Aftershock

2010, Drammatico

Recensione Aftershock (2010)

Un budget stratosferico, una distribuzione capillare, uno sforzo produttivo enorme per un risultato al botteghino che ha già stabilito il record mondiale per un film in lingua cinese: questo è Aftershock, il nuovo kolossal che Feng Xiaogang ha dedicato a due eventi tra i più catastrofici dell'intera storia della Cina.

La scossa del dolore

Cina, 1976. In una calda serata di luglio, un terremoto tra i più devastanti della storia dell'umanità sconvolge per sempre la vita di una famiglia: in mezzo alla distruzione, al panico e ai corpi sparsi ovunque, Yuan Ni, madre di due bambini, si trova di fronte a una lacerante scelta. Una grossa lastra di cemento ha sepolto i corpi, entrambi in vita, dei suoi due figli: ma rimuovere la lastra significherà necessariamente salvarne uno e uccidere l'altro. La scelta, sussurrata in mezzo a un fiume di lacrime, di tirar fuori dalle macerie il piccolo Fang Da condannando così la figlia Fang Deng, costerà alla donna trentadue lunghi anni di dolore e rimorso; nel corso dei quali anche la scelta di una nuova abitazione sarà subordinata alla possibilità che lo spirito della figlia (e quello del marito, anche lui perito nelle macerie) possa trovare la strada per fare ritorno a casa. Ma la bambina è in realtà sopravvissuta, cresciuta da una coppia di guardie rosse e apparentemente colpita da amnesia; ma oltre tre decenni dopo, il nuovo terribile sisma del 2008 darà inaspettatamente alla famiglia l'occasione di riunirsi.

Una drammatica scena del film Aftershock
Un budget stratosferico, una distribuzione capillare (3500 sale in tutto il territorio cinese), uno sforzo produttivo enorme per un risultato al botteghino che ha già stabilito il record mondiale per un film in lingua cinese: questo è Aftershock, il nuovo kolossal che Feng Xiaogang ha dedicato a due eventi tra i più catastrofici dell'intera storia della Cina. Una tematica che la recente, analoga tragedia giapponese ha sicuramente reso più viva ed emotivamente coinvolgente per il pubblico mondiale; ma che, anche per il modo in cui la sceneggiatura la tratta, riesce a far leva su emozioni basilari e universali, mostrando gli effetti della tragedia sulla vita quotidiana e sugli affetti delle persone comuni. Un regista come Feng, artigiano spesso alle prese con grandi produzioni, era la scelta più logica per mettere in scena un'epopea come questa, che attraversa un trentennio di storia cinese attraverso l'ottica di uomini e donne che devono contare solo sui propri mezzi per far fronte al dramma: i primi venti minuti di film sono effettivamente molto efficaci, con le impressionanti sequenze di devastazione che, oltre a mettere in mostra i grandi mezzi con cui il film è stato realizzato, chiamano lo spettatore a un coinvolgimento quasi fisico, rendendolo partecipe della sofferenza e del terrore di chi ha realmente vissuto quei momenti.

Una sequenza del film Aftershock
A partire dai minuti successivi, durante i quali iniziamo a seguire le storie parallele della donna che cresce da sola suo figlio e della bambina adottata, il film cambia di tono scivolando ovviamente su un registro più intimo, ma premendo anche, e decisamente, sul pedale del melodramma. Le difficoltà quotidiane, la memoria, il rimorso e il dolore da una parte, l'incapacità (o per meglio dire la non volontà) di ricordare dall'altra: il tutto viene portato avanti dalla sceneggiatura con mestiere, ma anche in modo in fondo abbastanza risaputo, sfruttando il tema dei conflitti generazionali ma lasciando sullo sfondo le enormi trasformazioni che la società cinese ha sperimentato nel corso di tre decenni di storia. A questo proposito, va sottolineato anche il carattere inevitabilmente pomposo, patriottico e celebrativo di molte sequenze (a partire da quella dei funerali di Mao per arrivare alla retorica sugli eroi della rivoluzione che hanno salvato centinaia di vite umane) dazio inevitabile da pagare a una produzione finanziata interamente da un'industria di stato.

Implicazioni ideologiche a parte, va detto comunque che il melò che caratterizza il film nelle sue oltre due ore di durata è decisamente troppo "urlato" ed esplicito, tutto teso a richiamare la lacrima facile, per risultare davvero efficace e coinvolgente. Lo script resta volutamente a un livello superficiale, non penetra davvero nelle contraddizioni di quel privato che vorrebbe esplorare, e l'intero film manca di quella sobrietà che sarebbe richiesta per far funzionare davvero, cinematograficamente, una storia a così alto rischio di retorica. Il pubblico mainland ha comunque premiato entusiasticamente la pellicola di Feng, già scelta dalla Cina per le nomination nella categoria del film straniero ai prossimi Academy Awards. Da parte nostra, possiamo semplicemente dire che opere come questa non fanno che confermare potenzialità e limiti di una cinematografia che è attualmente preda delle stesse contraddizioni della società di cui è espressione.

Recensione Aftershock (2010)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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