Un'estate in Provenza

2014, Drammatico

Un'estate in Provenza: la favola del tempo

Rose Bosch racconta una storia di formazione, in cui un'estate particolare trasformerà le vite di tre adolescenti e metterà a posto quelle di due nonni feriti dai ricordi. Un film che convince con semplicità, grazie a dei personaggi romantici e delicati.

Un'estate in Provenza: Chloe Jouannet e Tom Leeb in una scena del film

La Provenza è diventata, cinematograficamente, una terra talmente affascinante da essere quasi mitologica: questo piccolo fazzoletto di terra nel sud della Francia contiene in sé campagne sterminate, molteplici coltivazioni, ville lontane l'una dall'altra che rappresentano dei piccoli microcosmi tutti con una storia da raccontare. Tra questi casolari c'è anche quello di Paul (Jean Reno), il re di una baracca messa su a polvere e ricordi in cui fanno prepotentemente irruzione due adolescenti e un ragazzino, un trittico di nipoti mai conosciuti che goffamente si trova ad accogliere. Il piccolo regno di Paul è regolato dalla natura che cresce, dal sole che nasce, ed è quanto di più lontano si può immaginare dalle abitudini dei tre ragazzi, che cercano la rete del cellulare guardando ossessivamente lo schermo senza interessarsi a tutto ciò che hanno intorno, incapaci di uscire dalla frenetica routine di Parigi.

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Un'estate è il tempo che impiegano i ragazzi a cercare di entrare in contatto con un mondo estraneo, che ha come unico fil rouge con la loro vita cittadina la nonna Irène (Anna Galiena), il ponte che li trascina verso Paul e verso la vita di campagna che, scopriranno, non è poi così male. Uno scontro generazionale che sorprendentemente non riesce ad arricchire solo i giovani ma che porta anche gli adulti a scoprire nuove risorse, ritrovare vecchi amici e un contatto con ricordi sbiaditi e sensazioni ormai sopite. Un'estate in Provenza si presenta come un racconto classico che porta quindi con sé i pregi e i difetti del caso, ma che non fallisce nel mostrarsi delicato e dolce in più punti, risultando pur nella sua prevedibilità piuttosto convincente.

C'è armonia sotto il sole della Provenza

Un'estate in Provenza: Hugo Dessioux, Anna Galiena e Chloe Jouannet in una scena del film

Non si sbilancia di certo Roselyne Bosch, che con Un'estate in Provenza (la sua terza prova da regista) mette in scena un racconto che per sua stessa ammissione è molto personale, riempiendolo di elementi piuttosto classici che tuttavia, all'ombra degli ulivi e nel silenzio dei campi, riescono a trovare la loro armonia. Il pregio più grande è rappresentato dai suoi personaggi, che nell'ambito di stereotipi riescono sempre a trovare un guizzo in più per raccontare la loro storia. Ci riesce Adrien, il più grande dei tre nipoti e il più segnato dall'imminente divorzio dei genitori, che cerca la propria unità familiare nel tentativo di riunire tramite Facebook suo nonno e i suoi vecchi amici. Ci riesce Léa, l'adolescente più sensibile figlia di una generazione ribelle ma consumista, che predica il biologico ma non resiste alla vita senza cellulare. Ci riesce infine il piccolo Théo, che conta ancora gli anni sulle dita delle mani e pur essendo sordomuto riesce a comunicare più di tutti i personaggi solo con il gesto di una mano: è il primo infatti a trovare un punto di incontro con il burbero Paul.

Un'estate in Provenza: Hugo Dessioux, Anna Galiena, Chloe Jouannet e Lukas Pelissier in una scena del film

Tre personalità diverse ma che riescono comunque a convergere verso i due nonni, comunicando e soprattutto imparando ad ascoltare: una volta teso l'orecchio impareranno che da adulti si ricorda tanto e si soffre altrettanto, che non commettere errori è impossibile ma che possiamo comunque tentare di rimediarli, anche con piccoli aiuti che non avremmo mai pensato di ricevere. Il vero centro della narrazione rimane comunque Paul, un intenso Jean Reno che riesce a trasformare una fisicità respingente e uno sguardo duro in un'occasione di dialogo con se stesso e con gli altri. In lui c'è tutto: un'adolescenza hippy, la protesta contro la guerra in Vietnam, il caos di Woodstock in cui è cresciuto e da cui da adulto cerca di scappare rifugiandosi nel silenzio della sua campagna, simbolo di una rottura molto profonda che imparerà lentamente a curare. È a lui che la regista affida la propria memoria e con essa il suo film, riuscendo in una scelta vincente.

Un'estate in Provenza: Jean Reno e Lukas Pelissier in una scena del film

Tempo che scorre, a volte troppo lentamente

Un'estate in Provenza: Jean Reno e Chloe Jouannet in una scena del film

Al ritmo di una colonna sonora travolgente che rende davvero difficile non improvvisare un karaoke in sala (Deep Purple, Guns 'n Roses, Cat Power e Bob Dylan sono solo alcuni dei grandi nomi che prestano le loro note alla pellicola) Roselyne Bosch prende i suoi convincenti personaggi e ne declina la crescita personale attraverso una narrazione tripartita, in cui a convincere davvero è forse solo la prima, più esplorativa, che le permette di esprimersi al meglio. La seconda, fin troppo classica, cade spesso in cliché eccessivamente ridondanti, tra cui corse al galoppo sulla spiaggia e feste di paese che sanno troppo di già visto e perdono quel tocco di poesia.

Un'estate in Provenza: Chloe Jouannet in una scena del film

La regista sembra perdere quel tocco di unicità che aveva contraddistinto la sua narrazione nelle prime battute ed è solo il vento degli ulivi a riuscire a riportargliela, in parte grazie anche ad un commovente Jean Reno che nelle ultime battute riesce a raccontare tutto il suo amore per una terra che non può - e non vuole - abbandonare. Grazie al sorriso che ci si ritrova sulle labbra durante i titoli di coda i finisce per perdonare i piccoli scivoloni di un film senza troppe pretese, che si offre come intrattenimento ideale per una piovosa giornata di pioggia e riesce in quel semplice intento, senza mai spingersi oltre i suoi onesti intenti.

Un'estate in Provenza: la favola del tempo
Serena Catalano
Redattore
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