Recensione North Country - Storia di Josey (2005)

North Country procede su una strada già battuta da mille altri titoli ma lo fa con rigore e decoro almeno per la prima ora: la regia della Caro non manca di sensibilità ed è supportata dall'eccellente cast.

La caduta e il trionfo

Altro successo di de-glamouring: la splendida Charlize Theron si imbruttisce nuovamente e riesce a conquistare un'altra nomination all'Oscar. Questo hanno detto in molti di North Country, della regista neozelandese Niki Caro. Pur avendo militato nei ranghi di coloro che ridimensionavano la prova della Theron nel pessimo Monster, per cui la bionda sudafricana ha vinto la più desiderata delle statuette, chi scrive non può che dissentire: la Theron è bella anche in tuta da lavoro, e la sua interpretazione è indubbiamente la cosa più convincente di North Country.

Il film è liberamente ispirato ad una vicenda reale: la causa attraverso la quale le impiegate di sesso femminile di uno stabilimento minerario riuscirono a ottenere un risarcimento e un protocollo contro le molestie sessuali dell'azienda. La storia è vecchia, sgradevole ma purtroppo non priva di reale fondamento, ed è quella del maschio che si sente minacciato quando l'altro sesso invade il suo territorio: che ci fanno delle donne in una miniera? Facciamo loro capire qual è il loro posto.
Charlize interpreta Josey Aimes, una giovane madre di due figli che ha lasciato un marito violento e si trova senza sostentamento. Un'amica, Glory, l'aiuta a trovare un impiego nella locale miniera, che è l'attività economica che dà il pane un po' a tutti in città. Lo stipendio è buono e Josey riesce per la prima volta a mantenere i suoi figli, ritrovando una dignità dimenticata. La sua gioia non è però destinata a durare, perché c'è chi pensa che quella dignità Josey l'abbia sottratta un uomo: per tutti gli uomini (e sono tanti) che lavorano alla Pearson lei e le sue colleghe sono una novità molto sgradita, e non è una convinzione che questi begli esemplari tengano per sé. Le sottopongono a scherzi volgari, turpi soprusi e, in qualche caso, a vere e proprie molestie. Glory, che è anche dirigente sindacale, avverte Josey che non c'è modo di ottenere giustizia dai vertici dell'azienda, quindi tanto vale tacere, perché "non c'è nulla che non possiamo sopportare". Ma Josey non ci sta. Arriva fino al proprietario della miniera, ma tutto ciò che ottiene dal signor Pearson è la proposta di dare immediatamente le dimissioni. E, dopo aver rifiutato, al ritorno sul posto di lavoro subisce un'aggressione particolarmente brutale, che la induce a licenziarsi e a rivolgersi a un avvocato.

Il procedimento giudiziario comporta tutte le tradizionali brutture del caso: l'ostracismo della gente, la paura delle compagne, le accuse ignominiose della difesa. Fino ad una vittoria consolante e telefonata. Ma non è la prevedibilità il problema di Noth Country: il film procede su una strada già battuta da mille altri titoli ma lo fa con rigore e decoro almeno per la prima ora. La regia della Caro non manca di sensibilità ed è supportata dall'eccellente cast - la Theron, infatti, nel suo ritratto intenso di ragazza sfortunata e sempliciotta, fragile ma tenace, è in ottima compagnia.
Le pecche del film sono tutte nella parte finale, dove la narrazione si disunisce e l'efficacia della caratterizzazione perde colpi. Risultano troppo monodimensionali gli avversari di Josey e troppo eclatanti le forzature della procedura legale; decisamente troppo repentino, inoltre, il cambio di rotta del padre della protagonista, che la avversa violentemente per poi divenire d'improvviso il suo più importante alleato rinnegando l'amicizia con la masnada dei minatori. Per non parlare del ridicolo e ingiustificato voltafaccia durante la testimonianza del disgustoso Bobby Sharpe.
Nel complesso, tuttavia, il film si lascia vedere e non lesina qualche momento emozionante. E ciò non può dirsi di tutti i drammoni legali che lo hanno preceduto.

Movieplayer.it

3.0/5