Hero

2002, Azione

Recensione Hero (2002)

Dopo due anni di attesa, la nomination all'Oscar 2002 per il miglior film straniero, e il lungo "blocco" imposto dalla Miramax, il film di Zhang Yimou arriva finalmente sui nostri schermi: un'attesa pienamente ripagata per un'opera dal grande impatto visivo ed emozionale.

L'eroe senza nome

Dopo due anni di attesa, la nomination "in sordina" all'Oscar 2002 per il miglior film straniero, e l'incomprensibile e lungo "blocco" operato dalla Miramax ai suoi danni, il wuxiapian di Zhang Yimou ha trovato finalmente una sua distribuzione nel nostro paese, trainata dall'uscita statunitense sponsorizzata da Quentin Tarantino. Un'attesa che in pochi speravano giungesse finalmente a termine, per un film che si era comunque già conquistato, tra i cinefili più attenti, una discreta fama di pellicola "invisibile".
Un film, quello di Zhang, che si inserisce in un recente filone di "recupero" del genere wuxiapian (o film di cavalieri erranti) da parte del cinema delle cosiddette "tre Cine" (Repubblica Popolare Cinese, Hong Kong e Taiwan), seguendo il fortunato esempio de La Tigre e il Dragone di Ang Lee, e il riuscito, da noi inedito mix con il fantasy occidentale di The Legend of Zu di Tsui Hark (sequel/remake di un classico dello stesso regista).

Il regista di Lanterne Rosse si avvale di un cast di all-star e di un budget molto elevato per un progetto che appare da subito per quello che è: un vero e proprio kolossal. Gli attori coinvolti sono una garanzia per gli amanti del cinema orientale, ed alcuni di loro hanno ormai conquistato la fama anche in occidente: parliamo di gente come Jet Li, Maggie Cheung, Chiu Wai, Donnie Yen, e di quella Zhang Ziyi che, film dopo film, da semplice promessa sta trasformandosi sempre più in splendida realtà.

Il tono usato dal regista per narrare la storia dell'uomo che unificò la Cina e dei suoi nemici è epico, di grande respiro: non c'è nessuna concessione alle derive umoristiche che caratterizzano altri esempi del genere, e quello che prende subito vita sullo schermo è un grandioso affresco fatto di guerrieri, di imprese leggendarie e di gesta eroiche, perennemente sospeso tra realtà e fiaba: una rappresentazione che, solo per la sua grandiosità, non può non coinvolgere immediatamente. I temi trattati dalla pellicola sono propri della tradizione culturale e cinematografica di cui essa fa parte: la lealtà, l'onore, la fedeltà alle tradizioni, il contrasto tra la spinta dei sentimenti e le imposizioni del proprio ruolo; queste motivazioni sono tutte lì, a guidare le azioni dei sei personaggi principali del film. Su tutto, qui, svetta poi il forte tema dell'amore per la propria nazione, ideale supremo in nome del quale mettere da parte sentimenti e odi personali; in nome del quale, all'occorrenza, vale la pena anche sacrificare la propria vita. Un tema forte, sì, sempre presente ma vissuto in modo problematico da tutti i protagonisti, e che si va spesso a sposare (o scontrare) con il problema della necessità della pace e del reciproco rispetto tra le persone e tra i popoli. Un tema che è fortemente collegato, e in un certo senso racchiuso, da quello della disponibilità, sempre e comunque, al sacrificio: che sia per il bene supremo della propria patria, per la fedeltà al proprio maestro, o per vendicare la propria gente, tutti i personaggi, pur nelle continue trasformazioni che subiscono nel corso della storia, sono sempre pronti ad immolarsi nel nome di un ideale superiore.
Il regista sceglie un taglio molto particolare per raccontare la sua storia: quelle che ci vengono presentate, in flashback, dopo l'arrivo di Nameless alla corte del re Qin, sono infatti una serie di realtà alternative, all'interno delle quali i personaggi e le loro interazioni mutano profondamente. Ognuna di queste diverse realtà è visivamente rappresentata da un colore, che di volta in volta diventa il tono dominante della fotografia ed esprime gli stati d'animo e le predisposizioni personali dei diversi personaggi: così il rosso è la rabbia cieca, furibonda, il blu il coraggio, l'intensità e il valore dell'atto in sé, il verde la speranza e l'entusiasmo tipici dell'età giovanile, il bianco la riflessività, ma anche la disponibilità ai compromessi, propri della maturità. Il tutto si traduce in una fotografia splendida, che immerge di volta in volta l'immagine in tonalità ora tenui, ora sature, ma che sempre ne impregnano ogni parte: una rappresentazione visiva di un fascino assoluto, che nel contempo dà forza e significato ai contenuti che la storia vuole esprimere. I combattimenti, splendidamente coreografati da un maestro del genere come Ching Siu-Tung (Storia di fantasmi cinesi, Swordsman II), seguono di volta in volta le evoluzioni della storia e le diverse "realtà" di cui essa è composta, variando sensibilmente per violenza, velocità (contraltare della lentezza carica di enfasi) e leggerezza.

Gli attori sono tutti all'altezza della propria fama, e le loro capacità vengono esaltate da una sceneggiatura che consente loro sia di esprimere le proprie straordinarie doti atletiche, sia, soprattutto, di recitare: a un Jet Li deciso, che come sempre "riempie" lo schermo con il suo grande carisma, si affianca un enigmatico e perfetto Donnie Yen e i fragili e passionali Maggie Cheung e Tony Leung, mentre Zhang Ziyi risulta un perfetto concentrato di rabbia e impetuosità giovanile. Una menzione va fatta anche alle musiche di Tan Dun, già autore della soundtrack de La Tigre e il Dragone, che alternano toni maestosi a ritmi più impetuosi e violenti, contribuendo da par loro, alla fine, al grande impatto del film.
Una pellicola, insomma, che ha il tono e il respiro del grande cinema, che riesce a mettere il budget e i nomi coinvolti al servizio di un'opera dal grande impatto estetico ed emozionale, e che nel contempo esprime un assoluto spessore autoriale. Da vedere (nonostante i tagli che i distributori occidentali hanno voluto imporre, che ammontano a ben venti minuti) per capire la complessità e l'anima di un certo cinema troppo spesso bollato come commerciale, vuoto, fine a sé stesso, o, peggio, infantile.

Recensione Hero (2002)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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