La porta rossa, Gabriella Pession ci racconta la nuova fiction Rai tra thriller ed esistenzialismo

Ideata da Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi, la miniserie in onda da oggi su Rai Due sfrutta le convenzioni di genere del thriller e del giallo per riflettere su grandi temi quali la vita, la morte e, soprattutto, sul confronto di chi rimane con la perdita dei loro cari. Ne abbiamo parlato in esclusiva con la protagonista, Gabriella Pession.

Hai presente quando ti dicono che quando stai per morire ti vedi passare tutta la vita davanti come in un film? Beh, è una stronzata. Con queste disincantate parole, udibili nel promo de La porta rossa, il personaggio del commissario Cagliostro (Lino Guanciale) definisce senza tanti giri di parole la singolare esperienza che ha vissuto in apertura della prima puntata. Siamo a Trieste e Cagliostro è stato ucciso durante una pericolosa operazione di polizia, quando avviene l'imprevedibile: invece di morire e lasciare definitivamente il nostro mondo, l'uomo riesce a rimanervi da non vivo, come fosse un fantasma, per provare a catturare il proprio assassino grazie all'aiuto di una giovane medium (Valentina Romani) e salvare così la moglie Anna, da cui si stava separando ma che durante la propria esperienza post-mortem apprende essere in grave pericolo.

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La storia de La porta rossa, ideata dal celebre scrittore Carlo Lucarelli e da Giampiero Rigosi (anch'egli scrittore nonché sceneggiatore, tra le altre cose, di diverse puntate del fortunato L'Ispettore Coliandro), prende le mosse da qui e ricorre all'espediente narrativo dell'investigatore deceduto ma in grado di interagire con il mondo dei vivi per proporre una riflessione sulla vita e soprattutto sul rapporto che ogni essere umano intrattiene con la morte. Abbiamo parlato di questo e di molto altro con Gabriella Pession, una delle attrici in assoluto più note del piccolo schermo nostrano che nella miniserie interpreta Anna, magistrato competente e stimato che si trova all'improvviso a dover affrontare al contempo il dolore della scomparsa del marito e il pericolo di essere anch'ella uccisa. Nel nutrito cast della minisere, oltre ai tre attori già citati, ci sono fra gli altri anche Elena Radonicich, Cecilia Dazzi, Ettore Bassi e Antonio Gerardi.

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Una storia avvincente e profonda che tratta temi universali

Cosa ti ha affascinato di questo progetto e quali sono i motivi principali che ti hanno spinto a prenderne parte?

Fin dalla prima lettura ho capito che si trattava della più bella sceneggiatura che avessi mai letto. La storia è avvincente, piena di colpi di scena inaspettati e allo stesso tempo raccontata in modo innovativo. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato il fatto di trovarmi di fronte a una protagonista attraverso la quale si poteva per la prima volta portare sul piccolo schermo, in maniera diretta, vera e anche molto commovente, quello che è il dramma di una donna che rimane vedova. Anna è un magistrato tosto, una donna borghese che però passa attraverso una notevole quantità di sentimenti: l'abbandono, la perdita, la paura, la rabbia, lo smarrimento, la solitudine, ma anche il cinismo, il desiderio, la voglia di morire così come la voglia di rinascere. Si tratta di un personaggio con una ricchezza psicologica e umana che mi ha dato modo di interpretare una donna assolutamente moderna, di rottura rispetto a tanti personaggi televisivi cui siamo abituati in quanto non stereotipata, che ho voluto rendere in modo anche crudo non truccandomi, non pettinandomi, non dandomi nessun tipo di accento esteriore.

Grazie alla commistione degli elementi tipici della detective story e del thriller con una evidente componente sovrannaturale, la serie appare sulla carta intrigante e originale nel contesto della produzione televisiva italiana.

In effetti l'aspetto in questione è stato immediatamente riconosciuto anche al di fuori dei nostri confini. La serie infatti è stata comprata da Studio Canal per una distribuzione mondiale. È un grande orgoglio per me aver fatto un lavoro prodotto dalla Rai che avrà un mercato internazionale e sarà visto in tutto il mondo. Questa è una cosa che finora è successa di rado e solo con storie prettamente italiane che narrano vicende della nostra criminalità organizzata, come Gomorra - La Serie e Romanzo criminale - La serie, mentre La porta rossa è sì ambientata a Trieste ma il tema che tratta è assolutamente universale e l'avremmo potuta girare a New Orleans come a Leningrado o ad Amalfi. Il tema del trapasso non ha età, colore né tempo ed è stato affrontato da un grandissimo scrittore come Carlo Lucarelli insieme a Giampiero Rigosi, coadiuvati da altri due sceneggiatori. Questo ha fatto sì che il prodotto, al di là di come andranno gli ascolti, per noi a livello artistico rappresenta non uno ma cento passi in avanti.

