La cosa

1982, Fantascienza

Recensione La cosa (1982)

Questo film, uscito nel 1982, rappresenta uno degli episodi artisticamente più riusciti, e allo stesso tempo meno compresi (almeno alla sua uscita) nell'intera carriera di John Carpenter.

L'orrore è dentro di noi

Questo film, uscito nel 1982, rappresenta uno degli episodi artisticamente più riusciti, e allo stesso tempo meno compresi (almeno alla sua uscita) nell'intera carriera di John Carpenter. Per comprendere lo scarso successo del film (tratto dal racconto Who goes there? di John W. Campbell, che già diede origine, nel 1951, al cult La cosa da un altro mondo di Christian Niby e Howard Hawks) alla sua uscita nelle sale, occorre tener ben presente il periodo di cui si sta parlando. Si era agli inizi degli anni '80, e i gusti del pubblico in fatto di fantascienza cinematografica stavano lentamente cambiando: l'immagine dell'alieno ostile, che arriva sulla Terra con intenti bellicosi, era stata messa in crisi da Steven Spielberg con il suo Incontri ravvicinati del terzo tipo, che dava un'immagine decisamente ottimista del contatto umano con una specie extraterrestre: di più, in quello stesso anno, Spielberg aveva ripreso e approfondito ancor più la sua visione positiva, ottimista del nostro incontro con gli alieni, in quello che si sarebbe presto rivelato presto come uno dei più grandi successi della storia del cinema: E.T. - L'Extraterrestre. In questo generale clima di fiducia e di ottimismo, quindi (sintomatico anche di quel periodo), una pellicola come quella di Carpenter andava decisamente controcorrente: la visione del contatto umano con un extraterrestre proposta dal regista è infatti esattamente speculare a quella spielberghiana. Laddove l'autore di E.T. dava non solo un'immagine positiva della creatura extraterrestre, ma faceva dell'incontro con essa un'occasione di crescita e di miglioramento per gli stessi esseri umani, Carpenter fa l'esatto contrario: il suo alieno è infatti un essere ostile, che vive, prospera e cresce nutrendosi della mancanza di fiducia dell'uomo verso i suoi simili. Una visione radicalmente pessimista, quindi, del tutto coerente con quella che già si era delineata come la poetica del regista: la razza umana è destinata a distruggersi perché l'uomo, anziché cooperare con i suoi simili, preferisce scontrarsi con essi, annientato da un egoismo che è radicato nella sua stessa natura. Non c'è nessuno di cui ci si possa fidare, secondo Carpenter, nessuna empatia possibile tra gli esseri umani: nel momento in cui, nella base, si viene a sapere che probabilmente una o più persone sono state contaminate dall'organismo alieno, quella che si scatena è una vera e propria paranoia, fatta di accuse, sospetti, tensioni, esplosioni di rabbia e di violenza. Ognuno guarda il proprio vicino con sospetto, perché forse egli non è quello che appare; antipatie e tensioni preesistenti vengono amplificate e giustificate. In tutto questo, ancora una volta l'unico ad avere qualche possibilità di salvezza è colui che riesce ad agire sempre con freddezza, senza farsi mai condizionare dall'emotività e dai sentimenti, positivi o negativi, tipici dell'essere umano: il colonnello McReady (interpretato da un Kurt Russell pressoché perfetto) è infatti freddo, deciso, determinato; egli prende da subito in mano la situazione riuscendo a mantenere i nervi saldi laddove i suoi compagni cedono uno dopo l'altro all'isteria, non si fa problemi a sparare a sangue freddo contro un militare che stava mettendo in pericolo la sopravvivenza degli altri; e quando, accusato da tutti di essere contaminato, minaccia di far saltare in aria l'intera base se non si seguissero i suoi ordini, noi non stentiamo per un attimo a credergli. Dopo la figura, tipicamente anarchica, di Jena Plissken in 1997: Fuga da New York, Russel dà così vita ad un personaggio solo apparentemente di segno opposto: nel suo fare autoritario, infatti, nel suo tipico agire da militare, McReady è mosso dallo stesso cieco istinto di sopravvivenza che animava Plissken, che necessita la totale messa da parte dei sentimenti e dell'emotività.
L'atmosfera claustrofobica tipica delle opere più riuscite del regista viene qui spostata e "diluita" tra le immense distese di ghiaccio dell'Antartide, trasmettendo allo spettatore una sindrome da isolamento che è la base ideale per lo scatenarsi dell'orrore: "potrebbe essere scoppiata una guerra con i norvegesi, per quello che ne sappiamo" dice uno dei personaggi subito dopo l'apparizione dell'elicottero e l'ennesimo tentativo fallito di mettersi in contatto con l'esterno attraverso le apparecchiature radio. I toni freddi, neutri della fotografia nelle scene diurne (che lasciano il posto a livide tonalità di blu e rosso durante le sequenze ambientate di notte), non fanno altro che accentuare il carattere di luogo fuori dal mondo della base, con il risalto dato alle immense distese di ghiaccio che circondano i protagonisti. L'ottimo commento musicale di Ennio Morricone, il cui tema principale, con la sua ipnotica linea di basso, ricorda molto da vicino le composizioni dello stesso regista, contribuisce da parte sua alla cupa atmosfera del film. E' impossibile, infine, non ricordare gli straordinari (per l'epoca) effetti di make-up creati da Rob Bottin (futuro premio Oscar per Atto di Forza), che sono stati a lungo punto di riferimento per tutte le pellicole dello stesso genere.
L'ormai celebre finale del film, con McReady e Childs che si fronteggiano e il sospetto aleggiante (che diventa in breve poco meno che una certezza) che uno dei due sia rimasto contaminato, è perfettamente in linea con il clima disperato e nichilista che si respira per tutta la durata della pellicola, e ne rappresenta la naturale conclusione: il mostro, infine, ha vinto, e non è bastata l'intelligenza e la freddezza di McReady per arginare la sua minaccia. L'umanità si prepara a vivere quello che hanno vissuto, in scala ridotta, gli occupanti della base militare: il suo destino è probabilmente segnato.
Il mercato dell'home-video e i passaggi televisivi hanno tributato, con il tempo, a questo film il successo che meritava e che gli fu negato all'uscita nelle sale (analogamente a quanto è accaduto per il precedente 1997: Fuga da New York): frutto, questo, di un rapido passaparola tra gli appassionati e della crescente popolarità del suo regista. Regista di cui, attualmente, La Cosa viene reputato una delle opere migliori e più rappresentative: sicuramente tra quelle che meglio riassumono la poetica del suo autore, così come la sua attitudine verso il cinema e verso lo stesso genere umano.

Recensione La cosa (1982)
Marco Minniti
Redattore
5.0 5.0
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