Recensione Colpa delle stelle (2014)

Hazel e Gus sono due ragazzi come tanti, si amano, desiderano il meglio, l'uno per l'altra e insieme combattono contro la malattia; il best seller mondiale di John Green diventa un film ricco di umorismo e tenerezza.

Recensione Colpa delle stelle (2014)
Colpa delle stelle

2014 – Romantico
3.3 3.3

Hazel è una ragazzina di sedici anni e ha il cancro. Potrebbe sembrarvi una presentazione brutale, ma è lei stessa a trattare la sua malattia senza troppi giri di parole. Del resto si è abituata fin da piccola a convivere con l'idea di dover morire da un momento all'altro. Vive con i genitori, è costantemente attaccata ad un erogatore di ossigeno, adora libri e in particolare quelli di Peter Van Houten, uno scrittore che secondo Hazel è l'unico che sappia cosa voglia dire morire, pur essendo ancora vivo. Spinta dalla madre a frequentare un delirante gruppo di sostegno per malati terminali, Hazel si lancia nell'avventura con l'entusiasmo di una cavia da laboratorio. Eppure qualcosa succede. Durante uno degli incontri nel cuore di Gesù (letteralmente), conosce Augustus, detto Gus, un atletico coetaneo la cui gamba è stata amputata a causa di un tumore.

Diventano amici, poi si innamorano, esattamente come succede a tutti i ragazzi della loro età. E quando due persone si amano, il desiderio di vedere l'altro felice è se possibile ancor più forte dell'istinto di autoconservazione. Per questo Gus decide di realizzare il più grande sogno di Hazel, conoscere Van Houten e chiedergli cosa succede ai personaggi del romanzo Un'imperiale afflizione. Contro il parere dei medici, volano ad Amsterdam e lì scoprono quanto sia distante la realtà umana dello scrittore dalla sua immagine pubblica. Peter, infatti, è un uomo cinico e insensibile, incapace di comprendere la profondità dei due ragazzi e il dramma che di lì a poco dovranno condividere.

Le pagine della nostra vita

Quando si adatta per il cinema un libro di successo l'impresa che si trova a compiere lo staff artistico di turno è improba. Schiere di lettori si arrabbiano per il tradimento del romanzo, altri invece si ritengono soddisfatti dal lavoro compiuto per dar corpo ai loro personaggi preferiti. Per Colpa delle stelle, film diretto da Josh Boone, che porta sul grande schermo la fatica letteraria di John Green, non abbiamo assistito a scenate isteriche da parte dei sostenitori di una squadra o dell'altra. Forse perché difficilmente si poteva sbagliare la rielaborazione di un libro di per sé cinematografico (scritto con leggiadria e incisività, visualizzabile in ogni suo dettaglio) e poi perché Boone non ha voluto strafare, eliminando tutte le scene madri sdolcinate per concentrarsi, in maniera intelligente, su pochi ed essenziali dettagli, ovvero i due protagonisti (bravi gli interpreti, Shailene Woodley e Ansel Elgort).

Morirò d'amore (morirò per te)

Chiamiamolo anche sottogenere, se vi fa piacere, ma le commedie romantiche in cui un protagonista passa a miglior vita (d'accordo, muore) sono un mondo a parte, pellicole le cui storie (salvo rarissime eccezioni) vengono pilotate per ottenere il pianto puntuale dello spettatore nel culmine drammatico della trama, tradizionalmente alla morte dell'eroina. In quel momento, tempo e spazio si elidono, tutto svanisce nel breve volgere di un secondo, lasciandoci tramortiti e disperati per quello che non potrà più essere (un amore appena sbocciato, una carriera destinata a fulgidi successi); non possiamo pensare che gli sceneggiatori/ideatori di opere come One Day, Autumn in New York, Love Story, Sweet November - Dolce novembre, L'amore che resta, A Time for Dancing, Now is Good (mai uscito in Italia) abbiano il copyright assoluto di questo tipo di narrazioni. La maggior parte dei melodrammi è costruito sul binomio amore-morte e fatalmente a farne le spese è sempre la donna.

