Partisan

2015, Drammatico

Partisan: la consapevolezza delle scelte

Dopo il successo ottenuto allo scorso Sundance Film Festival, arriva anche in Italia Partisan, intenso e sconvolgente film d'esordio dell'australiano Ariel Kleiman.

Partisan

2015 – Drammatico
2.6 2.6

Politicamente, il termine ''partisan'' indica un elemento che sostiene con forza e porta avanti le idee del suo credo ideologico senza nessun dialogo o compromesso alcuno. Sempre considerando il lemma, un altro significato è riferito ovviamente ai partigiani, ovvero quei guerriglieri armati che, divisi in gruppi sciolti, combattono contro un nemico comune, lottando per loro stessi o per la libertà comune. Insomma, i così detti ''partisan'', o con il fucile o con la lingua, sono nettamente schierati, pronti a difendere la comunità dall'invasore o dal pensiero controcorrente al proprio.

Partisan: una scena con Vincent Cassel e Jeremy Chabriel

Ma chi sono i partigiani del primo, brillante lungometraggio dell'australiano Ariel Kleiman? Come si è potuto costruire un mondo così grigio? Cosa difendono e in quale parte del mondo è il loro campo-base fatto di orti e polli, giocattoli e coccole, karaoke e vita (forzatamente) spensierata? Già, perché in Partisan i soldati non sono altro che bambini, istruiti all'omicidio, alla difesa e all'inconsapevolezza eterna.

Il Cape e il suo esercito

Partisan: Jeremy Chabriel in una scena del film

In un imprecisato anno e luogo, all'interno di un covo sotterraneo, l'ambiguo Gregori (Vincent Cassel) è la guida, il mentore e il leader di una piccola comunità fatta di madri con i loro bambini. Nel corso degli anni, li ha raccolti dalla strada, salvandoli dagli abusi del mondo esterno, insegnandogli la matematica, la scienza, la manualità lavorativa, il gioco e la spensieratezza. Senza separarli mai dal grembo materno, anzi. Però, tra una festa e l'altra, li istruisce anche all'omicidio. A sangue freddo. Il climax, dunque, è perfetto: i bambini sono inondati da attenzioni e regali, le mamme sono tranquille e Gregori impartisce (amorevolmente) gli ordini. L'equilibrio si rompe però quando Alexander (Jeremy Chabriel), il più grande nel gruppo e il prediletto, comincia a domandarsi cosa ci sia veramente fuori da quell'universo, mettendo rischiosamente in discussione il carisma di Gregori.

Partisan, una scena con il giovane Jeremy Chabriel

Il non-luogo di Ariel Kleiman

Quando Ariel Kleiman, classe '85, è tornato al Sundance Film Festival lo scorso gennaio - dopo il 2011, quando vinse il Premio della Giuria con il cortometraggio Deeper Than Yesterday - portando con sé il suo primo lungometraggio, sono rimasti tutti a bocca aperta, tanto da fargli vincere il World Cinema Dramatic. Ma, a parte i premi e i riconoscimenti vari, Partisan, a giudicare dallo spessore narrativo e metaforico, tanto più dalla minuziosa cura dell'immagine, non sembra un film d'esordio, piuttosto un qualcosa di (già) maturo, solido, abile. Certo, lo si deve anche allo script di Sarah Cyngler, compagna di Kleiman, ma quello che viene fuori, nel corso dei 98 minuti, è una forte capacità di ''obbligare'' lo spettatore a guardare il mondo di Gregori e dei ''suoi'' bambini. Un mondo opprimente, claustrofobico e nero, giostrato in una cornice spazio-temporale indefinita e indefinibile.

Siamo in un futuro post-apocalittico? Oppure, spaventosamente, ci troviamo al giorno d'oggi, in qualche buco dimenticato da Dio? Kleiman pone, dall'inizio alla fine, continui quesiti, a cui lo spettatore può (e deve) dare libera interpretazione. Partisan, dunque, è un film duttile e pregno di empatia nascosta dai silenzi e dal curata fotografia grigiastra; racconta dell'infanzia salvata e poi violata (tant'è che Kleiman per il film si è ispirato alle vicende dei sicarios colombiani, cioè veri e propri bambini assassini), dell'importanza delle scelte e descrive, attraverso gli sguardi innocenti, il bisogno di protezione e di indipendenza. Il tutto sotto l'occhio esperto di un nuovo, grande regista.

Vincent Cassel, la certezza

Partisan: un bel primo piano di Vincent Cassel

Ripercorrendo la filmografia, si fa davvero fatica a trovare un Vincent Cassel ''buono'' e positivo. Sarà per via di quel volto enigmatico e inconsueto, a tratti inquietante e per nulla rassicurante, che ha portato Cassel ad interpretate ruoli per lo più negativi, divenendo uno dei grandi cattivi del cinema. Il suo physique du rôle, per l'appunto, è perfetto per il Gregori di Partisan e, l'attore francese, con una performance ad effetto, potente, intensa ed enigmatica, da riprova di tutto il suo talento, mixando nel personaggio una forte dose di virilità, di mistero e di cattiveria, sfumandola, qua e là, in accennata tenerezza. Una cattiveria nata e coltivata nel corso del tempo, che ha spinto Gregori a creare intorno a lui un mondo privo di pericoli ma costantemente (e pericolosamente) in bilico.

Jeremy Chabriel, il futuro

Partisan: Ariel Kleiman, Jeremy Chabriel e Vincent Cassel

Se Cassel è la certezza, il quattordicenne Jeremy Chabriel è il futuro. L'attore, nato a Tolosa e poi trapiantato a Sydney, è al suo esordio assoluto e, nonostante l'inesperienza e la giovane età, riesce a costruire il personaggio di Alexander con naturalezza e profondità. Trasmette tutto il suo essere vulnerabile e, parallelamente, cosciente. Cosciente di quello che sta accadendo nel mondo suo, di sua madre e del piccolo fratellino appena nato. L'Alexander di Jeremy Chabriel, in Partisan, è la contrapposizione perfetta al Gregori di Vincent Cassel: l'universo, ancora una volta sconfitto, vuol provare a riemergere dall'incubo, allontanando le ''energie negative'' per difendere la vita e l'amore. E Jeremy Chabriel, con i suoi intensi occhi azzurri, è eccezionale nel tradurre il concetto, affatto semplice, affatto scontato. Sentiremo molto parlare di lui.

Partisan: una foto promozionale con Jeremy Chabriel

Il peso della consapevolezza

Partisan: Vincent Cassel in un momento del film

Partisan è sì un film maturo, ma anche la maturità non è esente dai lati negativi. Infatti, Kleiman allunga e stiracchia più del dovuto la parte centrale (e in una pellicola di un'ora e quaranta, quindi relativamente breve, si avverte con maggiore sensibilità), pigiando la mano sulla quotidianità della piccola comunità, creando così una tensione quasi affossata, annichilita, addomesticata. Perché Partisan, molto prima di essere un film sull'infanzia, è una fiaba thriller, cupa, drammatica, quasi sudicia. Ma soprattutto è spaccata in due, proprio come la crescita di un bambino: c'è l'iniziale incoscienza, leggera e giocosa e, poi, con l'arrivo di qualcosa da difendere (metaforicamente è il fratellino di Alexander) entra in gioco, con violenza, tutto il peso della consapevolezza, sfociata ed elevata in un epilogo racchiuso nella perfetta ed emblematica inquadratura finale.

Partisan: la consapevolezza delle scelte
Damiano Panattoni
Redattore
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