Recensione The Weight (2012)

A rendere ostica la fruizione di una pellicola del genere non è tanto l'accumulazione dei temi, dalla necrofilia alle riflessioni sulle 'mutazioni' del corpo e su ogni tipo di devianza psicologica, quanto il modo in cui l'autore li mette in scena, con una freddezza chirurgica che li rende quasi insostenibili.

La camera oscura

Si parlerà a lungo di The Weight, film del coreano Jeon Kyu-Hwan presentato nella sezione Giornate degli Autori alla 69.ma Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia. A rendere ostica la fruizione di una pellicola del genere non è tanto l'accumulazione dei temi, dalla necrofilia alle riflessioni sulle 'mutazioni' del corpo e su ogni tipo di devianza psicologica, quanto il modo in cui l'autore li mette in scena, con una freddezza chirurgica che li rende quasi insostenibili. L'opera, va subito messo in chiaro, non nasce affatto per scandalizzare il pubblico, e di questo va dato atto al giovane regista. Eppure, nonostante del film si possano apprezzare alcuni momenti di grande lirismo, non si può fare a meno di rimanere turbati dalla visione di The Weight.

La dichiarazione d'intenti è chiara fin dai colorati e spensierati titoli di testa che mostrano momenti gioiosi nelle principali capitali straniere. Il regista, nonché autore della sceneggiatura, tiene a precisare che non è quello il mondo in cui vive il protagonista, Jung il gobbo. Segnato dalla nascita da una deformazione fisica che ha spinto i suoi genitori biologici ad abbandonarlo in un orfanotrofio, il piccolo viene adottato da una donna fredda e anaffettiva che lo sfrutta come manodopera per la sua piccola attività commerciale. Rinchiuso in soffitta, dove vive da solo lavorando giorno e notte, Jung trova conforto solo nel rapporto con il suo fratellastro, un ragazzino che vuole essere donna e con cui vive le prime esperienze sessuali. Cacciato di casa dalla matrigna, Jung trova un impiego presso l'obitorio dove si occupa amorevolmente della ricomposizione dei cadaveri. Jung li accudisce, li rende presentabili per i parenti che li vogliono piangere e poi scatta delle foto che sviluppa e e conserva gelosamente, quasi fosse un album di famiglia. A far deflagrare la sua vita, già minata dal progredire di una grave forma di tubercolosi, ci pensa il fratellastro, tornato alla carica per ottenere i soldi necessari all'intervento di cambio del sesso.

Kyu-Hwan desidera per sua stessa ammissione raccontare il fardello della vita che gli uomini si trascinano dietro, il peso a cui si riferisce il titolo, e per farlo si affida ad un lungo elenco di sequenze disturbanti, accumulate senza soluzione di continuità. Con un tono grottesco che non attutisce l'impatto delle scene, semmai lo amplifica a dismisura, l'autore delinea un mondo in cui è la stessa umanità ad essere messa in discussione, senza possibilità alcuna di trasformazione (meno che mai quella 'agognata' dal fratellastro di Jung). Se Jung si relaziona solo ed unicamente con i cadaveri, cioè con persone che hanno cessato di vivere, anche gli altri personaggi che ruotano attorno a questo microcosmo deformato che è l'obitorio riescono a capire poco di quella separazione definitiva che è la morte. Non esitano a compiere atti sessuali con le salme e a 'uccidere' chi è già deceduto per rendere ancora più roboante la propria vendetta. L'universo tratteggiato dal cineasta coreano è un luogo in cui la felicità può essere rappresentata artificiosamente, come ben si evince dalle fantasie-delirio di Jung, ed è solo la morte a delineare nel profondo chi si è. Un manifesto filosofico che il regista sposa in pieno e offre senza mediazioni al pubblico. Certo una pellicola del genere non lascia indifferenti, e per alcuni tratti riesce anche ad attrarre lo spettatore grazie ad uno stile ineccepibile e all'interpretazione del protagonista, la stella coreana Cho Kyu-Hwan. Del film però non possiamo non rifiutare la matrice pessimista e nichilista.

Movieplayer.it

2.0/5