Shortbus - Dove tutto è permesso

2006, Drammatico

Recensione Shortbus - Dove tutto è permesso (2006)

Si è lasciati poi liberi di vagare nello Shortbus, di lasciarsi penetrare lentamente, tra una risata e un colpo ben assestato nello stomaco, prima di un finale che spalanca la bocca e ci soffia dentro tutta la bellezza che resta del mondo

Massimo Borriello

La lingua che lecca le ferite

Una fantasia porno-mistica in mettere e levare, un'orgia metropolitana di corpi graffiati, affanni spezzati, pulsioni primordiali e caldi e cremosi schizzi di vita. John Cameron Mitchell, cinque anni dopo l'exploit del gioiello Hedwig - La diva con qualcosa in più, torna con il dipinto a tinte forti, ma così squisitamente sincero ed emotivamente travolgente, di una New York che si lecca docilmente le ferite, abitata da freak iper-moderni alla continua ricerca del perdono, esseri umani ammalati dal terrore della solitudine che chiedono disperatamente di essere accarezzati, attraversati, saccheggiati, per tirarsi fuori e finalmente cominciare a vivere. I buchi profondi dentro la città violentata, lasciata dolorante in ginocchio con le mani a coprire gli occhi, sono come i vuoti nelle anime nivee dei suoi abitanti, pagine da scarabocchiare con la linfa vitale dell'amore, o forse solo della vicinanza tra i corpi, tra le essenze, tra i centri celati di ognuno. Si può riuscire a superare il dramma di non sentirsi, affidandosi, con la paura schiacciata in un pugno, alla voce di qualcun altro, alle dita degli angeli custodi che vogliono guarire le ferite e far rinascere un corpo stanco, già impacchettato nella plastica per allontanarsi per sempre dal dolore?

Shortbus è un tuffo a braccia e occhi aperti nel nuovo mondo cane, a squarciare l'immagine preconcetta di una New York fasulla, meccanica, incastrata tra i suoi grattacieli di indifferenza, per arrivare dentro la reale umanità quotidiana, per raggiungere la verità più intima dell'essere. Entrarsi dentro: la chiave per giocarsi una vita nel rapporto con l'altro. E' la certezza che solo entrandosi dentro, solo passando prima per l'interno dei nostri corpi, si può riuscire a conoscere la serenità con sé stessi e a stabilire un contatto vergine con chi ci sta accanto, limando i confini tracciati dalle paure, giustificando e ammorbidendo quel terrore che ci tiene distanti, l'angoscia di tornare ad essere soli. E la storia di Shortbus è un vestito di macchie da lavar via: è la confessione, con sguardo azzurro spalancato nel vuoto, di un ex sindaco alle prese con le proprie colpe e col bisogno di una carezza sulle labbra che baci via i rimorsi, è il regalo salvifico di un uomo trasparente, che si cerca continuamente su un display, perché qualcun altro non sia sbranato dai sensi di colpa quando le lacrime smetteranno di scorrere, è una struggente torch song sulle cicatrici che ricoprono il corpo e sul bisogno dell'altro, prima un lamento raccolto, poi un'esplosione generale.

Ci sono piccole cose in questo film, sensazioni illuminate dalla luce fioca delle candele, e c'è ancora grande musica, suonata in buona parte dal vivo, di quella che ti si attacca addosso e resta un po' tua per sempre. E poi, naturalmente, c'è il sesso, o meglio c'è la realtà dietro il sesso. Nulla è concesso all'immaginazione, per una volta è più forte il bisogno di avvolgersi ai corpi nudi, mostrare il loro giocoso avvinghiarsi, avvicinarsi il più possibile alle distese di pelle, per leccare e assaggiarne il sudore. C'è davvero qualcuno che può provare anche un solo brivido di eccitazione guardando questo film? Le emozioni dentro lo sfrenato Shortbus di Mitchell sono altrove, in quel divertimento estremo e la commovente intensità che solo i film di Charlie Chaplin riuscivano a mettere insieme. Si viene condotti per mano nello Shortbus, si è lasciati poi liberi di vagare, di lasciarsi penetrare lentamente, tra una risata rumorosa e un colpo ben assestato nello stomaco, prima di un finale che spalanca la bocca e ci soffia dentro tutta la bellezza che resta del mondo, lucidando gli occhi per renderli di nuovo limpidi. Peccato per il doppiaggio, imperdonabile la mancanza di sottotitoli per la fondamentale canzone che chiude il film. Ma che incanto, che indicibile meraviglia.

We all bear the scars. Yes, we all fail in love. We all sigh in the dark; get cut off before we start. And as the first act begins, you realize they're all waiting for a fall, for a flaw, for the end. There's a path stained with tears, could you talk to quiet my fears? Could you pull me aside, just to acknowledge that I've tried? And as your last breath begins, contently take it in, because we all get it in the end. And as your last breath begins, you find your demon's your best friend. And we all get it in the end.
(In the end - Musica e testo Scott Matthew)

Recensione Shortbus - Dove tutto è permesso (2006)
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