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Dunque, nulla di nuovo sotto il sole, ma va detto che nei casi cinematografici che vi abbiamo citato spesso e volentieri si amplifica a dismisura l'aspetto larmoyant, esagerandone i toni e scadendo nell'esatto opposto, cioè un profluvio di sghignazzamenti vari, tali da spingere il pubblico ad augurarsi che lo sventurato destino si compia prima possibile e senza ulteriore spargimento di lacrime. E' una questione di equilibrio, quello raggiunto ad esempio da Gus Van Sant, grazie ad un'ironia preziosa, nell'adorabile L'amore che resta e che opere come il nefasto Autumn in New York, ad esempio, non hanno toccato. Colpa delle stelle, se possibile, rappesenta un ulteriore passo avanti data la giovane età dei personaggi principali, che rende ancor più scandaloso e inaccettabile il tragico epilogo.

L'amore che resiste

The Fault in Our Stars: un abbraccio tra Shailene Woodley e Ansel Elgort

Togliamoci dalla testa l'idea che un film del genere possa non sembrare in qualche modo "drogato" dall'emozione, pompato, leggermente squilibrato, eppure è meno lacrimevole di altri classici del genere Lui-lei-l'ospedale; questo perché evidentemente si è attinto alla freschezza e alla leggerezza dei personaggi, facendo raccontare la morte dal punto di vista di due ragazzi innamorati. La morte, l'oblio, come ama definirla Gus, viene così analizzata dal punto di vista dei rapporti umani e non semplicemente come panico da vuoto. La domanda non è più quindi, quanto e come soffriranno, ma cosa cambierà quando loro non ci saranno più, come si modificherà il proprio mondo in assenza dell'altro. Abbiamo la fortuna di scoprirlo nella divertente scena del funerale da vivi, organizzato da Gus per non perdersi nulla di uno "spettacolo" straordinario. In questo modo l'emozione resta intatta ed è un'emozione che non si sprigiona per la fredda risposta ad un meccanismo, ma sgorga spontaneamente dall'esperienza di due ragazzini alle prese con un momento terribile della propria vita.

Il dolore esige di essere sentito

Non c'è ricatto, insomma, solo una storia che viene condotta con mano ferma dal regista, troppo scolastico nella messa in scena, ma bravo nel preservare il cuore del racconto. Sì, si piange, sì, ci si scopre vulnerabili, ma il film tiene per la maggior parte del tempo e rivela la sua debolezza solo nella parte legata allo scrittore cinico, troppo artificiosa per essere realmente funzionale, nonostante l'impegno di Willem Dafoe a dipingere nella maniera più sgradevole possibile il suo Peter Van Houten. E' una macchia che svanisce alla luce della leggerezza e del brio dei dialoghi, (la sceneggiatura firmata da Scott Neustadter e Michael H. Weber di 500 giorni insieme), che riescono a delineare con efficacia lo spessore dei protagonisti, il loro umorismo, la loro complessità, ripulendo il romanzo di Green, già molto spiritoso, da ogni eccesso melenso. Deliziosa, cinematograficamente parlando, anche la figura dell'amico di Gus, innamorato di una ragazza bellissima che fugge a gambe levate davanti alla malattia del ragazzo (e per questo viene punita in maniera divertente); modellato sui ruoli di Jon Cryer o Anthony Michael Hall, sembra essere uscito da un film di John Hughes e seppur segnato da una sorte terribile ci regala i momenti più divertenti della pellicola.

Conclusione

Josh Boone, classe 1979, un film all'attivo, il romantico Stuck in Love, mostra la storia di Hazel e Gus con leggerezza e intelligenza, azzeccando quasi tutto, prendendo la struttura del cancer movie e ribaltandola in un tenero racconto di formazione, in cui per fortuna non viene svelata alcuna verità altisonante. Anche perché nessun film, neanche il più accurato, può raggiungere un simile scopo.

Francesca Fiorentino
Redattore
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