The Mothman Prophecies - voci dall'ombra

2002, Thriller

Recensione The Mothman Prophecies - voci dall'ombra (2002)

Se la ricerca del significato della morte si combina tragicamente con le predizioni d'inevitabili catastrofi, per il giornalista John Klein non resta che capire chi sia quella strana creatura che ha fatto visita alla moglie nell'attimo più tragico delle loro vite...

Vincenzo Carlini

Le profezie del non visibile

In The Mothman Prophecies - voci dall'ombra, Mark Pellington situa il cuore della storia nell'interiorità ferita del protagonista che, come nel precedente Arlington Road - L'inganno, perde tragicamente la moglie. Se in Arlington Road - L'inganno è presente una originale e cinica ricerca sul teorema del complotto, in The Mothman Prophecies - voci dall'ombra è invece il sovrannaturale la traccia principale del plot (come già nel pessimo [FILM]Dragonfly - Il segno della libellula).

Il film di Pellington è basato su una storia vera accaduta nel 1967 a Point Pleasant (West Virginia) e documentata dal giornalista americano John A. Keel. Ma c'è anche una fonte "extra" da cui il regista ha tratto fondamentali spunti: Silent Hill, la straordinaria serie videoludica della Konami (la figura della poliziotta in funzione di "angelo custode" e la stessa musica dei titoli di testa evocano il primo episodio della saga; mentre la scomparsa della moglie e la sua impossibile ricerca in una cittadina praticamente sconosciuta, derivano direttamente dal sequel del videogame prodotto dalla casa nipponica). Il materiale di base poteva quindi costringere Pellington, in ossequio alla nuova ondata "thrilleristica" hollywoodiana, a sovraccaricare il testo con trovate ad effetto. Invece il regista americano evita accuratamente le facilonerie di genere, costruendo il film sui segmenti dell'intangibile. Così facendo, il regista americano è in grado di ricreare un'atmosfera tesa, in cui il non conoscibile si prende la sua rivincita distruggendo l'incorruttibilità del razionale. Tutti gli elementi organici ed inorganici di The Mothman Prophecies (in particolar modo il John Klein di Richard Gere) sembrano fluttuare tra un'inquadratura e l'altra, come superfici permeabili all'influsso dell'Uomo Falena (la dissolvenza, in tutte le sue forme, ricopre un ruolo notevole in questa sinfonia visiva dagli esiti impressionanti). L'Uomo Falena stesso impone la sua minaccia, magnetica ed invisibile, collocandosi eternamente nel fuori campo e in un montaggio formale che più "subliminale" non potrebbe essere (la "y" che lo identifica e i suoi occhi rosso fuoco sono richiamati spesso nel corso del film: sono presenti negli scritti, nei disegni, nei riflessi, nelle luci della notte, nella diramazione di due viottoli, in un palo della corrente elettrica, nei fari delle automobili, in un registratore portatile, in un orologio).

I suoni accompagnano la marcia invisibile di Indrid Cold (così dice di chiamarsi il "Mothman") in un putiferio di ronzii elettrici che fungono da tessuti connettivi apparentemente extradiegetici (come nelle geniali intuizioni di David Lynch) ma che, in realtà, alludono ad una presenza concreta ed intradiegetica, seppur impalpabile (il fatidico Uomo Falena potrebbe trovarsi in qualsiasi posto, anche dietro la macchina da presa o, addirittura, alle spalle dello spettatore: è questa continua e particolarissima invasione di campo che rende il "Mothman" discernibile e più inquietante di tanti altri celebri mostri della storia del cinema). Il magnetismo dell'Uomo Falena si avverte anche in quelle sequenze che sembrerebbero più autonome, come in quella (straordinaria per compattezza e dignità) della corsa disperata e stilizzata di John Klein all'ospedale, con il conseguente dolore della morte annullato da un paesaggio innevato e malinconico alla maniera che solo Friedrich è riuscito a dipingere. E' il misterioso essere a pilotare i destini di tutti i personaggi, in ogni frangente e in tutte le tragedie inevitabili della vita.

Paradossalmente è proprio nel momento clou del film che l'Uomo Falena viene un po' accantonato per far posto agli stilemi tipici del film catastrofico: il finale. Il crollo del Silver Bridge è ricreato molto bene, ma attribuisce alla pellicola un carattere epico-eroico con parziale happy end conclusivo che tradisce, e non poco, lo psicodramma complessivo. Noi, da par nostro, continueremo a vedere l'Uomo Falena tra le ultime luci di quella cittadina segnata da un lutto troppo grande, e che l'ennesima stordente dissolvenza con cui partono i titoli di coda ha deformato per sempre, grazie ad un metafisico battito d'ali.

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