L'eclettismo fa la forza, ecco la giuria della 60esima Berlinale

Sotto l'egida del nume tutelare Werner Herzog, l'eclettica giuria del sessantesimo festival di Berlino (tra cui figura anche la nostra Francesca Comencini) si presenta ai giornalisti, rivelando la propria visione personale nei confronti della settima arte.

Non poteva che essere il nume tutelare Werner Herzog, alfiere del cinema teutonico del passato e del presente, a presiedere la giuria del sessantesimo anniversario della Berlinale. Nell'ottica di un'edizione che punta a rielaborare la sua gloriosa storia, ma al tempo stesso mantenendo una costante vocazione per le tendenze più innovative e sperimentali della settima arte, non poteva esserci personaggio più emblematico. Tuttavia anche gli altri membri della variegata giuria che compone questa sessantesima edizione possono vantare un legame a doppio filo con il Festival di Berlino. Come di consueto, si tratta di un campionario di giurati eclettico ed eterogeneo per ciò che riguarda i paesi di provenienza e i diversi campi artistici, a cominciare da acclamate star internazionali come l'americana Renée Zellweger, la cinese Yu Nan e la tedesca Cornelia Froboess, passando per lo scrittore somalo Nuruddin Farah, fino al produttore spagnolo José Maria Morales, assiduo frequentatore di Berlino.
Chi si lamenta (in parte a ragione) della scarsa rappresentanza italiana al Festival, per il secondo anno consecutivo del tutto ignorata dalla sezione competitiva, può rallegrarsi almeno per la presenza nella giuria della nostra Francesca Comencini, in passato premiata proprio a Berlino per il suo Mobbing - Mi piace lavorare. Le dichiarazioni di ciascun giurato riflettono le diverse esperienze personali e la particolarità di ciascun legame con il cinema.

Signor Herzog, trovo che ogni suo film sia dotato di un'incredibile profondità e sia capace di trasmettere la profonda essenza dello spirito umano. Nel valutare i film come presidente della giuria, a quali criteri si ispirerà per giudicare le opere? Cos'è che rende buono un film secondo lei?
Werner Herzog: Penso sia impossibile esprimere a parole cosa è che rende buono un film. Si tratta di una componente misteriosa, esattamente come nel caso della poesia. I grandi film sono quelli capaci di catturare una verità profonda e interiore dello spirito umano. Non seguiremo nel nostro lavoro di giurati dei criteri prestabiliti per il giudizio dei film, né ideologici né estetici. Siamo una giuria composta da personalità con background differenti, provenienti da svariati paesi. Ognuno di noi semplicemente guarderà i film e apprezzerà quelli verso cui si sentirà più stimolato empaticamente.

Lei ha un rapporto speciale con Berlino, a partire dal suo Nosferatu che fu premiato al Festival. I suoi film sono stati molto apprezzati dalla critica, ma anche giudicati in maniera controversa. Come si trova adesso nelle vesti di giurato?
Werner Herzog: Il mio Nosferatu all'epoca fu apprezzato da molti, ma fu anche oggetto di numerose controversie per via del suo aspetto oscuro e tenebroso. È stato stimolante dibattere con il pubblico dell'epoca su vari temi del film. Da allora il festival è cresciuto in maniera spontanea, si è evoluto, si è aperto. Ed è meraviglioso essere di nuovo qui, stavolta in veste di giurato. Sono venuto con molte aspettative nei confronti delle opere in concorso e sono ansioso di vedere cosa riserverà il festival.

Vorrei chiedere a Yu Nan, qual è la differenza tra il suo lavoro di attrice e quello di giurata. Come si è preparata per affrontare questo nuovo compito?

Wang Quanan e Yu Nan con l'Orso d'Oro per 'Tuya's Marriage'
Yu Nan: È la sesta volta che vengo a Berlino, ragion per cui sono estremamente legata a questo Festival. Sono approdata qui addirittura con il mio primo film, e successivamente ho recitato anche in Il matrimonio di Tuya, che è stato premiato nel 2007 con l'Orso d'Oro. Penso che la Berlinale svolga un ruolo molto importante per la promozione del cinema cinese, aumentando la sua visibilità e lanciando grandi autori del nostro paese.

Renée Zellweger, cosa significa per lei prendere parte al ruolo di giurato per una kermesse così importante?
Renée Zellweger: è un grande onore per me, spero di averne le capacità e di essere all'altezza. Si tratta di un compito difficile: bisogna guardare molti film, ricordarli con molta attenzione e scegliere tra numerose opere interessanti. Il giudizio è molto arduo, e cerco di affrontare questa nuova esperienza con molta umiltà e rispetto per il lavoro altrui. Al tempo stesso penso che sia molto divertente: adoro guardare film, e credo che le prossime due settimane saranno favolose.

