Kung Fu Jungle: botte e nostalgia al Far East Film Festival

Tra i titoli più attesi della diciassettesima edizione del festival friulano, il kung fu movie di Teddy Chen: un'opera che è un omaggio, praticamente onnicomprensivo, alla storia del cinema d'azione di Hong Kong, costellato di camei di alcuni dei suoi più significativi protagonisti.

Kung Fu Jungle: botte e nostalgia al Far East...
Kung Fu Jungle

2014 – Azione
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Lo speciale focus che annualmente il Far East Film Festival dedica a un genere, o a una cinematografia, del passato, quest'anno si incentra sul cinema di arti marziali. Cinematografia, quest'ultima, praticamente sterminata, da sempre intrecciata a doppio filo con la storia del cinema di Hong Kong nel suo complesso, quasi al punto da costituirne una componente trasversale. La presenza nella manifestazione udinese, come ospite d'onore, di Jackie Chan (con la presentazione dell'ultimo film da lui interpretato, Dragon Blade) non è casuale: così come non sono casuali i titoli scelti per il focus, che comprendono alcuni dei più rappresentativi kung fu movies dei decenni d'oro, dal classico L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente di Bruce Lee a Il ventaglio bianco dello stesso Chan, arrivando allo stile dinamico e postmoderno di Tsui Hark e del suo Once Upon a Time in China 2.

Kunbg Fu Jungle: una scena del film action

Una storia, quella del cinema di arti marziali cantonese, che viene omaggiata e in qualche modo riassunta da uno dei titoli di punta della selezione di questo Far East, ovvero Kung Fu Jungle di Teddy Chan: una sorta di thriller ambientato nel mondo del kung fu, con protagonista una star di ieri e di oggi come Donnie Yen nei panni di un detenuto ex-maestro delle arti marziali, che aiuta una poliziotta nella cattura di un serial killer che uccide a colpi di kung fu. La trama del film (al di là della curiosa fusione tra kung fu movie e thriller classico) non direbbe in sé molto di nuovo: se non fosse che il regista infarcisce il film di camei e immagini di repertorio di attori, registi, stunt e coreografi del genere (tutti elencati nei titoli di coda) facendone un omaggio omnicomprensivo: tra questi, Derek Kwok, Kirk Wong, lo stesso Jackie Chan, il compianto Liu Chia-Liang (questi ultimi due visti attraverso uno schermo televisivo), il capo della Golden Harvest Raymond Chow, e molti altri. Una galleria tale da attrarre, da sola, l'attenzione di un qualsiasi appassionato di questa cinematografia.

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Un omaggio muscolare

Kunbg Fu Jungle: Donnie Yen in una scena del film action

In questo, un'opera come Kung Fu Jungle può forse essere vista come un equivalente hongkonghese del I mercenari - The Expendables di Sylvester Stallone, un omaggio a un certo modo di fare cinema e ai suoi protagonisti, con un occhio al presente e uno a un passato la cui memoria resta ancora ben viva. Un omaggio di cui, forse, il cinema d'azione di Hong Kong sentiva il bisogno in misura ancor maggiore di quello statunitense, vista la maggiore rapidità (e profondità) con cui le sue caratteristiche sono cambiate nel corso dell'ultimo ventennio. Così, Teddy Chan decide di partire da uno spunto narrativo che è già in sé, un riepilogo e omaggio, citando tutti i filoni, e gli stili di combattimento, che nutrivano il genere nei suoi decenni d'oro: il killer interpretato da Wang Baoqiang, infatti (menzione di merito per il modo in cui affronta un ruolo tutt'altro che facile) uccide seguendo un particolare schema, che comprende dapprima il combattimento boxistico, in cui sono in primo piano i pugni, poi quello di gambe, infine quello con spade e bastoni, fino ad arrivare allo scontro con il protagonista interpretato da Yen, bramato dal killer come suo avversario ideale. Lo stesso handicap fisico di cui l'assassino soffre (una malformazione che gli rende una gamba più lunga dell'altra) superato grazie ad un duro allenamento, rappresenta un motivo molto comune nel cinema classico di Hong Kong: basti pensare all'icona dello spadaccino con un braccio solo (inaugurata dal classico Mantieni l'odio per la tua vendetta) e ai suoi innumerevoli sequel ed epigoni.
E va detto che, in un periodo in cui anche ad Hong Kong l'action movie fa largo uso del digitale e di un modello di azione sempre più astratta e immateriale, il film di Chan ha il merito di recuperare una fisicità, nella messa in scena dei combattimenti, che non si vedeva da molto tempo: i colpi si "sentono", sia nella resa grafica e sonora del loro impatto, che nelle conseguenze che provocano su chi li riceve. Negli ovvi limiti delle convenzioni del genere, e di un uso minimo del wire working (i cavi che simulano le evoluzioni aeree dei combattenti) va detto che la messa in scena dei duelli è improntata a un sostanziale realismo.

Filologia (anche) nei difetti?

Kunbg Fu Jungle: il protagonista Donnie Yen in una scena del film

Un'interpretazione "romantica" (ma forse poco verosimile) potrebbe imputare a una volontà di omaggiare i classici anche gli evidenti limiti di sceneggiatura di Kung Fu Jungle, così come la sua sostanziale esilità narrativa. Perché, per onestà critica e intellettuale, va detto che la sceneggiatura rappresenta poco più di un pretesto per mettere in scena combattimenti sempre più fantasiosi e violenti, e per preparare il terreno al prevedibile scontro finale tra i due antagonisti. Se, sulla carta, la commistione tra giallo e kung fu movie poteva risultare interessante, nei fatti al regista non sembra interessare più di tanto intessere un intreccio coerente: così, da un lato lo script accumula incongruenze e buchi di vario genere (elenchi di nomi magicamente ricordati a memoria, "fughe" dalla libertà vigilata eseguite con sorprendente facilità) dall'altro concede pochissimo ai personaggi secondari, specie a quelli femminili; mettendo insieme una storia di follia da una parte, e di voglia di riscatto e redenzione dall'altra, a cui non riusciamo a credere (men che meno ad appassionarci) neanche per un secondo. Tutto si regge, così, sul climax (rozzo quanto si vuole, ma efficace) che prepara il terreno per il confronto finale tra Yen e Wang, sull'abilità marziale di entrambi e sulla convincente follia dipinta sul volto del secondo, nonché sull'interessante resa scenografica di alcuni esterni (tra questi, il villaggio di pescatori) volti a sottolineare il clima "sporco" e violento in cui la storia si dipana.

In fondo, viene da dire, moltissimi kung fu movie del passato (alcuni dei quali divenuti dei classici) avevano sceneggiature banali, spesso piene di buchi; in fondo, più in generale, il cinema popolare di Hong Kong non ha mai avuto, tra i suoi maggiori pregi, quello di una costruzione narrativa forte. Per questo, ci si può anche crogiolare nel pensiero che Teddy Chan abbia deliberatamente omaggiato i suoi modelli anche nei loro difetti. Interpretazione romantica e probabilmente, lo ripetiamo, poco credibile. Ma, in fondo, ha davvero importanza? Questo Kung Fu Jungle, come omaggio e insieme dichiarazione di (r)esistenza di un certo filone cinematografico, offre esattamente quello che promette: e i titoli di coda, nel loro smaccato puntare al cuore dell'appassionato, ne suggellano nel miglior modo i risultati. Non crediamo che fans e nostalgici del genere possano uscirne, in alcun modo, delusi.

Marco Minniti
Redattore
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