Ladri di biciclette

1948, Drammatico

Recensione Ladri di biciclette (1948)

La pietà è l'unico lato umano mostrato dalla diffidente Roma, definita terza protagonista della storia, e mostrataci in un bianco e nero commovente attraverso stradone vuote, simbolo della vuota umanità del Neorealismo.

Gabriele Perrone

Ladri di speranze

"Rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca": ciò che dice Vittorio De Sica è anche ciò che riesce a fare nel film che gli varrà il secondo Oscar, Ladri di biciclette, uno dei titoli pilastro del neorealismo cinematografico. Segue l'insuccesso commerciale che fu Scuscià (Oscar nel 1948), motivo per il quale fu costretto a realizzarlo con propri mezzi, fatto che alla fine non compromise in nessun modo il risultato, dovuto anche alla collaborazione con Cesare Zavattini, abile penna districatasi tra 7 script (uno anche dello stesso regista) e il libro omonimo di Luigi Bartolini del quale alla fine non rimane che niente.

Un'ampia inquadratura ci introduce in Val Melania, quartiere popolare dell'estrema periferia romana all'inizio del secondo dopoguerra, il 1948. E' la casa di tutti quei poveri che disperati ogni giorno si muovono verso la città alla ricerca di un lavoro, è la casa di Antonio (Maggioranni) padre di due figli e marito di Maria (Carrell) che in un venerdì qualunque ottiene il lavoro di attacchino comunale, un vero miracolo per una famiglia, come tutta l'Italia del periodo, sul lastrico. Per questo lavoro è necessario avere la bicicletta in pegno al Monte di Pietà, riscattata utilizzando tutte le lenzuola della loro casa. Galvanizzati dalla possibilità il padre e il figlioletto Bruno (Staiola), piccolo ma già gran lavoratore, partono per la capitale in un sabato mattina assieme a quella massa informe premotorizzata che paiono sembrare tante formiche laboriose. Lasciato il figlioletto nel posto di lavoro (una pompa di benzina) dopo aver preso i ferri del mestiere, Antonio inizia ad attaccare i manifesti per le mura della città. Rita Hayworth seduttrice in Gilda troneggia sulla misera vita del protagonista, diventando unica testimone inanimata del furto della bicicletta.

Inizia così la personale epopea di un uomo condannato alla miseria dalla Storia stessa; il commissariato è la sua prima "stazione votiva" dove ben presto capisce che dovrà da solo tentare di ritrovare la bicicletta. Le ricerche riprenderanno il giorno seguente, una domenica di svago e passione sportiva per molti (la Roma in casa contro il Modena), una domenica di ricerca disperata per Antonio. Aiutato da amici netturbini passa in rassegna quei mercati dove tutt'oggi si crede si vendano anche merce rubata, Piazza Vittorio e Porta Portese; incontra i primi sguardi diffidenti di una città mostrata nella più sfrenata individualità, dove solo la pietà sarà l'unica ancora di salvezza. Le biciclette diventano immediatamente oggetto proibito e del desiderio, quasi costantemente sotto gli occhi carici di drammaticità dei due attori "presi dalla strada" (il padre Antonio e il figlio Bruno), ma se in Piazza Vittorio le ricerche risulteranno vane, a Porta Portese Antonio crederà di vedere il ladro in conversazione con un anziano uomo, altro volto dispettoso, altro "quadro" della storia. L'inseguimento dell'anziano li porterà in una Messa del Popolo, dove sufficienti sguardi borghesi mostrano la loro carità in cambio di qualche preghiera. In una sequenza claustrofobica di continuo inseguimento riuscirà ad estorcere un'informazione preziosa, la via dove trovare la casa del ladro per poi sparire. Nonostante ciò l'incontro avverrà per caso poco dopo la disperata visione delle rive del Tevere che De Sica ci regala; non luogo di scommesse (Accattone - Pasolini) ma di disperata morte.

Ormai deluso tenta la carta della Santona, Nostradamus "de no artri" pronto a regalarti un'illusione in cambio di 50 lire. "O la trovi subito o non la trovi più", non trova la bicicletta ma trova il ladro, giovane mascalzone che si fa scudo del suo quartiere, luogo sociale dove neanche il carabiniere è in grado di esercitare il proprio potere, ma che diventa "luogo prologo" della tragedia finale. Davanti allo stadio nazionale alla fine della partita di calcio Antonio vede una bicicletta incustodita, che dopo qualche esitazione tenterà di rubare. Inseguito e placcato dalla folla desiderosa di "giustizia" pare non esserci più scampo dalla galera: sarà il pianto del figlio a salvarlo.

La pietà è l'unico lato umano mostrato dalla diffidente Roma, definita terza protagonista della storia, e mostrataci in un bianco e nero commovente attraverso stradone vuote, simbolo della vuota umanità e della vuota esistenza dell'uomo raccontato dal Neorealismo. Alla fine non resta che tornare a casa senza più alcuna forza abbracciati dall'oscurità della notte incombente.
Fischiato dal pubblico del Metropolitan di Roma (rivolevano i soldi del biglietto), adorato dai francesi tra cui un entusiasta e commosso René Clair, Ladri di biciclette rimane ancora oggi uno dei film più premiati della Storia del cinema.

Recensione Ladri di biciclette (1948)
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