lo spettatore pensa durante lo svolgimento della pellicola che, involontariamente, evoca tutta una serie di film già visti ed applauditi a suo tempo: dall'intramontabile E.T. L'extraterrestre per la scena del passaggio sulla luna (non con una bicicletta stavolta, ma a bordo di un attrezzo simile munito di ali) al più recente L'era glaciale per quella degli scivoli, da Mamma ho perso l'aereo per gli escamotage anti-ladri delle biglie a terra e del secchio in testa a Mc Gyver per il genietto che sa costruire qualunque cosa in pochi secondi con pezzi di pietra, lame di ferro e simili, da Peter Pan per la scena del coccodrillo a La storia fantastica per la lotta contro i ratti giganti, da Tarzan per il salvataggio sul fil di liana a Gli incredibili per alcuni trucchi di fuga. E si potrebbe continuare per molto, basti pensare ancora che dalla prima scena in poi il ricordo de La Storia infinita sembra costante.

Una trama debole, dunque, che strappa qualche sorriso qua e là e che solo raramente riesce a proporre scelte davvero originali, come la descrizione del cattivo-scienziato pazzo che in realtà è colui a cui hanno tagliato il programma, o la figura del "creatore", ossia l'autore della saga di Gaya che è in realtà un programma televisivo per bambini. Tuttavia spesso l'originalità rischia di scadere in pretese senza fondamento. Nel motivo dello scrittore senza ispirazione che parla e si fa suggerire dalle sue stesse creature, ad esempio, c'è sicuramente qualcosa di pirandelliano (per altro i personaggi sono sei e davvero in cerca d'autore!). Ma oltre all'aspetto letterario, c'è una pretesa, ben più aberrante, di tipo filosofico: ecco che, nel bel mezzo di una pellicola che può risultare quasi gradevole se la si segue senza aspettative di alcun genere, spuntano concetti d'un certo peso culturale oltre che morale, come il libero arbitrio! La vera risata imbarazzante scatta quando uno dei piccoli personaggi se ne esce con un improbabile "Penso, quindi sono", assunto cartesiano che in quel contesto non strappa neanche il minimo consenso, tanto più quando si ascolta la risposta: "No, io scrivo quindi tu sei".

Il tutto, va detto, farcito da un doppiaggio decente, se escludiamo la simpaticissima Natalia Estrada, che comunque non risulta convincente con la sua calata spagnola (perché lei ha questo strano accento e tutti gli altri abitanti di Gaya, padre compreso, no?). Altra particolarità mediamente dignitosa del film è l'animazione, che se è vero che si rivela ovviamente lontana mille miglia dalla tradizione del grande Hayao Miyazaki, è altresì vero che esibisce un'estrema cura dei particolari, molto realistici, con un team di ben settantacinque esperti di computer graphic impegnati alla sua realizzazione per un totale di 1282 scene.

Unica nota estremamente e completamente positiva risulta, infine, la colonna sonora firmata Michael Kamen, il premiatissimo autore scomparso nel 2003 che, dopo quasi un'ottantina di lavori musicali nel cinema mondiale, ha dedicato il suo ultimo soffio artistico proprio a Gaya.

Recensione Gaya (2004)
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