Dogville

2003, Drammatico

Recensione Dogville (2003)

Lars Von Trier è un autore a cui piace giocare con le emozioni degli spettatori e, capitolo dopo capitolo, trova sempre un modo più originale per eseguire la stessa operazione.

Elena Mortelliti

La svolta di Lars Von Trier?

E' difficile giudicare un film come Dogville di Lars Von Trier, il cui solo nome provoca sentimenti contrastanti, perché autore di film estremi come Le onde del destino, Idioti, Dancer in the dark, in cui sia i personaggi che lo spettatore sono vittime di un regista che crea appositamente per torturare, in una visione spietata e cinica della nostra società.

Lars Von Trier, è un autore a cui piace giocare con le emozioni degli spettatori e, capitolo dopo capitolo, trova sempre un modo più originale per eseguire la stessa operazione.
Con Dogville prosegue, dopo Dancer in the dark, la sua analisi sulla società americana, questa volta degli anni '30, in piena Depressione dunque, concentrandosi su una piccola cittadina ai piedi delle Montagne Rocciose, che verrà rappresentata in modo singolare: in realtà non esiste, è solo una città disegnata sul palco di un teatro, che dall'alto (come ci viene proposta nella prima inquadrataura del film) sembra una lavagna nera, in cui vediamo solo la sua mappa, fatta di contorni disegnati a gesso delle case, delle vie il cui nome è disegnato per terra, le porte sono solo immaginate (possiamo sentire i cigolii). Una vera rappresentazione teatrale dove gli attori si muovono naturalmente come se Dogville realmente esistesse e in cui solo lo spettatore può vedere l'interno di ogni abitazione, non essendo dotata di alcuna parete.
In questa circostanze arriva l'elemento dall'esterno, che cambierà le sorti di una città apparentemente tranquilla, in cui gli abitanti vivono d'amore e d'accordo.
Si tratta di Grace, la Grazia, una donna bellissima e misteriosa (la meravigliosa Nicole Kidman) giunta dal vuoto del mondo che circonda il "teatrino" di Dogville e che mai verrà visto, se non simbolicamente nelle fotografie dei titoli di coda, che "mostrano" per la prima volta in tutto il film la "vera America", commentata dalla canzone di David Bowie, "Young Americans".

Secondo uno schema chiaritoci fin dall'inizio dalla voce narrante (John Hurt, in originale nell'edizione italiana interpretata da Giorgio Albertazzi) e dalla suddivisione didascalica del film in nove capitoli che illustreranno, anticipandoli, gli eventi che andremo a vedere, assisteremo alle varie fasi di ascesa e discesa di un personaggio calato dal nulla in una piccola comunità.
L'ascesa consiste nell'inserimento naturale in questa società, nell'aiuto reciproco e nella fiducia, in cui Grace si rende utile per la comunità e riesce senza difficoltà a farsi accettare, soprattutto grazie al "politico" della città, il tipico ragazzo bello e buono, Tom, che crede in una visione della vita regolata da precetti cristiani e che fa di tutto perché Grace venga amata.
Chiaramente la quiete verrà disturbata da un'ulteriore intromissione del mondo esterno: una fotografia di Grace che scopriremo essere ricercata da una banda di gangsters, rendendola improvvisamente misteriosa e soprattutto pericolosa agli occhi degli abitanti di Dogville.
Da quel momento in poi, per farsi accettare, Grace dovrà sottoporsi alle richieste e ai ricatti sempre più pressanti degli abitanti, sia dal punto di vista fisico che intellettuale, fino ad arrivare all'abuso sessuale (vera costante nel cinema di Lars Von Trier). Questo per evitare la possibilità di essere denunciata, in un momento in cui le richieste dall'esterno si fanno incalzanti, con tanto di ricompensa in denaro per chi consegnerà la donna.

Dogville ci mostra dunque la tipica parabola di una società marcia, in cui ogni essere umano dimostra di essere una persona vigliacca e violenta, falsamente impegnata in opere di bene. Ma questo film propone un'ulteriore analisi dei principi falsi e violenti su cui si fonda la società americana (che però potrebbe essere allargata a tutto il mondo), e lo fa in modo molto diretto, proprio perché evita la rappresentazione naturalistica a favore delle scarne scenografie teatrali, mettendo a nudo l'operazione del regista, che in questo modo si "spoglia" di fronte allo spettatore.
La sua potrebbe essere ritenuta un'operazione coraggiosa, se si considera che espone senza veli, tutti gli elementi del suo cinema: la sua ostinata critica alla società, in cui tutto è già detto fin dall'inizio (come fa infatti il narratore onnisciente stile settecentesco), in cui una donna-martire verrà sacrificata dalla società avida e senza ideali (c'è sempre un idealista che si rivelerà il più pericoloso, come Tom, il co-protagonista innamorato di Grace) e che assumerà ai nostri occhi il ruolo di "Santa" che in questo caso sarà ridicolizzata nel finale, in cui verrà rovesciato il sacrificio che eravamo abituati a vedere ne Le onde del destinoe in Dancer in the dark.
La morale del film sta tutta nel finale, quando in realtà "l'esterno" si farà vivo, nelle vesti del padre di Grace, il gangster, che la porterà alla scelta cinica finale, tutta da gustare.
Lo spettatore stavolta non uscirà dal cinema con il groppone allo stomaco come era successo con Dancer in the dark,perché gli sarà concessa la catarsi liberatoria, di rivincita, per le lunghe sequenze di martirio.

Questo è il punto: i film di Von Trier scientemente propongono ogni volta in forma diversa il martirio di una donna, che gli permette di attaccare da tutti i punti di vista la società in generale e in primis la odiata società americana. Quello che è cambiato in Dogville e che sicuramente può essere considerato un passo in avanti nella ricerca del regista, è che vengono superate le regole del Dogma, fondato nel 1995, in cui si postulava l'aderenza assoluta alla rappresentazione realistica, l'assenza di ogni tipo di scenografia, di luci artificiali, di scene in studio e l'utilizzo della macchina da presa a mano, nonchè il divieto di musica non diegetica e di titoli di testa e coda.
In questo caso ci troviamo di fronte all'artificio per eccellenza : luci artificiali, scenografie teatrali; rimane effettivamente la macchina da presa a mano, manovrata dallo stesso regista.

In ultima analisi Dogville appare come un esperimento molto interessante che sembra essere conclusivo rispetto all'indagine che Von Trier ha percorso in tutti questi anni, perché una volta smascherati tutti gli elementi del suo cinema, schematizzandoli e ridicolizzandoli di fronte allo spettatore più attento che lo ha seguito in tutte le sue fasi, non ci rimane altro che aspettare la sua prossima opera per verificare se il film rappresenta effettivamente una svolta nella sua filmografia.

Recensione Dogville (2003)
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