Boys in the Trees: Stranger Things in salsa australiana

Il regista Nicholas Verso firma un'opera prima che mescola romanzo di formazione e intuizioni a metà tra fantastico e horror. A Venezia nella sezione Orizzonti.

Boys in the Trees: Stranger Things in salsa...
Boys in the Trees

2016 – Drammatico
3.0 3.0

Halloween 1997. Corey ha finito il liceo e sogna di partire a New York per studiare fotografia, mentre gli amici di sempre sono contenti di rimanere nel paesino natale, restii all'idea di crescere e fare qualcosa di produttivo nella vita. Nel corso di una lunga notte all'insegna del soprannaturale Corey riscoprirà il rapporto fraterno con l'amico d'infanzia Jonah, vittima di bullismo, e dovrà fare i conti con l'intrusione nel mondo reale da parte di una dimensione di passaggio tra la quotidianità e qualcosa di più magico e terrificante.

Boys in the Trees: Toby Wallace e Mitzi Ruhlmann in una scena del film

Coincidenze fortunate

Il caso vuole che la prima mondiale di Boys in the Trees, opera prima del cineasta australiano Nicholas Verso selezionata nella sezione Orizzonti della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, abbia avuto luogo a poco più di un mese di distanza dal debutto su Netflix di Stranger Things, la serie nostalgica che si rifà all'immaginario cinematografico degli anni Ottanta strizzando l'occhio a registi come Steven Spielberg. E proprio l'autore di E.T. L'Extraterrestre è citato anche da Verso, nel consueto commento che accompagna la scheda del film nel catalogo della Mostra, come un punto di riferimento - insieme allo scrittore Ray Bradbury - per un'esplorazione della gioventù australiana di ieri "con gli occhi dell'immaginazione invece che con quelli del realismo". Una coincidenza che dovrebbe aiutare il destino commerciale di Boys in the Trees, che potrebbe trovare la sua collocazione ideale proprio su Netflix, soprattutto in caso di mancata distribuzione in sala.

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L'albero della maturità

Boys in the Trees: Toby Wallace in una scena del film

Rispetto ai Duffer Brothers, debitori del decennio di Indiana Jones e L'impero colpisce ancora, Verso colloca il suo Bildungsroman a tinte paranormali nel 1997, un anno meno importante a livello di immaginario culturale legato al fantastico in senso stretto (per quanto siano usciti Men in Black e Il quinto elemento, il blockbuster per eccellenza rimane Titanic), ma comunque imprescindibile perché rappresenta la fase di transizione verso l'era attuale, dominata da Internet, smartphone e social. Come ha detto il regista nel commento già citato sopra, d'altronde, è "l'anno in cui ci furono i primi account email e i telefoni cellulari entrarono nelle tasche di molti". È anche, per certi versi, l'anno della perdita dell'innocenza (forse anche per Verso, che non avrà avuto l'età dei suoi protagonisti ma di certo era molto giovane), poiché il film ci ricorda, tramite i telegiornali nei primissimi minuti, che sono morte Madre Teresa di Calcutta e la principessa Diana, due simboli di grande ed insostituibile umanità.

Boys in the Trees: una scena del film

Il regista mette in scena questi personaggi desiderosi di fuggire con un tocco delicato e onirico, caricandolo solo in parte nei punti giusti per rappresentare al meglio quell'immaturità annunciata già nel titolo, con l'albero che diventa al contempo l'ancora dell'infanzia e il simbolo di una imminente quanto terrificante crescita fisica e caratteriale. Particolarmente notevole il lavoro sui due protagonisti Corey e Jonah, il cui rapporto viene introdotto in modo molto convenzionale, quasi stereotipato, per poi aprire un discorso toccante sul bullismo in chiave pressoché fiabesca, sfruttando al meglio l'escamotage del fantastico come strumento per rielaborare traumi e sofferenze, con risvolti sorprendenti che colpiscono dritto al cuore.

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Un incubo lungo una notte

Boys in the Trees: un'immagine del film

Dove il film scivola, parzialmente, è proprio nella parte più spudoratamente di genere, per l'esattezza quando questa viene esplicitata accantonando l'atmosfera ambigua che permeava il resto del film, sulla falsariga di un'altra pellicola australiana di stampo simile ma in chiave femminile, Girl Asleep di Rosemary Myers (dove il modello è Wes Anderson anziché Spielberg). L'operazione rimane efficace fino alla fine, ma sarebbe stato meglio mantenere costante quell'approccio sottotono che sfiora il confine tra due mondi senza abbatterlo del tutto. Questo squilibrio comunque non incide troppo in negativo sulla fruizione di un'opera le cui ambizioni sono all'altezza sia del budget ridotto che del talento visivo e narrativo del regista. Date queste premesse, è lecito sperare che il nome di Nicholas Verso faccia nuovamente capolino in un festival maggiore e figuri tra le personalità emergenti del cinema di genere da tenere d'occhio.

Max Borg
Redattore
3.5 3.5
Venezia 2016
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