Dead Man

1995, Western

Recensione Dead Man (1995)

Il western di Jim Jarmusch è rappresentato dal silenzio e da un'atmosfera onirica di contemplazione in un viaggio fra il dantesco e l'on the road negli inferi della vita, rappresentati come una foresta fitta, scura e interminabile.

Alberto Diana

L'Inferno scritto da Jarmusch

Un viaggio in treno. Silenzioso, vuoto. Facce brutte, stanche, disagiate. Non uno sguardo oltre il finestrino, può essere pericoloso. Un'atmosfera morente.
E' così che inizia la storia di William Blake, o meglio, la storia della Morte: è, infatti, proprio lei, la Temutissima, la vera protagonista di questo controverso film, incarnata in un giovane (omonimo del famoso poeta) che, trascinato dagli eventi, si trasforma da contabile a micidiale assassino, accompagnato da un fedele e misterioso indiano chiamato Nessuno.

Il film è ben lontano dalle salde basi del western all'americana: il buon vecchio West (sempreverde ispiratore del cinema) non è assolutamente visto come una terra di conquista, ma come l'Inferno. Il western di Jim Jarmusch è sì ricco di corruzione, sporcizia e criminalità secondo le basi di Sergio Leone, ma è diversamente rappresentato, con l'avanzare del film, dal silenzio e da un'atmosfera onirica di contemplazione in un viaggio fra il dantesco e l'on the road negli inferi della vita, rappresentati come una foresta fitta, scura e interminabile.

Il paragone col viaggio di Dante è assai lecito: William Blake viaggia verso la cittadina nella quale era stato assunto come contabile, ma già secondo il preavviso di un macchinista (un probabile Caronte) scopre di viaggiare verso l'oblio, la morte, ritrovandosi, dopo un delitto, errante in una "selva oscura" con una grossa taglia sulla testa, senza comprendere bene ciò che gli è accaduto. Il Virgilio della situazione è un pellerossa di nome Nessuno (grande richiamo alla vicenda di Polifemo narrata nell'Odissea) che crede di avere a che fare col vero poeta William Blake, e non con un giovane omonimo, perciò si sente in dovere di riconsegnare, secondo gli antichi riti indiani, il corpo del poeta alla sua dimensione spirituale; il tutto andrà a compimento in un finale estremamente toccante, allucinato e visionario, che rende il giovane moralmente deceduto alla dimensione della morte che pian piano s'impersona in lui.

Tutto il lavoro di Jarmush è ricco di simbologie, infinite citazioni e illimitati piani di lettura che lo rendono un film di pregevole fattura. Dipinto magistralmente con una lentezza maestosa e meditativa, l'opera è abilmente contornata da una fantastica fotografia (che dona vecchiaia e sporcizia alla pellicola) e dalla musica ossessiva e cupa del grande Neil Young.
Da non dimenticare la fantastica interpretazione di Johnny Depp, altra grande prova nella sua raggiante carriera, che aumenta ancor di più il valore di quest'opera.

Recensione Dead Man (1995)
Privacy Policy