Ha recitato in numerosi blockbuster commerciali, a volte anche impegnati, ma sempre di grande successo popolare. Come affronterà il giudizio delle opere più impegnative e di nicchia presenti al Festival?

Berlinale 2010: la giurata Reneé Zellwegger sul red carpet
Renée Zellweger: Sono d'accordo con Herzog sul fatto che non sia possibile esprimere a parole cos'è che rende bello un film, ma è piuttosto qualcosa che si percepisce emotivamente. Penso che la qualità più importante di un'opera cinematografica sia la capacità di ispirare, di insegnare, di coinvolgere lo spettatore, e questo capita più facilmente con film complessi e impegnativi. Adoro i Festival perché offrono a tutti gli appassionati la possibilità di scoprire titoli inediti e inusuali, che molto spesso non vengono distribuiti nei circuiti tradizionali.

Herzog, pensa che il ruolo della critica sia importante per sostenere le opere più difficili, soprattutto delle nuove generazioni?
Werner Herzog: Il ruolo della critica e di festival come questo è fondamentale per promuovere i giovani talenti, soprattutto se provenienti da territori inconsueti. Lo scorso anno, ad esempio, l'Orso d'oro è stato assegnato a una giovane regista del Perù, cosa che ha contribuito anche a rilanciare la cinematografia di questo paese. La Berlinale riesce a dare molto spazio alle giovani generazioni, ma al tempo stesso a mantenere i legami anche con grandi autori affermati, come Scorsese o Winterbottom. Penso che sia merito soprattutto della direzione di Kosslick.

Francesca Comencini, in qualità di unica regista tra i membri della giuria, con l'eccezione del presidente, a quali aspetti presterà più attenzione nel giudizio delle opere? Francesca Comencini: Come tutti hanno già detto, sono molto onorata di condividere quest'esperienza con numerosi colleghi illustri. Il lavoro di giurato è al tempo stesso un enorme responsabilità e un onore. Non mi interesserò di un solo specifico aspetto del film, come lo stile di regia, i dialoghi, o l'interpretazione degli attori, ma piuttosto cercherò di farmi un'idea sull'aspetto complessivo di un'opera, senza alcun pregiudizio o preconcetto. Si tratta di un compito impegnativo, ma al tempo stesso anche di un piacere, perché io non amo soltanto girare i film, ma anche guardarli.

Nuruddin Farah, lei è famoso per la sua acclamata attività di scrittore volta a denunciare i problemi sociali e politici dell'Africa. Per quale motivo pensa di essere stato scelto nell'ambito di un festival cinematografico?
Nuruddin Farah: Questa è una domanda che bisognerebbe fare a chi mi ha nominato come membro della giuria. Io sono un romanziere, e ho partecipato a numerose giurie letterarie. Posseggo dunque un background molto specifico, da cui però cercherò di non farmi influenzare, preferendo giudicare un film anche per il suo impatto visivo.

Cosa ne pensa del tema della mutilazione genitale femminile, affrontato tra l'altro anche da una sua connazionale somala in un film in programma nella scorsa edizione della Berlinale?

Berlinale 2010: un'immagine della capitale tedesca nei giorni del Festival
Nuruddin Farah: non ho visto il film in questione, ma mi sono occupato del tema della "circoncisione femminile" (questa sarebbe la terminologia più appropriata) sin nel mio primo romanzo nel 1968. Ritengo sia estremamente importante che si denunci questo vero e proprio atto di barbarie con ogni mezzo possibile. Ma la cosa più importante è attuare una campagna di persuasione nei confronti delle donne africane, affinché comprendano lo scempio di questa pratica erroneamente legata alla tradizione.

Signor Herzog, come è stato lavorare all'interno del sistema hollywoodiano?
Werner Herzog: Non sono stato io che mi sono avvicinato al sistema hollywoodiano, ma è Hollywood che è venuta verso di me! Al momento la produzione degli Stati Uniti soffre dell'incapacità di raccontare storie. Non esistono più le narrazioni perfette del cinema classico, come quelle di Casablanca, solo per fare un esempio, perché l'intero sistema produttivo è rivolto oggi esclusivamente a esaltare la magnificenza visiva degli effetti speciali.

Nessuno dei film selezionati in questa edizione si contraddistingue per l'utilizzo di tecnologie avanzate, come il 3D. Si tratta di una scelta di campo?
Werner Herzog: Non mi considero a priori in opposizione nei confronti degli effetti speciali in digitale e del 3D, anche se si tratta di un tipo di cinema che non mi appartiene . Ho apprezzato ad esempio Avatar, nonostante le carenze dal punto di vista narrativo, proprio per la sua straordinaria potenza visiva. Penso che la tecnologia sia solo uno strumento, che può essere proficuamente impiegato per concretizzare l'immaginazione del regista.

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