Doppelganger

2003, Commedia

Recensione Doppelganger (2003)

E' difficile racchiudere in una definizione precisa "Doppelganger", nuovo lavoro di Kiyoshi Kurosawa, film che potrebbe aprire al regista le porte di un riconoscimento più ampio portandolo finalmente fuori dal suo status di autore di culto.

La fusione di Jekyll e Hyde

E' difficile racchiudere in una definizione precisa questo Doppelganger, nuovo lavoro di Kiyoshi Kurosawa, esponente di punta della new-wave nipponica e regista di culto per gli appassionati del cinema del sud-est asiatico. E' difficile, perché si tratta di un oggetto cinematografico più che mai insolito, sfuggente a qualsiasi classificazione, che cambia faccia più volte, ma che nello stesso tempo potrebbe rappresentare, per il suo regista, il viatico per un più ampio riconoscimento, che lo faccia uscire dallo status di autore di culto e gli faccia ottenere finalmente una più ampia visibilità da parte del pubblico e della critica internazionali.

Il film, che vede come protagonista ancora una volta l'attore-feticcio del regista Koji Yakusho, narra la storia di uno scienziato che sta lavorando ad una rivoluzionaria sedia per disabili, che dovrebbe risolvere i problemi dei portatori di handicap con un sistema di controlli cerebrali che permettano di manovrarne gli "arti" meccanici con la sola forza del pensiero. L'uomo, ossessionato dal suo progetto e dispotico con i suoi subalterni, emarginato dai colleghi che gli rimproverano la mancanza di elasticità nei confronti dell'azienda per cui lavora, incontra un giorno un individuo perfettamente identico a sé: spaventato, memore della leggenda del doppelganger, il "doppio" misterioso che verrebbe ad annunciare la morte imminente di chi lo vede, lo scienziato dapprima rifiuta con forza la concretezza della visione, convinto di essere vittima di un'allucinazione, ma in seguito è costretto a venire a patti con la sua misteriosa "copia", che inizia a sostituirsi a lui sul lavoro e a portare avanti il suo progetto in modo spregiudicato, arrivando anche all'omicidio.
E' una "creatura" cinematografica piuttosto indefinibile, si diceva, questo nuovo lavoro di Kurosawa, insolito anche all'interno della stessa produzione del regista: parte come un horror, con l'inquietante prologo che mostra il "contatto" della futura collega del protagonista con la "copia" di suo fratello, e il primo incontro dello scienziato con il suo doppio; prosegue come una commedia nera, con il clima di sospettosa collaborazione instaurato dal protagonista con il suo gemello, e la gioiosa amoralità dimostrata da quest'ultimo nel compiere azioni criminali; si conclude infine come un singolare noir, con un rocambolesco inseguimento e uno sviluppo imprevedibile in cui le carte vengono scientemente mischiate da Kurosawa.
Un'alternanza di registri insolita, quindi, per l'autore di Kairo e Charisma, che pur nei diversi generi affrontati aveva sempre diretto film estremamente compatti e stilisticamente coerenti; un programmatico "gioco" a spiazzare lo spettatore, che da un tema come quello del "doppio" (che ha radici letterarie precise e codificate) si aspetta una pellicola che risponda a coordinate ben note e riconoscibili.

Kurosawa, al contrario, "stempera" immediatamente nel grottesco la tensione e l'inquietudine accumulata nei primi minuti del film, trasformando la pellicola in una commedia nera polanskiana, per poi cambiare di nuovo le carte in tavola nell'ultima parte, con un brusco cambio di ritmo narrativo e un'accumulo di situazioni rocambolesche e paradossali che sembrano riecheggiare la serie Suit yourself or kill yourself!, che il regista diresse per la tv giapponese negli anni '80. In tutto questo, Kurosawa opera una volontaria e sapiente "confusione" dell'identità dei due "gemelli", che gradualmente perdono le loro caratteristiche assolute di bene e di male, o Jekyll e Hyde, per assorbire uno le qualità dell'altro, al punto che alla fine lo spettatore non sarà più certo di quale delle due "metà" stia effettivamente guardando. Una volontaria ambiguità, quindi, che conferma il carattere assolutamente non manicheo delle storie del regista, che già in Charisma e in Cure aveva mostrato come una natura bestiale, anarchica e amorale si annidi in tutti gli esseri umani, soffocata dalle convenzioni imposte dalla società.

A livello visivo, il regista fa un uso estremamente interessante e funzionale dello split-screen, recuperando così una tecnica di ripresa molto cara a Brian De Palma ed esplicitando, visivamente, la "distanza" tra le due versioni del protagonista: distanza che andrà riducendosi gradualmente nel corso del film, e che non a caso porterà con sé una parallela diminuzione delle sequenze riprese con questa tecnica man mano che lo scienziato e la sua "copia" si confondono sovrapponendosi l'uno all'altro. Un'evoluzione del soggetto, questa, che richiedeva un lavoro non facile all'attore chiamato ad interpretare le due "metà", e che Koji Yakusho ha affrontato al meglio, dando dapprima chiaramente vita a due distinti personaggi (ben riconoscibili dallo stile di recitazione), per poi "sfumare" lentamente la differenza tra di essi per giungere a una sintesi che era esattamente ciò che il soggetto richiedeva.

Questo film, si diceva in apertura, potrebbe tranquillamente aprire a Kiyoshi Kurosawa le porte di un riconoscimento di pubblico e critica che vada oltre i confini (assolutamente stretti, per le sue qualità) che finora gli sono stati imposti dalla distribuzione occidentale: nella sua imprevedibilità e indefinibilità, infatti, Doppelganger è anche un film che intrattiene, sicuramente più vicino a un certo gusto "occidentale" nelle modalità narrative e nei temi di quanto non lo fossero opere come Cure o Kairo, che trattavano sì tematiche universali, ma affrontandole dal particolare punto di vista, e con la particolare attitudine, propri di un regista nato e cresciuto in Giappone. E, se è vero che solo l'estate scorsa abbiamo potuto vedere nelle nostre sale The Call - Non rispondere, ovvero uno dei più "commerciali" degli oltre sessanta film diretti da un regista come Takashi Miike, forse l'auspicio di una qualche forma di distribuzione (in sala o in home video) per un film come questo, non è poi così campato in aria. In alternativa, certo, ci accontenteremmo anche che ci mettessero una pezza il buon Ghezzi e il suo Fuori Orario... sarebbe comunque, indiscutibilmente, un inizio.

Recensione Doppelganger (2003)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
Privacy Policy