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La vita, la morte e l'amore

L'espediente narrativo dell'ispettore Cagliostro che continua le proprie indagini da morto cercando una via per interagire ugualmente con il mondo dei vivi, conduce inevitabilmente a sviluppare una riflessione su grandi temi quali la vita, la morte e, nel caso specifico del tuo personaggio, anche sul confronto con la morte da parte di chi rimane.

Questo è un altro aspetto che mi ha fortemente motivato a prendere parte alla serie, perché il mio è un personaggio che passa anche attraverso una riflessione su ciò che in vita non è riuscita a fare, sul fatto che forse spesso quando siamo in vita siamo portati ad esprime dei giudizi a sproposito sulle persone che ci stanno intorno, pensando che siano eterne e che ci sia sempre tempo per recuperare e migliorare un rapporto. Quando arriva la morte tutto questo viene azzerato, rimane il silenzio assoluto e ci si trova costretti a trovare le risposte nel buio, nella solitudine. Il mio personaggio, in questo percorso, si trova davanti alla possibilità di capire meglio il proprio amore una volta che il marito non c'è più.

Questo modo di affrontare il rapporto tra chi resta in vita e i morti a loro cari in qualche modo mi ha ricordato Hereafter di Clint Eastwood...

Matt Damon nei panni di George nel film Hereafter

Credo che il film del grande Eastwood, interpretato da un Matt Damon straordinario, non sia stato davvero capito da tanti e amato quanto avrebbe meritato. Io lo trovo un capolavoro che tratta il tema del rapporto con la morte in una maniera così delicata e vera da essere profondamente commovente. In molti, in maniera secondo me estremamente superficiale, hanno parlato de La porta rossa come un Ghost - Fantasma all'italiana. Con questo film ci può essere una certa vicinanza dal punto di vista del plot, ma il nostro è un lavoro poetico, approfondito, anche crudo nella misura in cui c'è molto dolore e tutti i personaggi principali sono rotti, si stanno sgretolando e sono costretti a rimettere insieme i cocci della loro esistenza per rialzarsi. La porta rossa non ha niente di melò o di edulcorato, si tratta di un racconto asciutto e lontano dai toni melodrammatici spesso presenti nella televisione generalista: in questo senso mi ritrovo molto di più con il tuo paragone e senz'altro la nostra serie si avvicina un po' a quello che era il tema di fondo di Hereafter, con in più delle atmosfere tipiche delle serie televisive nordeuropee tipo Broadchurch, una serie inglese meravigliosa cui sia Lucarelli che Rigosi si sono ispirati.

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L'immersione totale in Anna e i progetti futuri

Per tornare al tuo personaggio, qual è la difficoltà maggiore che hai incontrato nel portarlo in scena?

Il personaggio di Anna si poteva interpretare solo entrando in quel dolore e in quella perdita di controllo, per tirarli fuori quasi come fosse una sorta di esorcismo. E io ho avuto dei momenti in cui non volevo fare questo, perché inevitabilmente si tratta di un percorso per certi aspetti scomodo e spiacevole. È stato indubbiamente un lavoro molto faticoso che si poteva portare avanti solamente dando tutto se stessi. Ho dovuto aderire al 100% con il mio personaggio, non potevo andare al risparmio. Non si può raccontare la morte e il dolore che ne deriva al risparmio.

Conclusa la tua esperienza con La porta rossa, quali sono i tuoi prossimi progetti? Di cosa ti stai occupando attualmente?

A breve inizierò le prove a teatro di uno spettacolo di cui ho personalmente comprato i diritti. L'autore è Patrick Marber, candidato all'Oscar per la sceneggiatura di Diario di uno scandalo e noto anche per essere stato lo screenwriter di Closer, tratto da una sua stessa opera teatrale. Sono entrata in contatto con lui tramite mio marito (l'attore irlandese Richard Flood, ndr), che ha portato in scena a Londra due suoi spettacoli. Sarò in scena l'anno prossimo al Teatro Franco Parenti per la regia di Giampiero Solari, che dirige attualmente la Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano.

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