Il mostro della laguna nera

1954, Avventura

Recensione Il mostro della laguna nera (1954)

L'ingenuità e l'artigianalità tipica dei B-movies sono impiegate da Arnold come testate d'angolo della struttura narrativa, con poche sbavature di fondo.

Vincenzo Carlini

La bella e la bestia sott'acqua

Il mostro della laguna nera è il primo film "subacqueo" della storia del cinema girato completamente in 3D: basterebbe questa peculiarità per rendere il film di Jack Arnold (autore di altre pellicole fondamentali come Destinazione Terra! del 1953, Tarantola del 1955 e Radiazioni BX: distruzione uomo del 1957) un'opera assolutamente imperdibile per chi ama la science fiction. Relegato dalla critica, e anche malvolentieri, tra i protagonisti dei B-movies, il regista americano (nato a New Haven, nel Connecticut, da due immigrati di origine russa e partorito, incredibile ma vero, su un tavolo da cucina: anche la sua nascita non poteva essere piu' eccentrica...) ha rappresentato sicuramente un grande innovatore nel genere fantascientifico. Con Il mostro della laguna nera, Arnold ha dato un contributo notevole a quei monster-movies che, dagli anni Trenta fino ai Cinquanta inoltrati (il film è del 1954), avevano monopolizzato letteralmente la cinematografia fanta-horror, con titoli come King Kong, Frankenstein, Dracula, La mummia e l'uomo lupo, solo per citarne alcuni.
Nel caso de Il mostro della laguna nera, l'ambientazione acquatica è decisamente l'elemento più innovativo introdotto nel filone. Ma vi sono ulteriori aspetti che rendono la pellicola di Jack Arnold molto valida anche dopo tanti anni. Innanzitutto l'utilizzo della tecnica del 3D non indulge in una facile ricerca dell'effetto, come accadrà successivamente con altri titoli, quali Lo squalo 3 (curiosamente il terzo episodio della saga inaugurata da Steven Spielberg doveva essere un remake de Il mostro della laguna nera diretto proprio da Jack Arnold) o Weekend di terrore, ovvero il terzo episodio di Venerdì 13: Jack Arnold cerca in tutti i modi lo spavento e non l'orrore in se', optando spesso per dissolvenze incrociate e dissolvenze al nero per occultare le macabre visioni. Ciò risulta anche dal modo con cui il cineasta d'oltreoceano ritarda continuamente il momento della prima apparizione integrale del mostro (che avverrà, tra l'altro, per un solo istante) propinandoci come primo approccio, invece, il suo terrificante arto prensile.

La mano anfibia è, inoltre, anche l'unico reperto che, fino a quel momento, gli scienziati sono riusciti a trovare in merito ad una possibile creatura dell'età devoniana (che noi sappiamo essere proprio l'"adorabile" creatura protagonista del film). E, ancora, un'altra mano, quella irrigidita dell'indigeno ucciso dal mostro, è il primo segnale visivo della terribile forza della creatura della laguna nera.
La mano sembra assurgere dunque ad evento topico, simbolo di qualcosa che esprime una volontà distruttrice come proiezione tutta interiore del proprio lato negativo. Con qualche forzatura si potrebbe dunque individuare in questa caratteristica una sorta di citazione delle lunghe ombre espressioniste create dalla mano di Nosferatu nel capolavoro di Murnau, ma anche una piccola anticipazione del fatale guanto artigliato indossato da Freddy in Nightmare - Dal profondo della notte, o ancora delle mani di forbice della tenera inquietudine dell'Edward di Tim Burton.
Inoltre i primi segnali di vita del mostro creato dal dottor Frankenstein nel capolavoro di James Whale, provengono proprio dalla mano.

Già da queste prime avvisaglie analitiche, risulta che l'ingenuità e l'artigianalità tipica dei B-movies sono impiegate da Arnold come testate d'angolo della struttura narrativa, con poche sbavature di fondo (notare ad esempio l'introduzione enciclopedica del film, quasi in stile Discovery Channel, che presenta però una vistosa e metaforica anticipazione di quello che seguirà: le palle di fumo della creazione terrestre che troveranno un riscontro con le scie biancastre del rotonone - la droga naturale scoperta dagli indigeni - nonché con le bolle d'aria dei subacquei).

Invero la trama presenta spunti che ricalcano quasi pedissequamente le caratteristiche tipiche di un altro monster-movie hollywoodiano, King Kong: la bestia che s'innamora della bella ragazza, l'uomo che cerca di incrinare gli equilibri della natura e così via. Jack Arnold, però, dimostra di avere un'anima ecologica ante litteram, in quanto il protagonista maschile del film, David Reed (impersonato dalla star della science fiction "d'annata", Richard Carlson) non è semplicemente uno scienziato ambizioso in cerca di gloria e di potere. Reed, infatti, ha tentazioni filantropiche e cerca fino all'ultimo istante del film di salvare l'uomo-pesce (il gill-man).
Inoltre un'altra significativa sequenza in termini ambientalisti, è quella in cui Kay (l'avvenente Julie Adams), dopo aver fumato una sigaretta, getta la cicca in acqua: la macchina da presa si sposta immediatamente tra i flutti inquadrando, con un rovesciamento di prospettiva, il mostro che la contempla tra incantamento e rabbia; segue una dissolvenza incrociata che riporta la visuale sulla superficie della laguna piena di pesci morti a causa del rotonone.

Il momento migliore del film è comunque quello in cui Kay fa il bagno nella laguna nera: l'uomo-pesce rimane estasiato da quel corpo perfetto, agile come una sirena, come una donna-pesce appunto, e comincia a nuotare insieme a lei, disegnando coreografie degne di un balletto. L'allusione all'atto sessuale, non negato dallo stesso Arnold, assume contorni veramente fiabeschi e commoventi grazie al carattere innocente e genuino della trovata registica.

A questo punto non si possono tacere neanche le influenze che Il mostro della laguna nera ha esercitato su molti registi dei periodi successivi, a partire da Steven Spielberg che ne Lo squalo ha spesso impiegato soggettive simili a quelle scelte da Jack Arnold per lo sguardo del mostro. Inoltre il costume in gomma creato per la pellicola del regista americano rappresenta sicuramente il vero prototipo di quelli "indossati" da altri mostri della cinematografia contemporanea, come Alien e Predator.
Per le scene subacquee, invece, un film che sicuramente ha beneficiato, in chiave ovviamente aggiornata, delle trovate di Arnold è stato Abyss di James Cameron.

Un'ultima annotazione spetta alla colonna sonora. Essa è in pieno stile Universal ed è stata approntata da un "team" di tre compositori, tra i quali anche lo Henry Mancini de La pantera rosa e di Peter Gunn. Il tema del mostro (formato da una semplice successione di tre note di cui l'ultima è rinforzata in modo stridulo dalle trombe) è veramente azzeccato e suscita ammirazione e brividi.

Certo, dopo tutto quello che è passato sugli schermi negli ultimi decenni, Il mostro della laguna nera non può assolutamente far spavento. I motivi che ho indicato sopra dovrebbero però indurre ogni appassionato che si rispetti a riscoprire un classico come questo, proprio perché si tratta di un piccolo gioiello che continua ad avere un grosso ascendente sul cinema del fantastico. Ancora oggi.

Recensione Il mostro della laguna nera (1954)
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