Leone d'Oro alla carriera ad Ermanno Olmi

Ermanno Olmi riceve il suo secondo Leone d'oro e ringrazia con un'umiltà che appartiene solo ai grandi maestri.

Maria Vittoria Galeazzi

La 65° Mostra del cinema di Venezia celebra con il Leone d'oro alla carriera Ermanno Olmi, una pietra miliare del cinema italiano, già premiato nel 1988 per La leggenda del santo bevitore. Il grande maestro incontra la stampa subito prima della consegna dell'ambito premio, regalando un indimenticabile momento di commozione.
Le sue parole sono un prezioso frammento di quell'arte inestimabile che ha reso unica la sua carriera. A settantasette anni Ermanno Olmi parla carico dell'esperienza di una vita ma con la mente libera da ogni pregiudizio, con modestia, onestà e un entusiasmo sognante.

Legato ad Adriano Celentano da una lunga e assidua amicizia, Olmi si è dimostrato molto felice di ricevere il premio proprio dalle sue mani. Il racconto di una loro piccola riflessione dice molto sul suo modo di concepire la carriera e la vita: "Proprio pochi minuti fa, io e Adriano dicevamo che il nostro ideale è di essere apprendisti. Si può essere apprendisti di un mestiere, e quello credo lo abbiamo ormai passato, ma si può essere anche apprendisti della vita, se si considera che la sorpresa del mondo ci rende perpetui apprendisti". Gli si illuminano gli occhi mentre spiega che "in questo senso essere apprendisti non è una collocazione umiliante, ma entusiasmante. Si riacquista forza, vitalità e una visione infantile verso le cose. La sorpresa è felicità".
Un'esistenza piena di sorprese quella del famoso regista, "il cineasta delle rinascite", come lo definisce il presidente del festival Marco Müller riferendosi all'estrosità e versatilità del suo lavoro e auspicando un suo imminente ritorno dietro la macchina da presa. "Non voglio che questo premio sia considerato, come hanno fatto in molti, il suggello della fine della carriera di Olmi", ha detto Müller, "Ci aspettiamo ancora molti altri grandi film, che sono sicuro ci sorprenderanno".
"Neanch'io posso giurare quello che farò tra dieci minuti", scherza il regista, "Mai avrei pensato di affrontare lo stupore della sorpresa alla mia età, soprattutto per qualcosa di non contemplativo ma che concerne il fare. Una sorpresa che cambia i tuoi comportamenti". Ammette di aver deciso di non fare più film narrativi per dedicarsi ad opere riflessive e di ricerca artistica, ma è pronto a ritornare sui suoi passi: "C'è sempre qualcosa di inaspettato, come quando t'innamori nella terza età e ritrovi una forza e un cuore che non ti ricordavi. È possibile ritrovarsi ad essere traditori del proprio giuramento".

Quando gli viene chiesto un parere sul cinema italiano di oggi, sul periodo di successo che sta attraversando, Olmi spiega il percorso che ha permesso la crescita e lo sbocciare dei nuovi giovani registi: "Quando ho visto al cinema Roma città aperta e Germania Anno Zero, la gente non capiva cosa stava vedendo, abituata ai film hollywoodiani. In quel momento si segnava una linea di demarcazione tra il cinema americano, del sogno, e quello che invece ci raccontava e nel quale ci riconoscevamo". "Riconoscersi in una star di Hollywood vuol dire abbandonare una parte di noi stessi per vivere nel sogno, mentre autori come Rossellini rappresentavano l'immagine in cui ci dovevamo rivedere, un cinema che produceva effetti di civiltà". Coloro che hanno raccolto il testimone dei grandi maestri, secondo Olmi, registi che riscuotono oggi successo come Garrone, Sorrentino e Giordana, "devono dire grazie a quelli che, meno fortunati, hanno dovuto attraversare un terreno paludoso prima di loro". "Fanno dei film onesti. La visionarietà di Rossellini è come la visionarietà di Sorrentino. Una grande lente d'ingrandimento che rivela la verità".

Ermanno Olmi ricorda con affetto le menti straordinarie che hanno contribuito alla sua crescita, come Parise e Pianciardi, "persone capaci di intravedere i percorsi di cambiamento ed andare oltre la cultura del pantano, quell'arenarsi della conoscenza in melmose barriere d'ignoranza".
Ciò che legava i grandi registi come Olmi a Pasolini, Rossellini, Fellini era il desiderio di raccontare la propria patria: "non nel senso patriottico, ma la terra dei propri padri, il mondo al quale si apparteneva". Pasolini, per esempio, "a_ndava nelle strade minori, nei borghi, nei paesi per raccontare gli umili, gli ultimi. Senza mai sfruttare la spettacolarità dell'umile, ma rendendolo per quello che è_". "Pasolini esce dalla cattedrale della cultura ed entra nei vicoli degli emarginati".

Un uomo di grande cultura ancor prima di un uomo di cinema, Olmi dichiara di disprezzare "la mancanza di coraggio di dire ciò che si pensa". Contesta con fervore il mondo dell'informazione: "Sui giornali non si scrive quello che si dovrebbe, ma solo quello che ai giornalisti viene detto di scrivere. Come fa la gente a non reagire?". Secondo lui "l'unico modo di essere cittadini è pretendere la verità e avere la responsabilità del proprio pensiero".
Il Leone d'oro alla carriera ad Ermanno Olmi doveva arrivare già nel 2004, per il primo anno dell'attuale presidenza, ma il regista non accettò. Quattro anni dopo l'applauso per questo grande maestro ha finalmente a Venezia il suo meritato palcoscenico.

Leone d'Oro alla carriera ad Ermanno Olmi
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