Guerre stellari

1977, Fantascienza

Recensione Guerre stellari (1977)

E' molto più di un film, quello a cui Lucas dava vita nel lontano 1977, anche molto più di una saga che sarebbe entrata nella storia del cinema: le coordinate stesse dell'intrattenimento cinematografico venivano ridefinite, in un periodo in cui Hollywood si stava rinnovando profondamente.

La nascita di un mito

"Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana": un incipit che non ha bisogno di ulteriori commenti o spiegazioni, che dava inizio, nel 1977, a quella che sarebbe diventata una delle saghe più popolari della storia del cinema. Un incipit letterario, diremmo persino fiabesco: così come fiabesco è l'intero universo creato da George Lucas nei sei film che vanno a comporre la sua saga, una grande epopea fantasy che ha solo la coloritura esterna della science fiction. Ma ciò che nasceva in quel lontano 1977 era molto più di un film, era persino più di una saga che sarebbe entrata di diritto nella storia della Settima Arte: con Guerre Stellari (titolo secco, "autosufficiente", che sarebbe stato modificato solo due anni dopo nel più esplicativo Star Wars Ep. IV: A New Hope), Lucas ridefiniva le coordinate dell'intrattenimento cinematografico, dando il via ad un cinema diverso, che avrebbe influenzato decine di suoi colleghi in un periodo in cui Hollywood si stava rinnovando profondamente, grazie a quel gruppo di giovani registi (Scorsese, Coppola, Cimino, Spielberg...) che si erano confrontati dialetticamente con il "vecchio" cinema americano adeguandolo ai tempi e ai gusti di una nuova generazione di spettatori. In questo, Lucas andò oltre le intuizioni dei suoi colleghi, dimostrandosi maggiormente lungimirante nel proporre un cinema di evasione totale, in cui un uso massiccio, mai sperimentato in precedenza, degli effetti speciali, era funzionale alla creazione di un vero e proprio universo nel quale lo spettatore veniva completamente, e piacevolmente, assorbito. Quanto Lucas fosse "avanti" con i tempi, quanto stesse precorrendo il cinema di evasione che verrà, si può intuire dal fatto che i responsabili della Universal, insieme a una serie di altri studios, all'epoca rifiutarono di finanziare il film reputandolo un probabile insuccesso, e la stessa Fox si accollò solo un 60% delle spese lasciando il resto al regista (che arrivò persino a ipotecare la sua casa per realizzare il progetto). Era anche la prima volta, nella storia del cinema, in cui il successo di un film sarebbe andato oltre il medium stesso, generando un fenomeno di merchandising senza precedenti, che si sarebbe protratto fino ai nostri giorni con una serie infinita di libri, fumetti, videogiochi, giochi da tavolo e gadget vari.

Stando a quanto Lucas ha sempre dichiarato, il film nasce come quarto episodio di una saga che doveva comporsi inizialmente di nove pellicole (solo sei delle quali, come è noto, avrebbero poi visto la luce): nonostante questa sua natura di "segmento" di un'entità più estesa (la cui effettiva realizzazione, è bene ricordarlo, era comunque tutt'altro che certa all'epoca del lancio del film), è da sottolineare che Guerre Stellari, rivisto oggi, funziona benissimo anche come opera a sé stante, pur conoscendo ormai passato, presente e futuro di tutti i personaggi che vi compaiono. Lucas lascia la porta aperta ai sequel (e prequel) narrando una storia "aperta" negli sviluppi, con un happy ending che tutto è tranne che conclusivo, e molti particolari di trama accennati e volutamente non approfonditi: dettagli che non disturbano affatto la fruizione del film come opera autosufficiente (che è poi l'ottica in cui la stragrande maggioranza degli spettatori dell'epoca lo vide), ma che stimolano la curiosità dello spettatore più attento, generando l'inevitabile attesa per il capitolo successivo. L'universo della saga viene qui delineato in modo del tutto convincente, riuscendo a generare quella totale immersione da parte dello spettatore di cui si diceva sopra: un universo di matrice tipicamente fantasy, debitore nei temi come negli sviluppi alle opere di J.R.R. Tolkien, che fece inevitabilmente storcere il naso ai puristi della science fiction, indignati da una storia di principesse, eroici cavalieri, potenti sortilegi, maghi votati al male e una varietà di grottesche creature, presentata come un'opera di fantascienza.

Anche il tratteggio dei personaggi, nonostante l'inevitabile evoluzione che questi avrebbero subito nei film successivi, è qui riuscito e credibile, e crea anzi un imprinting che avrebbe segnato per sempre l'immaginario delle tante generazioni di spettatori che si sono avvicinati alla saga con questo film: è difficile dimenticare la prima apparizione di Han Solo (un perfetto Harrison Ford nel ruolo che lo lanciò) e le sequenze che lo coinvolgono all'interno della locanda (chiaro omaggio di Lucas al genere western), è difficile dimenticare il volto inizialmente confuso, ma via via sempre più risoluto, del Luke di Mark Hamill, che in questo film prende coscienza della sua natura, è difficile dimenticare la saggezza pacata, enigmatica ma sicura, sul volto dell'Obi-Wan interpretato dal grande Alec Guinness, o il travolgente umorismo dei droidi R2-D2 e C3-PO; è difficile, infine, dimenticare l'entrata in scena, a inizio film, di quel Darth Vader che diventerà sempre più, con i capitoli successivi (e soprattutto con i tre "precedenti") perno sul quale ruota l'intera saga. Frammenti di mito, momenti di cinema ora appartenenti alla memoria collettiva, come le tante sequenze ormai impresse indelebilmente nella mente di milioni di spettatori: l'assalto iniziale alla nave della principessa Leia, il sacrificio di Obi-Wan, la fuga dalla Death Star, lo spettacolare attacco finale a quest'ultima. E nella memoria collettiva è rimasta anche, ed è certamente destinata a rimanervi per sempre, la colonna sonora di John Williams, che con il suo alternarsi di momenti epici, drammatici e cupi, riesce a fondersi alle immagini come avviene solo nel grande cinema, creando un unicuum indistricabile.

Ed è inevitabile, riguardando il film oggi, e confrontandolo con i suoi tanti epigoni (e in questo confronto possono rientrare, in parte, anche i film della nuova trilogia), provare un rimpianto per un cinema hollywoodiano di genere che riusciva a essere grande, spettacolare, produttivamente imponente, capace di tenere lo spettatore con gli occhi incollati allo schermo per due ore e oltre, senza perdere di vista la narrazione e i personaggi, la credibilità (pur nel carattere fantastico delle vicende raccontate) e l'afflato epico che da sempre "fanno" il grande cinema di intrattenimento. Ed è indubbio che, anche laddove dal punto di vista strettamente qualitativo il miglior film della saga appare essere il quinto episodio (L'impero colpisce ancora, secondo in ordine di uscita), è indubbiamente questo il più importante di tutti, proprio per come dal nulla il suo autore è riuscito a plasmare quello che sarebbe diventato un mito. Un mito che avrebbe visto la sua conclusione (ma molti fan sperano ancora non sia così) solo ventotto anni dopo, dividendo, creando fazioni e suscitando infiniti dubbi e discussioni, ma non smettendo mai, neanche per un attimo, di appassionare.

Recensione Guerre stellari (1977)
Marco Minniti
Redattore
5.0 5.0
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