Junun: Paul Thomas Anderson e la forza espressiva della musica

Dopo l'anteprima mondiale del Festival di New York, è stato proiettato anche alla Festa di Roma il primo documentario del cineasta losangelino: un piccolo grande divertissement all'insegna dell'improvvisazione, che mette in ogni istante la musica in primo piano.

Junun: un'immagine del primo documentario firmato da Paul Thomas Anderson
Junun: un'immagine del primo documentario firmato da Paul Thomas Anderson

Giunto al suo ottavo lavoro dietro la macchina da presa (ben tre opere sono arrivate negli ultimi tre anni), Paul Thomas Anderson continua a stupire e conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di essere il regista più eclettico al mondo della sua generazione. Se dopo Boogie Nights e Magnolia, quando diversi critici lo etichettavano come un emulo di Altman incline all'eccesso e alla pomposità, spiazzò tutti realizzando quel gioiellino surreale, inventivo e anticonvenzionale di Ubriaco d'amore, ora dopo essersi definitivamente consacrato agli occhi di tutti come grande autore cinematografico grazie a film come Il petroliere, The Master e Vizio di forma, ha deciso di cambiare ancora. E lo ha fatto in maniera persino più radicale rispetto al passato.

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Anderson e Greenwood in India

Nel febbraio del 2015 il regista della San Fernando Valley ha seguito in India Jonny Greenwood, suo fido collaboratore dai tempi de Il petroliere, nel viaggio che ha portato il chitarrista dei Radiohead a raggiungere il compositore israeliano Shye Ben Tzur e un variegato gruppo di musicisti locali per registrare un album il cui titolo dà anche il nome al film (a proposito, la parola Junun può essere tradotta con l'espressione "Follia d'amore": vi ricorda forse il titolo di qualche precedente film di Anderson?). Nell'antico forte Mehrangarh, storica struttura situata nello stato del Rajasthan e costruita intorno al 1460 come residenza dei regnanti della zona, ha dunque preso forma un progetto musicale davvero al di fuori del comune in cui si sono fuse in maniera sublime influenze e strumenti musicali orientali e occidentali, dando vita a sonorità originali e trascinanti.

Digitale, immediatezza e improvvisazione

Junun: una suggestiva immagine tratta dal documentario di Paul Thomas Anderson
Junun: una suggestiva immagine tratta dal documentario di Paul Thomas Anderson

Anderson documenta lo sviluppo di questa inedita esperienza creativa con uno sguardo partecipato, rispettoso per l'evidente passione messa in campo da tutti i musicisti coinvolti e perfino giocoso (all'inizio del film viene inquadrato molto velocemente un foglio bianco con la scritta "Have a great time!", in altre occasioni si vede Anderson in persona riprendere un drone in volo utilizzato nel film o correre davanti la telecamera per spostarsi dal luogo delle riprese).
Attraverso l'utilizzo di un inaspettato digitale ruvido e poco definito il quarantacinquenne cineasta losangelino ha optato per un linguaggio molto semplice, così da poter cogliere con la maggiore immediatezza e il minor numero di filtri stilistici possibili lo sprigionarsi del linguaggio musicale. In un breve incontro con il pubblico del Festival New York, egli ha dichiarato di essersi ispirato al documentario musicale Jazz on a Summer's Day, presentato nel 1959 al Festival di Venezia. E a ben pensarci, il suo approccio stilistico improntato all'improvvisazione sembra ben incarnare lo spirito alla base della musica jazz, oltre che naturalmente della musica assoluta protagonista del documentario.

Tra omaggio al linguaggio musicale e inno all'integrazione culturale

Junun: Jonny Greenwood in un'immagine del documentario musicale
Junun: Jonny Greenwood in un'immagine del documentario musicale

Nonostante l'estetica low-fi, va comunque specificato che Junun offre alcuni momenti piuttosto potenti dal punto di vista visivo: su tutti, la sequenza che mostra i corvi in volo intenti ad afferrare il cibo che un uomo lancia dall'alto della fortezza (c'è persino un'inquadratura, ripresa da un drone, che sembra strizzare l'occhio alla pioggia di rane di Magnolia) e una serie di immagini diurne e notturne ambientate a Jodhpur, l'area cittadina che si trova al di sotto del forte. Nessuno avrebbe potuto immaginare che dopo le eccelse vette estetiche raggiunte con la pellicola in 35 mm di Vizio di forma Anderson si sarebbe dedicato a un film così piccolo e "sporco" (le telecamere digitali, come accennato, non hanno neanche una resa ad alta definizione). Eppure, per quanto ci si trovi agli antipodi della raffinatezza formale tipica del suo cinema già a partire da Boogie Nights, quella compiuta da Anderson è un'operazione davvero molto affascinante, oltre che coraggiosa. Per poterla apprezzare si deve però essere in grado di vedere e accettare Junun per quello che è: un appassionato e sincero divertissement privo di pretese autoriali (né nei titoli di testa né in quelli di coda Anderson figura come regista, mentre nei secondi il suo nome compare insieme ad altri quattro operatori delle varie telecamere utilizzate) che si fa omaggio alla straordinaria forza del linguaggio musicale e, in maniera più sottile, inno all'integrazione culturale.

Movieplayer.it

4.0/5