Recensione Gangs of New York (2002)

L'America è nata nelle strade: lo slogan per il nuovo film di Martin Scorsese non sarebbe potuto essere più appropriato.

Le vere origini del sogno americano

L'America è nata nelle strade: lo slogan per il nuovo film di Martin Scorsese non sarebbe potuto essere più appropriato. Gangs of New York è un'opera complessa, molto più di quanto si possa credere. E' un'opera che non si limita a raccontare la storia di una vendetta o la nascita di una delle città più famose del mondo, ma le origini di un'intera nazione, dei suoi valori, delle sue contraddizioni, delle sue false facciate.
Si tratta del film più sentito del regista italo-americano, il più fedele alla sua personale visione dell'America e della sua amata New York, un film la cui realizzazione è stata rimandata per venticinque anni, cinque lustri di attese e speranze, per una storia che doveva essere raccontata.

Nel presentare questo film, i media non hanno fatto altro che puntare l'indice verso la violenza eccessiva e gli scarsi successi al botteghino, ma quello che si sono (volutamente?) dimenticati di sottolineare è che questo Gangs of New York è una delle critiche più feroci e devastanti alla società attuale, e in particolare a quell'americana, che si siano mai viste al cinema.
La storia del giovane ragazzo che vuole vendicarsi della morte del padre ucciso dal capo di una gang rivale, non è altro che una scusa che permette a Scorsese di raccontare un pezzo di storia americana che pochi conoscono e che molti vorrebbero dimenticare.
La rivolta di Five Points del 1863, la guerra di secessione, l'odio interrazziale dai parte dei "nativi americani" nei confronti di neri e immigrati, la corruzione politica e le "tirannie" locali dei vari capibanda sono tutti elementi che Scorsese inserisce nel suo film, eccedendo sicuramente in alcuni aspetti e falsando leggermente la realtà storica, ma sono degli eccessi che rendono ancora più attuale questo film e che fanno riflettere su come, nonostante sia passato un secolo e mezzo, le cose non siano poi così cambiate.

Un quadro spietatamente rivelatore, una visione pessimistica, quasi Hobbesiana, della natura umana, in cui la società nascente degli Stati Uniti, grande melting pot di etnie, religioni e ideologie, nella realtà quotidiana tradisce e inficia i grandi ideali su cui era stata fondata.
L'anelito di uguaglianza e giustizia che aveva ispirato gli eroi della rivoluzione americana naufraga miseramente nei fatti, e quella presentataci da Scorsese è una realtà difficile da accettare, che riflette la visione di Hobbes: "homo homini lupus", ovvero "uomo mangia uomo".
E se questo trova una sua concreta e letterale manifestazione negli scontri che avvengono nelle strade di Five Points, una più sottile esemplificazione ne è data dal personaggio interpretato dal sempre bravo Jim Broadbent, un politico locale la cui dottrina è rappresentata dalla frase "Possiamo sempre pagare metà dei poveri per fargli eliminare l'altra metà".
Là dove i due capibanda dimostrano un senso di onore e rispetto verso il nemico, la classe dirigente e patrizia agisce in modo più subdolo, come dimostrano le belle scene finali in cui il duello corpo a corpo tra Leonardo DiCaprio e Daniel Day-Lewis viene inframmezzato dalla lotta impari tra popolo ed esercito, tra sassi e bastoni contro armi da fuoco e palle di cannone.

Sicuramente un film non conciliante, che lascia un senso di malessere nello spettatore, ma che allo stesso tempo lo ammalia con una tecnica di ottima fattura. Ci ritroviamo, insomma, davanti ad un nuovo capolavoro firmato Martin Scorsese.

Movieplayer.it

4.0/5