Woodshock: il delirio visionario di Kirsten Dunst

Le sorelle stiliste Kate e Laura Mulleavy, al loro debutto al cinema, presentano al Festival di Venezia 2017 Woodshock, un dramma dalle atmosfere oniriche in cui i temi della solitudine, del senso di colpa e dell'elaborazione del lutto vengono sviluppati come una lenta discesa nella follia, grazie anche all'intensa prova di Kirsten Dunst.

Venezia 2017: Kirsten Dunst sul red carpet di Woodshock

Se fino a poco più di dieci anni fa era nota soprattutto come la Mary Jane Watson della saga di Spider-Man, nel corso del tempo Kirsten Dunst, oggi trentacinquenne, si è dimostrata un'interprete assai più versatile e talentuosa di quanto molti avessero supposto in origine. Un'affermazione, quella della Dunst, legata soprattutto a scelte professionali coraggiose, che l'hanno portata a un fortunato sodalizio con Sofia Coppola (incluso il recente L'inganno), al premio a Cannes per Melancholia di Lars von Trier e all'apprezzata esperienza televisiva di Fargo.

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E in una filmografia che di recente ha guadagnato in varietà e si è arricchita di film decisamente anticonvenzionali, un esempio significativo è costituito da Woodshock, piccolo progetto indipendente diretto dalle sorelle Kate e Laura Mulleavy, che negli Stati Uniti si è conquistato la fiducia di un distributore in ascesa come la A24 e che è approdato al Festival di Venezia 2017 nella sezione Cinema nel Giardino.

Quella casa nel bosco

Woodshock: Kirsten Dunst si guarda allo specchio in una scena del film

Conosciute nell'ambiente della moda come le fondatrici del marchio Rodarte, le sorelle Mulleavy hanno scelto e curato questo rischioso progetto per il loro esordio al cinema, nella duplice veste di registe e sceneggiatrici. Un esordio che dalla moda ha ereditato probabilmente il suo tratto distintivo: quel palpabile fascino visivo sprigionato quasi da ogni fotogramma di Woodshock, film in grado di evocare continue suggestioni e di trascinare lo spettatore - se disposto a stare al gioco, beninteso - in un meccanismo ipnotico e coinvolgente. Al cuore del film troviamo il personaggio di Theresa, giovane donna che ha appunto l'incarnato diafano, lo sguardo ambiguo e la bellezza preraffaelita di Kirsten Dunst. Sposata con Nick (Joe Cole), operaio in una segheria, Theresa abita nei pressi della foresta che ha segnato la sua infanzia e la sua adolescenza, e alla quale in qualche maniera sente di appartenere.

Woodshock: Kirsten Dunst in una scena del film

Una sorta di legame panteistico? Un richiamo spirituale o psicologico verso un luogo primigenio? Un'attrazione per il mistero che si cela dietro il reale? Woodshock non ci spinge verso un'interpretazione univoca, ma si limita a seguire Theresa nelle sue escursioni notturne, mentre si aggira con espressione rapita fra le maestose sequoie che si innalzano a pochi metri dalla sua casa. Una protagonista, Theresa, che non può non ricordare la Justine di Melancholia: altra inquieta figura femminile in preda a un malessere silenzioso e inesprimibile, anche lei rapita dall'oscura meraviglia per la natura e capace, forse, di comprenderne il segreto linguaggio. Quel linguaggio che in Theresa, di contro, provoca una forma di afasia, isolandola progressivamente da un marito che fatica sempre più a comprenderla e che finirà addirittura per sparire dalla scena.

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Un tenebroso incanto

Woodshock: Kirsten Dunst in un'immagine del film

D'altra parte, Woodshock rinuncia ben presto a seguire i binari di un intreccio tradizionale, dopo aver impostato nella prima parte alcune coordinate narrative. C'è il piccolo centro rurale, di cui però non ci viene mostrato quasi nulla. C'è il bar dove la sera si riuniscono un po' di ragazzi, con il juke-box da cui risuona la splendida Guiding Light dei Television. C'è il rapporto, al contempo intimo e conflittuale, fra Theresa e Keith (Pilou Asbaek), che per lavoro confezionano prodotti a base di cannabis. C'è Johnny (Jack Kilmer), il ragazzo poco più che ventenne per il quale Theresa sembra provare un profondo affetto (un personaggio accantonato troppo presto, e che avrebbe meritato uno sviluppo più approfondito). Spunti destinati per lo più a rimanere tali, mentre il film rinuncia passo dopo passo ad ogni elemento di realismo per abbandonarsi a un flusso onirico senza via d'uscita.

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Woodshock: Kirsten Dunst e Pilou Asbæk in una scena del film

Dal carattere visionario di tutta la seconda metà della pellicola all'esplosione di violenza dell'epilogo, Woodshock pare volersi richiamare alle atmosfere dell'indimenticabile Repulsion di Roman Polanski, altro viaggio da incubo in una personalità lacerata, sostituendo alla claustrofobica dimensione casalinga del thriller con Catherine Deneuve gli interni desolati della casa di Theresa e gli spazi sconfinati del bosco, teatro di una potenziale rinascita. E se si è disposti a sopportare le prolissità della sezione centrale e quel sospetto di manierismo che aleggia su più di una sequenza, l'opera prima delle sorelle Mulleavy, per quanto imperfetta, riesce a catturare e forse perfino ad emozionare il proprio pubblico... a patto di lasciarsi avvincere dal suo tenebroso incantesimo.

Woodshock: il delirio visionario di Kirsten Dunst
Stefano Lo Verme
Redattore
3.0 3.0
Venezia 2017
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