Lost in La Mancha

2002, Documentario

Recensione Lost in La Mancha (2002)

Il film 'perduto' di Terry Gilliam è l'occasione per riflettere sulla natura del cinema e sull'importanza dei supporti che ne rendono possibile la riproducibilità infinita. Elementi che il regista anglo-americano, come era lecito immaginare, ribalta di colpo in questo incredibile progetto.

Vincenzo Carlini

L'extra che uccise il film

Uno dei fattori determinanti nel successo del DVD, insieme
all'ovvio innalzamento qualitativo del livello tecnico, è stato quello di permettere all'acquirente l'accesso ai ben noti extra, con i dietro le quinte, i trailer ed altri approfondimenti sul film. E cosa dovremmo pensare di un "prodotto" come Lost in La Mancha che è esso stesso un extra?

Un'operazione del genere poteva venire in mente solo ad un buontempone come Terry Gilliam che, avendo inseguito dal lontano 1991 il sogno di girare un film sulla vita di Don Chisciotte (The man who killed Don Quixote era il titolo previsto), ne dichiara con Lost in La Mancha la morte clinica per sfortuna abnorme, a causa di incredibili vicissitudini che hanno caratterizzato la fase di pre-produzione: attori che non giungono sul set e attori che si ammalano, perturbazioni meteorologiche apocalittiche che distruggono in un battibaleno la maggior parte delle attrezzature; problemi con la compagnia assicuratrice; aerei militari che disturbano le riprese; la pessima acustica dei locali scelti per le scene in interni; finanziatori che si ritirano e tante altre peripezie. Ne esce fuori un oggetto strano e stranito, un cimelio da conservare con cura e magari da tramandare ai posteri (con il giusto compendio d'inevitabile ironia).

Lost in La Mancha è una sorta di testamento spirituale inconsueto, un documentario da vedere e rivedere, da interpretare come un omaggio narcisistico, ma commosso e commovente, ad un progetto irrealizzato ed irrealizzabile (curiosamente anche Orson Welles non riuscì mai a completare il suo film dedicato all'eroe di Miguel de Cervantes y Saavedra, che così non godrà mai adeguatamente degli onori cinematografici). Gli attori protagonisti di una pellicola diventata impossibile, dovevano essere Johnny Depp nella parte di un pubblicitario di nome Toby (personaggio non previsto nell'opera del grande scrittore spagnolo e che, nelle intenzioni di Gilliam, doveva essere un malcapitato spedito in qualche modo indietro nel tempo), Jean Rochefort in quella di Don Chisciotte e Vanessa Paradis personificazione di Altisidora. Curiosamente l'unica a non comparire mai nel documentario è proprio la cantante-attrice che così, involontariamente, rende un buon servigio alla causa del regista originario del Minnesota, proprio perché in molti dei suoi film, spesso e volentieri si sognano donne mai incontrate e che hanno il volto annerito. Qui invece, se il "simulacro" di donna manca, il sogno c'è, esiste ed è la ragione stessa del filmato. Infatti Lost in La Mancha non è altro che la visione che Gilliam ha della vita di Don Chisciotte e che noi non vedremo mai, se non tramite il suo backstage: ed è tutta qui la genialità (voluta, ne siamo convinti) di quest'opera unica ed inimitabile, diversa, per spirito e sentimento, da qualsiasi altro extra reperibile in DVD.

Ed alla fin fine non dispiace il fatto che il film non ci sia mai stato e che non ci sarà mai: ci bastano lo story-board, i disegni e le fotografie in stile Monty Python (trattate cioè con la tecnica del cut-out) nonché altre immagini per farci un'idea compiuta delle intenzioni del cineasta anglo-americano, vivo e vegeto più che mai insieme al suo cavalier errante. Se c'è un morto, infatti, questo non è Don Chisciotte, bensì l'essenza stessa del concetto di film. E forse è anche il cinema stesso ad essere stato massacrato nuovamente da Terry Gilliam, che così sembra accusare almeno indirettamente i giganti hollywoodiani, sempre lì pronti a trangugiare l'indipendenza dei cineasti. E il regista, al termine dei titoli di coda, sembra metaforicamente ricordarcelo, riproponendoci una delle poche sequenze "buone" del film, quella cioè dei giganti che minacciosamente si avvicinano all'obiettivo.

Tutto vero, se ciò non risultasse troppo scontato ed apologetico considerando la furbizia di Gilliam che, come risalta in parecchi punti di Lost in La Mancha, era ben consapevole della notevole difficoltà dell'impresa una volta "dirottati" i lavori in Europa. Per cui il coming soon che gli stessi giganti sembrano far comparire magicamente sullo schermo poco prima della "decomposizione" finale, funge più che mai da ultimo, disperato guizzo di un uomo (il regista) che vuole restare aggrappato al suo sogno ed alle sue illusioni. Noi, almeno per il momento, ci limitiamo invece ad attendere fiduciosi una improbabile special edition di Lost in La Mancha che includa come prezioso extra le pale dei mulini a vento, ambitissimo trofeo di guerra del nostro Cavaliere dalla triste figura (che nel frattempo si appresta a compiere 400 anni).

Recensione Lost in La Mancha (2002)
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