Amorfù

2003, Drammatico

Recensione Amorfù (2003)

Tuffo nel vuoto e atterraggio doloroso per questa opera di Emanuela Piovano. Purtroppo il film risulta noioso e troppo pieno di errori per appassionare il pubblico.

Elena Da Prato

Laurea a punti

Quando ci si trova davanti a pellicole come questo Amorfù, diretto da Emanuela Piovano, ci si rende subito conto del perchè il cinema italiano sia in crisi da anni.
La Piovano tenta di farci appassionare, purtroppo senza riuscirci, a questa storia di amore e passione fra una specializzanda in psichiatria, Elena (Sonia Bergamasco) e il suo paziente Fausto (Ignazio Oliva)). Peccato che questo film sia così pieno zeppo di errori da farci desiderare solo di uscire dalla sala prima della fine, o che comunque questa arrivi pietosamente in fretta.

La regia della Piovano non è infatti in grado di sensibilizzare il pubblico o di fargli provare un minimo di empatia per quello che sta vedendo sullo schermo. Infatti la messa in scena o è alquanto banale o si impenna in improvvisi virtuosismi che vorrebbero rendere l'idea della pazzia, della creatività, della voglia di libertà dei protagonisti, ma che rimangono solo tecnicismi sterili.
Questa pochezza di mezzi è inoltre coadiuvata dalle pessime recitazioni dei protagonisti. Sonia Bergamasco esprime forse la sua prova più misera; difficile credere che la stessa attrice che ci aveva appassionato in La meglio gioventù sia la stessa che ride per tutti e novanta i minuti che compongono questo film. La sua espressività si riduce infatti a due sole maschere, quella allegra e quella corrucciata, con un sorriso isterico che compare spesso in entrambe.
Per quanto riguarda Ignazio Oliva, purtroppo anche lui non convince nella parte del malato mentale; troppi occhi sgranati e mossettine. Un pò meglio quando riacquista la salute, ma non basta certo per dargli una sufficienza.
E per finire questo impietoso elenco, tocchiamo il tasto più dolente: la sceneggiatura. Riesce difficile capire come si sia potuto trattare un tema così delicato, il rapporto d'amore fra psicoterapeuta e paziente, in una maniera così ridicola.

Osservare le azioni di Elena infatti non suscita nessuno struggimento o romanticismo, ma porta solo a chiedersi chi possa mai aver dato una laurea in psichiatria ad un soggetto del genere. La nostra bella dottoressa si disinteressa completamente di qualsiasi aspetto dell'etica professionale e si mostra completamente libera da qualsiasi riflessione ragionevole; il tutto fra i rimproveri neanche troppo sentiti del suo capo o dell'ex-fidanzato (Luigi Diberti). Il ritratto che viene fuori di questo personaggio è quello di una ragazza autolesionista, professionalmente demente e sentimentalmente disturbata.
Ciliegina sulla torta è rappresentata dal lavoro dell'ex-fidanzato. Come dimostrare che lui non fa per lei? Ma inventandosi che lui per campare commercia avorio.
Voi avete parole? Io le ho finite.

Recensione Amorfù (2003)
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