L'ultima alba

2003, Drammatico

Recensione L'ultima alba (2003)

Dal corrosivo Training Day, il regista Antoine Fuqua compie una doppia piroetta e si proietta in un altro pianeta, quello del filone eroico-militare.

La metamorfosi di Fuqua

Dal corrosivo Training Day, dove i confini tra bene e male tra le stesse forze dell'ordine erano sottilissimi e non ben individuabili, il regista Antoine Fuqua compie una doppia piroetta e si proietta in un altro pianeta, quello del filone eroico-militare, dove non ci sono chiaroscuri e il bene è perfettamente identificabile. Nell'occasione il bene in persona è identificato nel soldato duro e dal cuore buono, ovvero quel Bruce Willis che stavolta fa indossare la divisa al suo classico personaggio di eroe metropolitano dei vari Die Hard, e lo catapulta nel mezzo della Nigeria, in preda a una guerra civile.
Willis infatti impersona il tenente americano Waters, inviato in Nigeria per recuperare la Dottoressa Lena Kendricks (una Monica Bellucci che ancora una volta sembra non capire bene dove si trova), impegnata in una missione umanitaria. Nel paese intanto i ribelli armati massacrano i civili e la dottoressa accetta di lasciare la sua missione solo se accompagnata dalla gente del posto che lei sta così amorevolmente seguendo. Waters, granitico ma dal cuore d'oro, accetta, e ovviamente si mette in un sacco di guai, venendo inseguito con tutto il suo "carico" dagli agguerriti ribelli.

Il film si presenta a due facce: una, come si è già ben compreso, gronda di retorica a ogni fotogramma, sorretta da dialoghi abbastanza imbarazzanti e una trama lineare adatta ad esaltare l'eroismo e il volto umano della pattuglia guidata da Waters. Ma sotto questo "coperchio" un po' fastidioso, dove la ciliegina sulla torta è una Bellucci che se ne va in giro sempre incredibilmente truccata in mezzo al sangue e ai massacri nella foresta, c'è un'altra faccia, quella dove Fuqua dimostra che c'è ancora qualcosa di quell'animo graffiante che lo aveva contraddistinto nel precedente film. Ed ecco che la parte migliore risulta quella nella quale il regista pigia l'acceleratore sugli orrori delle violenze dei ribelli, non tutte trattate dettagliatamente dal punto di vista visivo (per ovvi motivi) ma dove appare chiarissimo il livello di malvagità e di efferatezza di certi contesti, dando così al film un senso di crudo realismo.

Altro aspetto positivo è il continuo richiamo alla natura, che grazie a una splendida fotografia viene contrapposta continuamente nella sua innocenza agli orrori di cui è capace invece l'uomo, anche se la poesia e l'introspezione di Terence Mallick ne La sottile linea rossa, sia ben chiaro, restano distanti anni luce. Buona anche la spettacolarità di certe scene d'azione, soprattutto nel finale, ma è come se tutte queste potenzialità fossero rimaste nascoste dietro a questo cappello così troppo hollywoodiano, istituzionale e propagandistico (non a caso il film ha ricevuto la collaborazione e il sostegno della marina militare). Insomma un film dopo la visione del quale restano molti dubbi su cosa avrebbe potuto essere e alla fine non è stato. E a noi italiani resta un'ulteriore domanda: ma che vuol dire il titolo L'ultima alba?

Recensione L'ultima alba (2003)
Antonello Rodio
Redattore
3.0 3.0
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