Eragon

2006, Azione

Recensione Eragon (2006)

Un film totalmente sbagliato, questo Eragon, che copre le mancanze di regia e sceneggiatura adagiandosi sullo sfarzo dei mezzi, e su un suppposto quanto forzato senso di epicità.

La morte della fantasia

E', almeno commercialmente parlando, una vera e propria stagione d'oro quella che il fantasy cinematografico sta attraversando da cinque anni a questa parte: la titanica impresa di Peter Jackson con la sua riduzione della trilogia dell'Anello, e il boom letterario dei vari Harry Potter (traino per riduzioni cinematografiche quasi sempre deludenti su tutti i fronti) hanno aperto la strada alla riscoperta di un genere da sempre un po' snobbato dal cinema, relegato ad un immaginario letterario che fa spesso dell'autoreferenzialità la sua caratteristica (e il suo limite) principale. Se l'anno scorso fu Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l'armadio ad assurgere all'"onore" di esser fatto oggetto di una trasposizione su grande schermo, quest'anno è la volta del più recente fenomeno letterario del genere, il ciclo uscito dalla penna del giovanissimo scrittore Christopher Paolini di cui questo Eragon è il primo episodio.

La trama narra del mondo incantato di Alagaesia, governato da un crudele tiranno che ha eliminato la stirpe dei draghi e i suoi valorosi cavalieri, gli unici che ebbero il coraggio di opporsi al suo potere. Quando il giovane Eragon, di famiglia umile, trova una pietra blu nella foresta, pensa di aver rinvenuto un oggetto prezioso da poter vendere per sfamare la sua famiglia: ma l'oggetto è in realtà un uovo di drago, che dà presto vita a un cucciolo che cresce con straordinaria velocità. La creatura, di nome Saphira, stabilisce presto un contatto telepatico con il giovane, che scoprirà così di essere un membro eletto dei Cavalieri dei Draghi: forte dell'aiuto del vecchio Brom, un ex membro della stirpe ridotto a vivere in miseria, Eragon imparerà così a conoscere e controllare i suoi straordinari poteri, divenendo l'ultima speranza per la libertà di Alagaesia.

E' un film totalmente sbagliato, questo Eragon, è il caso di dirlo senza mezzi termini. Laddove le regole del genere impongono, già di loro, a regista e sceneggiatori di muoversi su binari ben delineati, il film semplicemente si adagia sullo sfarzo dei mezzi e su un supposto quanto forzato senso di epicità. E' persino irritante la regia dell'esordiente Stefen Fangmeier, tutta dolly, panoramiche e pomposità montante, tesa com'è a scimmiottare quella di Peter Jackson nella sua trilogia senza averne neanche un grammo della consapevolezza cinematografica. Il maldestro, persino ingenuo tentativo di far scaturire l'epicità da semplici artifici di regia, senza aver ben chiari i meccanismi che generano il coinvolgimento al cinema, fa il paio con una sceneggiatura gravemente deficitaria, approssimativa nel tratteggiare i caratteri (imperdonabile il modo in cui spreca il potenziale di un attore come Jeremy Irons in un personaggio che non trasmette nulla di ciò che dovrebbe), incapace di gestire la crescita e la presa di coscienza del protagonista, mai in grado di far appassionare davvero lo spettatore alla vicenda.

Il fallimento del film non risparmia purtroppo neanche gli interpreti, dal già citato Irons (che sembra un pesce fuor d'acqua, imprigionato com'è nelle maglie di un ruolo scritto con assoluta superficialità), passando per un altrettanto tristemente svogliato John Malkovich nella parte del villain, per arrivare al giovane Edward Speleers, clamorosamente sbagliato per il ruolo del protagonista: il giovane attore ha lo stesso sguardo per tutto il film, per un personaggio che dovrebbe al contrario attraversare una rapida quanto dolorosa crescita personale. Così, di questo Eragon resta solo la sfarzosa confezione, le sontuose musiche e la solita, prevedibile cura negli effetti speciali: basterà, questo, al nuovo pubblico (in primis giovani e giovanissimi) di questa poco promettente new wave fantasy? Non siamo in grado di dirlo, per ora, ma possiamo dire con certezza che il cinema, quello vero, abita altrove.

Recensione Eragon (2006)
Marco Minniti
Redattore
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